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messina-denaro-matteo-web5di Rino Giacalone - 17 marzo 2015
Processo al clan Messina Denaro. Libera conferma il suo impegno a favore di una società civile che deve ribellarsi al fenomeno mafioso
“E’ stata raggiunta la piena prova che i sodali della famiglia mafiosa di Castelvetrano esercitavano un penetrante controllo del territorio con i classici metodi mafiosi che consentiva loro di condizionare  l'intero sistema economico del comprensorio trapanese e non solo”. E’ netta la conclusione che dinanzi al Tribunale di Marsala è stata offerta dagli avvocati della difesa di parte civile Enza rando e Domenico Grassa, rappresentanti Libera nel processo che vede alla sbarra il gruppo più vicino al mafioso latitante Matteo Messina Denaro. E’ toccato in particolare all’avv. Grassa  tenere l’arringa, e il dito puntato contro il clan dei Messina Denaro non è stato solo quello degli avvocati ma quello di una intera associazione, Libera per l’appunto, che con i suoi rappresentanti sempre presenti in aula ha voluto marcare la distanza tra la società civile e il gruppo di malavitosi tifosi del boss. Principale imputata del processo è Patrizia Messina Denaro, la sorella del capo mafia latitante, figlia di capo mafia, il fu don Ciccio Messina Denaro, il “padrino” col bisturi come veniva appellato, moglie di mafioso, Vincenzo Panicola, in carcere già da tempo. Patrizia Messina Denaro, soprannominata “a curta”, durante il dibattimento ha voluto far sentire la sua voce, quasi a “marcare” quell’aula di Tribunale, perché fosse segnata dalla sua presenza. Dinanzi ai giudici ha gridato di “essere orgogliosa di chiamarsi Messina Denaro”. Quasi che quella sua voce fosse dimostrazione del potere di cui gode la famiglia Messina Denaro. Intercettata la si è sentita dire, “mi chiamo Messina Denaro e a me non mi rompe niente nessuno …. ora qua io voglio le cose …. ora voi uscite i soldi …. perché a me i soldi mi servono ….”. Quindi “non una semplice figlia, sorella e moglie del mafioso, ma consapevole sodale con posizione di indiscutibile importanza all'interno della compagine mafiosa, ed in particolare nel mandamento mafioso di Castelvetrano”. Un boss che comanda assai ancora oggi. Lo ha posto in rilievo l’avv. Grassa ricordando un paio di intercettazioni, come quelle che hanno carpito un dialogo tra Rosa Santangelo Rosa e Giovanni Santangelo (sorella e fratello della madre di Matteo Messina Denaro): “Rosa …. vedi che lui comanda tutto Palermo, tutta la Sicilia di Trapani, tutta la provincia ...”. Un comando che per l’associazione Libera il boss ha potuto fino a ieri mantenere grazie alla sorella, Patrizia Messina Denaro. Tra Castelvetrano e Mazara del Vallo, si è creata una sorta di “zona franca”.

