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di Aaron Pettinari - 26 maggio 2015
Droga, appalti, estorsioni. Gli interessi dei boss di Pagliarelli
“Chi dice che la mafia è sconfitta si è distratto”. Ha esordito così il Procuratore capo di Palermo, Franco Lo Voi, la conferenza stampa in cui si sono spiegati alcuni particolari dell'operazione Verbero, eseguito dal Comando provinciale dei carabinieri di Palermo, che ha portato all'emissione di 39 provvedimenti restrittivi nei confronti di soggetti appartenenti e vicini al mandamento di Pagliarelli. “Il lavoro di indagine è stato ampio e complesso - ha aggiunto Lo Voi – viene confermata ancora una volta una perdurante presenza sul territorio di Cosa nostra e la flessibilità e la sua capacità di adattabilità al nuovo. Il mandamento di Pagliarelli, colpito dall'indagine, nel recente periodo si è organizzato in una sorta di triumvirato per scongiurare eventuali contrasti interni che potevano interrompere le attività economiche”. Parlando di quest'ultime Lo Voi ha evidenziato un ritorno della mafia nel business della droga, rispetto a quello estorsivo, anche se resta evidente che le cosche operano ovunque si produca denaro”.
Accanto al Procuratore Capo c'è l'aggiunto Leonardo Agueci (assenti gli altri firmatari dell'ordinanza Maria Teresa Principato, impegnata in altre attività, ed i sostituti Caterina Malagoli e Francesco Grassi, ndr) che ha riferito qualche particolare ulteriore: “Il controllo di Cosa nostra sul territorio è costante, pervasivo e totalitario. Quando si sono verificate divisioni interne le famiglie si sono organizzate in questo nuovo rapporto “democratico” per la ripartizione dei proventi e dei collegamenti esterni”.

Sotto sequestro il bar dell'ospedale Civico
Nell'operazione non mancano i casi di estorsione, così come la denuncia da parte degli imprenditori. Singolare quanto avvenuto nell'ambito della società che si occupa dei lavori all'interno del Policlinico “Paolo Giaccone”.
“In particolare – ha detto Agueci – è emerso un tentativo di estorcere una somma di denaro pari all'un per cento dell'importo totale dei lavori alla società che si era aggiudicata i lavori per la ristrutturazione ed adeguamento di alcuni padiglioni ubicati all'interno del Policlinico "Paolo Giaccone" di Palermo, per un importo approssimativo di 50 milioni di euro. Uno degli arrestati, Giuseppe Perrone, avrebbe tentato di imporre all'impresa forniture di materiali e manodopera oltre a una tangente di 500 mila euro. E' poi singolare la frase che uno dei personaggi coinvolti, Vincenzo Bucchieri dice al rappresentante della ditta, ovvero che all'interno del Policlinico esiste una gerarchia da più di cento anni, rappresentando un interesse del passato, del presente ma anche del futuro”. Agueci ha poi aggiunto: “Sempre all'interno del mondo della sanità altri affari si sviluppavano al Civico dove i boss facevano persino riunioni all'interno del Bar, che è stato sottoposto sotto sequestro”. In merito alla penetrazione della mafia all'interno dell'Ospedale gli inquirenti hanno aggiunto che le indagini si stanno sviluppando anche per chiarire l'origine dell'aggiudicazione dell'attività commerciale e se altre attività, all'interno del nosocomio, fossero controllate da Cosa nostra.

Mafia e pubblica amministrazione
Oltre al settore sanitario Cosa nostra continua a godere di agganci all'interno della pubblica amministrazione. Un altro episodio a cui si è fatto riferimento durante la conferenza stampa è quello di un contatto tra i boss ed il commissario della polizia municipale, Gaetano Vivirito. "Vivirito era al servizio di Calvaruso – ha spiegato il Procuratore aggiunto Leonardo Agueci -  e fa impressione vedere come in un colloquio il vigile si esprime nei confronti dei suoi colleghi che non fanno altro che il loro dovere, definendoli 'crasti' (cornuti, ndr). Sentire una persona che indossa la divisa in questo modo è una cosa che mi disgusta. Ma questo episodio fa capire quanto incida ancora Cosa nostra sulle strutture sociali". La somma che Calvaruso, proprietario di un autolavaggio, che ospitava anche summit di mafia,avrebbe dato al Commissario sarebbe pari a 350 euro in cambio di un intervento per evitargli sanzioni dopo un controllo dei vigili urbani. La presenza capillare sul territorio di Cosa nostra veniva poi espressa anche in altri casi come ad esempio l'episodio del barbiere, che prima di aprire la propria attività si era rivolto alla cosca per chiedere l'autorizzazione.

VIDEO Operazione Verbero
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Droga e affari
E' toccato poi al comandante provinciale Giuseppe De Riggi ed al colonnello Salvatore Altavilla, spiegare come la mafia investiva il denaro. “Venivano investiti gli introiti del racket e della droga per aprire nuove attività, come centri scommesse, tabacchi e piccoli ristoranti. Poco importava se poi chiudevano: l'importante era fare circolare il denaro. Inoltre le attività hanno consentito di constatare un rinnovato interesse verso il traffico di sostanze stupefacenti che il sodalizio, ricorrendo a canali di approvvigionamento piemontesi e campani, era in grado reperire in grandi quantità”. Gli inquirenti hanno ricordato alcune operazioni svolte negli anni scorsi che avevano portato al sequestro di oltre 400 chili di hashish. In particolare, nel novembre 2012, i carabinieri hanno arrestato Giacinto Tutino, vicino agli ambienti mafiosi bagheresi, sorpreso alla guida di un furgone adibito al trasporto di cavalli all’interno del quale erano nascosti 250 chili di hashish acquistati dal clan camorristico dei "Gallo-Cavaliere" di Torre Annunziata mentre nel marzo 2014, è stato intercettato un ulteriore carico di 150 chili di hashish - trasportato dal torinese Eros Fonsato e dai catanesi Agatino Spampinato e Salvatore Bellia.
Un carico giunto dal Piemonte che è stato ricondotto a Concetta Celano, una donna di origini siracusane considerata già nel 2003, il "capo di una violenta e armata organizzazione di trafficanti, in contatto diretto con il Perù e l'Ecuador". L'arresto della Celano avvenne in un controllo effettuato mentre la stessa era presente all'udienza per la convalida dell'arresto di due suoi corrieri. Raggiunse il posto su un'auto a noleggio, all'interno della quale sono stati trovati 5 chili di stupefacenti che stava riportando al suo fornitore perché non ritenuti di qualità.
Altro dato emerso è poi l'esistenza di un “protocollo” per lo spaccio di stupefacenti. Questo prevedeva diverse sanzioni per gli spacciatori che erano responsabili sia dell'hashish e della cocaina loro affidata, sia del territorio di riferimento. Se sbagliavano i conti o vendevano poco la "famiglia" gli portava via moto e scooter fino a quando non si fossero messi "a posto". Nei casi peggiori, invece, venivano organizzate delle vere e proprie spedizioni punitive che finivano nel sangue. Inoltre si è scoperto anche il metodo utilizzato che prevedeva la consegna ai pusher al giovedì e la raccolta del denaro al lunedì successivo.

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