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capaci-web4“Cosa nostra movimentò oltre mille chili di tritolo”
di Miriam Cuccu - 23 gennaio 2015
Oltre mille chili di tritolo. È questa la quantità, sottostimata e ridotta per difetto, che Cosa nostra avrebbe movimentato nel giro di un anno e mezzo per le stragi del ’92, ’93, ’94. Ne parlano i periti Claudio Miniero e Marco Vincenti, davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta al processo Capaci bis sull’”attentatuni” che costò la vita del giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta. “Parliamo di una quantità molto rilevante – commenta Minero – da queste conclusioni seguono domande ovvie: dove è stato preso un tale carico? È una questione complessa, dal punto di vista operativo bisogna movimentare l’esplosivo in maniera molto controllata”. L’ipotesi più semplice e anche suffragata da testimonianze, aggiunge il perito, “è l’estrazione dalle bombe”, (un grosso numero se rapportato al totale utilizzato per le stragi) risalenti alla seconda guerra mondiale, che potevano essere di derivazione italiana, angloamericana o tedesca. Questo spiegherebbe la notevole varietà di impurezze ritrovate nel tritolo “generalmente collegabile – precisa Vincenti – alle differenze di produzione”. “Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e il ritrovamento dell’esplosivo sulla Stella Maris – prosegue Minero – ci dicono che i pescatori lo recuperavano e vendevano” dopo aver proceduto all’estrazione “sulle stesse imbarcazioni”.

Miscela tritolo e rdx mai ritrovata: “Una contraddizione solo apparente”
La miscela di tritolo e rdx utilizzata per Capaci e per le altre stragi, composto solitamente proveniente dalle bombe angloamericane e che ha “maggiori capacità esplosive”, non combacia però con i sequestri fatti nei depositi di Cosa nostra: nel ’93 18 chili di esplosivo sul peschereccio Stella Maris, nel ’95 a Termini Imerese 85 chili e a Lo Nigro – il pescatore Cosimo Lo Nigro, imputato in questo processo insieme ai mafiosi di Brancaccio Salvo Madonia, Vittorio Tutino, Lorenzo Tinnirello e Giorgio Pizzo – 125 chili di cui parte in polvere insieme a circa 140 pezzi. Poi Contrada Giambascio a San Giuseppe Jato – nel deposito dell’ex boss Giovanni Brusca – e a Misilmeri nel ’97. “Se aggiungiamo la quantità ritrovata a quella stimata – aggiunge Minero – arriviamo a 13 quintali o anche più”. Ma il ritrovamento di esplosivo consiste in tritolo senza rdx. “Abbiamo ipotizzato una copertura voluta – racconta Manero – ma a fare le analisi sui sequestri e sui residui ritrovati nelle stragi è sempre la stessa dozzina di esperti. E se ci fossero stati errori analitici? Effettivamente c’è qualche piccola inconsistenza dovuta ai tempi”. “Oggi – spiega Vincenti – una volta verificato che un certo componente non c’è si prova ad aggiungere, del valore dell’1 per cento o 1 per mille, per dimostrare che ne avrei trovato la presenza qualora ci fosse stato. Questo al tempo non si faceva. Non sappiamo quale sarebbe stata la minima traccia di rdx che avrebbe dato segnale positivo all’analisi, al di sopra o al di sotto di quale limite si sarebbe trovato o no. Perciò siamo di fronte ad una contraddizione solo apparente”.

L’innesco della bomba: “Brusca sbagliò”
“L’esplosione a Capaci non è stata franca” nel senso che, spiegano i periti, “non ha avuto il massimo rendimento esplosivo” nonostante il tritolo sia stato macinato e ricompattato per evitare “che l’aria rimanesse negli interstizi tra un pezzo di esplosivo e l’altro, impedendo così che l’onda d’urto si propaghi rapidamente”. Minero, parlando dell’accoppiata trasmittente-ricevente usata per la detonazione del tritolo posto sotto l’autostrada, l’ha classificata come uno strumento “da aereo di modellismo, questi oggetti disponibili in commercio possono eseguire operazioni anche molto più complicate, la distanza tra segnale di innesco e ricetrasmittente era compatibile. Con un sistema d’innesco professionale la probabilità di errore sarebbe stata più bassa. Invece Brusca – che a Capaci premette il telecomando – sbagliò, ma questo era insito nel sistema d’innesco usato”, nonostante le ripetute prove fatte a ridosso del 23 maggio ’92. L’errore di Brusca fece sì che la macchina del giudice venne colpita solo in parte, ma questo non impedì a Giovanni Falcone e alla moglie di morire sul colpo per l’impatto. “Non ci stupisce – commentano i due periti – che quella quantità di esplosivo sistemata in quella disposizione abbia prodotto quello che ha prodotto”. Il controesame di Miniero e Vincenti avrà luogo il 25 febbraio. Prossime date calendarizzate dalla Corte il 3 e il 23 dello stesso mese.

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