E’ qui che il boss si nasconde e trova le complicità più utili: “Questa zona – ha evidenziato l’avvocato di parte civile per Libera -  ha assunto le caratteristiche di una vera e propria zona franca, luogo di rifugio sicuro degli uomini d'onore latitanti nonché dei più importanti summit di mafia e crocevia per i traffici illeciti di varia natura”. Un boss imprenditore con le mani sporche del sangue di tanti morti ammazzati. “Attorno a Matteo Messina Denaro – si legge nella conclusionale degli avvocati Rando e Grassa ma si tratta di posizioni sulle quali si riconosce Libera - ruotano importanti assetti economici della consorteria mafiosa che si inserisce nel settore delle energie alternative, nella costruzione di punti di ristorazione e nel settore della grande distribuzione”. Nella grande distribuzione bisogna cercare l’occasione di forte rilancio del predominio mafioso “targato” Matteo Messina Denaro. Grande distribuzione cioè gli ex despar di Giuseppe Grigoli, con Matteo Messina denaro condannato già in via definitiva. “Giuseppe Grigoli – hanno proseguito gli avvocati di Libera - rappresenta oggi il chiaro esempio di come si sia trasformata nel tempo la strategia di “cosa nostra”, e come oggi si delinea la nuova morfologia del potere mafioso, non più e solo la mafia che si impone sic et simpliciter agli imprenditori, ma essa stessa diventa impresa, anche se, ancora,  intreccia connivenze e collusioni utili con la cd. “zona grigia” per penetrare nel mercato legale. E’ illuminante quanto emerge dalla sentenza di condanna a carico del Grigoli Giuseppe…lo stesso veniva considerato in tutti gli ambienti di cosa nostra come un soggetto intoccabile, un soggetto il cui ingente patrimonio accumulato veniva, senza alcun dubbio, considerato di proprietà del noto latitante Matteo Messina Denaro”. E Grigoli oggi in carcere è un detenuto che Cosa nostra non potrà mai dimenticare, un suo pentimento (parola di Patrizia Messina Denaro, intercettata a parlare col marito Vincenzo Panicola) risulterebbe cosa oltremodo dannosa, “chissu (se parla ndr) fa na catastrofe”.. E però con Grigoli la mafia era pronta ad usare il bastone e la carota: “.... questo zozzo piangeva e parlava con tutti con il picchio. Spero che non sia andato a vomitare ...che uomo! Lo immagini con il picchio? Spazzatura. Gente inutile e schifosa...” Cosa nostra era pronta a passare alle vie di fatto con Grigoli se questi avesse fatto dichiarazioni nei processi; poi ogni cosa si chiarì e Patrizia Messina Denaro veicolò verso il carcere il volere del fratello latitante. Giuseppe Grigoli non andava toccato: “che nessuno lo tocchi... lassatulu stari”. Ferma e decisa è stata l’arringa degli avvocati Rando e Grassa a nome di Libera. Semmai ce ne fosse stato bisogno hanno ricordato a chiare lettere che “anche questo processo ha messo in rilievo un dato di fatto, e cioè che il potere della mafia sta, soprattutto, fuori dalla mafia. Risiede infatti nella capacità di coinvolgere nei propri affari “pezzi” della società civile, del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della politica e delle istituzioni. Il potere della mafia si nutre anzitutto delle cosidette relazioni esterne, che consentono all’associazione di raggiungere i propri scopi mimetizzandosi nel tessuto sociale, rapinando silenziosamente le risorse e i beni comuni e piegando l’interesse pubblico ai propri personali scopi criminali”. Ed ancora: “La crisi economica che attanaglia il nostro territorio avvicina sempre di più gli imprenditori ai lunghi tentacoli dell'organizzazione mafiosa che mira  ad assorbire qualsiasi forma di economia legale per servirsene per i suoi scopi”. Trapani è lo zoccolo duro della mafia sommersa: “Le risultanze processuali hanno reso un quadro ancor più preoccupante – perché tragicamente reale – di cosa significhi, oggi in Italia e nella provincia di Trapani, la presenza di cosa nostra. Nel processo è apparso evidente il potere intimidatorio esercitato dalla mafia su tutti i soggetti che vengono a contatto con essa. E’ emersa una straordinaria capacità di mimetizzazione, che ha consentito il radicamento nel tessuto economico e sociale tramite l’assoggettamento di specifici settori imprenditoriali, i cui interlocutori sono stati sapientemente scelti, tra coloro che si potevano prestare – per opportunità/convenienza o per debolezza – alle esigenze dell’associazione criminale”. “Non potevamo non esserci in questo processo” hanno spiegato i legali al Tribunale “perché Libera da sempre sta dalla parte degli imprenditori che coraggiosamente affrontano percorsi di verità e giustizia, attraverso la denuncia e la testimonianza”. Non si può dimenticare l’appello lanciato da don Luigi Ciotti, Presidente di Libera: “Il grido che abbiamo sempre colto è il bisogno di giustizia e di verità che ciascuno  esprime. Ma io aggiungo che c’è una terza istanza da portare avanti, il bisogno di dignità. Per questo siamo qui, in questa assemblea. Provo una grande commozione salutando tutti, conoscendo le storie, le ferite profonde e la grande capacità di mettere in gioco la vita”, e prosegue: “Per noi quelle persone non sono morte, sono vive attraverso voi che ne avete preso il testimone e andate in giro per le scuole per invitare le persone a mettersi in gioco, a vivere una resistenza nuova…”. Infine il processo in corso a Marsala (per adesso stanno discutendo le difese degli imputati, i pm Guido e Marzella hanno chiesto condanne pesanti a cominciare dai 16 anni invocati per Patrizia Messina Denaro) dimostra come “la mafia siciliana non è fatta solo di grandi boss ma di un’ampia serie di sodali di cui i primi si servono per garantire la tenuta di un sistema che annienta la libertà personale di ogni cittadino siciliano, che, a volte inconsapevolmente, diventa strumento, oltre che vittima, del potere dei clan”. Ancora oggi nonostante tanti utili sforzi e impegni “la violenza con cui si manifesta la mafia  penalizza ogni tentativo di ribellione pacifica, terrorizza le vittime e le fa sentire isolate”. Ma non può più essere così!

In foto: il boss Matteo Messina Denaro in una foto d'archivio

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