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carabinieri corleonedi Aaron Pettinari
Ieri il blitz dei carabinieri. Intanto il Gip ha convalidato i fermi

Dai possibili rapporti con gli esponenti della giunta Comunale di Corleone alle eventuali infiltrazioni nelle gare d'appalto sui lavori pubblici. Su questo indaga la Procura di Palermo che ieri ha disposto il sequestro di diversi documenti per approfondire quegli elementi emersi dall'inchiesta Grande Passo 3, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai pm Demontis e Malagoli e che venerdì scorso ha portato in carcere sei esponenti del mandamento di Corleone a cominciare dal capo, Rosario Lo Bue. Proprio lunedì il gip di Termini Imerese ha convalidato il suo fermo assieme a quello di Vincenzo Pellitteri, (secondo gli inquirenti colui che gestiva la famiglia di Chiusa Sclafani), Pietro Pollichino (una sorta di sovrintendente al territorio di Contessa Entellina), Roberto Pellitteri e due omonimi Salvatore Pellitteri, (ritenuti bracci operativi).
Nella giornata di ieri i militati hanno passato al setaccio le carte di diversi lavori pubblici come quello per la ristrutturazione del campo sportivo.
Un primo dato è che custode di quella struttura altri non era che Antonino Di Marco, secondo gli inquirenti capomafia di Corleone, che in passato parlava con l'allora assessore ai Lavori pubblici, Ciro Schirò, sollecitando delle assunzioni.
Sfogliando le carte dell'inchiesta emerge come proprio Di Marco si vantava addirittura di avere “un canale di collegamento diretto con il capo ufficio tecnico di Corleone il dirigente lo avrebbe tenuto costantemente aggiornato sui nuovi appalti edili banditi dal Comune”.
Ed ora la Procura vuole approfondire questo delicatissimo capitolo scavando tra i diversi faldoni sequestrati. Anche perché nell'indagine emerge anche un contatto tra uno degli indagati e Giovanni Savona fratello del sindaco di Corleone Leoluchina Savona.
Per Pellitteri era un gran vanto l’amicizia con il fratello del sindaco al punto che ai propri complici diceva: “Con Pietro (Campo,ndr) stiamo organizzando che domani già c’è l’appuntamento a Corleone per aprire una centrale del latte, che c’è il caseificio fermo… il sindaco si è messo a disposizione, domani mattina alle dieci ho l’appuntamento, io ho parlato già con suo fratello… che vengo da la”.
Il progetto, che vedeva il coinvolgimento di non identificati imprenditori romani, riguardava la raccolta del latte della zona dell’Alto Belice in un impianto di contrada Noce, di proprietà del Comune, per poi distribuirlo in tutt'Italia. Secondo i pm “Il progetto in questione è chiara manifestazione del modo di agire dell’associazione mafiosa, il cui programma criminoso non consiste solo nel commettere delitti ma anche e, soprattutto, nell’addivenire alla gestione di attività economiche”. Anche se l'affare, alla fine, non si è realizzato la procura scrive chiaramente che “la vicenda comunque conferma il vincolo associativo che lega gli indagati, e la loro capacità di condizionamento territoriale ed ambientale”.

Messina Denaro non può essere il capo?
Dalle intercettazioni emerge anche un riferimento all'introvabile padrino, Matteo Messina Denaro. Ne parlano proprio Di Marco ed uno degli esattori della cosca, Francesco Paolo Scianni. Diceva quest'ultimo: “Questo Messina Denaro non può essere mai il capo, perché uno di fuori la provincia... deve essere la città più grande che c’è nella Sicilia ed hanno il capo”. E poi ancora: “È difficile che fa il capo di tutti, questo mi raccontava Chinuzzo (alias, Rosario Lo Bue, ndr) ieri sera”. La critica nei confronti di Messina Denaro riguarderebbe in particolare la scelta di avere messo Leo Sutera a capo della famiglia di Sambica di Sicilia. “Non è che piccolo Sambuca... un paese pure grosso è - diceva Di Marco, intercettato dai carabinieri del Gruppo Monreale -... dico l'hanno messo fra le mani a questi quattro babbi... di Santa Margherita... bah cose da pazzi”. Scianni: “Messina... ora quello i vecchi gli davano tutto questo potere... ora Totò gli dava tutto questo spazio a Santa Margherita”. Scianni aveva un'idea precisa su come funzionassero le cose: “Messina Denaro non può essere il capo, perché uno di fuori la provincia, deve essere la città più grande che c'è nella Sicilia ed hanno il capo... è difficile che fa il capo di tutti”. E poi i due boss si lasciavano andare anche commentando le operazioni volte alla sua cattura: “Ma quello non lo sanno dov'è?.... Per adesso non gli è servito ma.. come stringono il cerchio hai voglia...Ora gli hanno arrestato a sua sorella, parenti perciò già significa che loro...”.

“Se avevamo 'u zù Totò qua libero”
Dall'inchiesta emerge, da parte delle famiglie corleonesi, un fortissimo legame con il passato. E il volto, ovviamente, è quello dei due capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano. Sono loro ad aver sconvolto gli assetti di Cosa nostra in passato. Due riferimenti importanti con una concezione della “mafia” simile ma al tempo stesso diversa. Un elemento che emerge anche in quest'ultima indagine. Così se da una parte c'erano i fedelissimi di Provenzano che preferivano “non fare scruscio” in nome degli affari, dall'altra c'era chi paventava un ritorno alle indagini. Lo Bue apparteneva alla prima categoria e non era visto di buon occhio dai suoi sottoposti, Pietro Masaracchia, capofamiglia di Palazzo Adriano, e Vincenzo Pellitteri, capo di Chiusa Sclafani.
Erano proprio quest'ultimi a meditare la realizzazione di un attentato eclatante anche per legittimarsi di fronte a tutta Cosa nostra. Avevano anche pensato di colpire il ministro Angelino Alfano.
L'idea, poi, era anche quella di “rifondare Cosa nostra” anche coinvolgendo altri territori. Avrebbero infatti stretto un forte legame con la cosca agrigentina di Santa Margherita Belice, retta da Pietro Campo (attualmente in stato di libertà).

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