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tribunale-caltanissetta-web0Alzato il livello di scorta. La Procura di Catania apre un’indagine
di Aaron Pettinari - 12 maggio 2015
Un progetto di attentato tanto terribile che “mancu la semenza ava ristati”. Così Cosa nostra era pronta a colpire per eseguire l’ordine partito dal carcere. Nel mirino è finito il pm nisseno Gabriele Paci e a svelare il progetto di attentato è stato il collaboratore di giustizia di Brancaccio, Massimiliano Mercurio.

Quest’ultimo, prima di “saltare il fosso” si trovava in cella con il boss di Gela, Roberto Di Stefano, il falso pentito che Paci, con le sue indagini, aveva fatto arrestare nuovamente. A darne notizia è il Giornale di Sicilia che ha anche avuto conferma da parte del procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari: “Il collaboratore ha chiesto di parlare con la nostra Procura, lo abbiamo ascoltato e subito dopo abbiamo trasmesso gli atti con la sua dichiarazione alla Procura di Catania. Certamente è un fatto inquietante e che abbiamo da subito ritenuto ad altissimo rischio”. A rendere ance più grave la minaccia il possibile coinvolgimento dei familiari del magistrato. “Il boss di Gela - ha detto Mercurio ai pm che lo hanno interrogato - vuole ammazzare il magistrato ma anche sterminare la sua famiglia, soprattutto uccidere suo figlio maschio”. Le indagini condotte dalla Procura di Catania, che ha competenza su inchieste che riguardano i magistrati nisseni, avrebbero trovato riscontri da intercettazioni telefoniche ed ambientali ed anche dalle rivelazioni di un altro pentito. Paci, sposato e padre di due bambini, si trova a Caltanissetta ormai da cinque anni dopo essere stato prima a Palermo e poi a Perugia. Attualmente è anche uno dei pm che si occupa del processo sulla strage di via d’Aemlio, Borsellino quater, scaturito dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza ed in passato si è occupato in particolare della mafia gelese. E’ proprio grazie alle sue indagini che si è riusciti a capire il ruolo di Roberto Di Stefano come reggente della cosca Rinzivillo. Il boss, esponente di primo piano, nel 2013 aveva avviato una collaborazione con la giustizia. Dopo un po’ la stessa si dimostrò falsa. Di Stefano, infatti, stava sfruttando la sua nuova posizione per rimpinguare la cosca e preparare una nuova guerra di mafia a Gela, anche contro il nipote che nel frattempo stava scalando i vertici della famiglia mafiosa. Con le sue indagini il pm Paci scoprì l’inganno e lo scorso giugno Di Stefano tornò in carcere. Per questo motivo ora il boss gelese lo vuole morto. Intanto, mentre le indagini proseguono, a Caltanissetta le misure di sicurezza sul pm e la sua famiglia sono state alzate di livello con la scorta che è stata potenziata e con il divieto di sosta davanti all’abitazione.

Alla luce delle minacce di morte nei confronti del pm Gabriele Paci e della sua famiglia la redazione ANTIMAFIADuemila esprime la propria solidarietà e vicinanza al magistrato.

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