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pif-web1Intervista a Pif: “Di Matteo assente a Milano simbolicamente devastante”
di Miriam Cuccu
Avete mai provato a immaginare Leoluca Bagarella alle prese con i suoi problemi d’amore, o il Capo dei capi Totò Riina mentre si interfaccia faticosamente con la tecnologia? Sono sempre loro, gli spietati killer di Cosa nostra che negli anni ’80 e ’90 uccisero giornalisti, politici, magistrati, poliziotti e semplici cittadini, fecero saltare in aria le strade di Palermo e, in seguito, di altre città italiane. Eppure sono questi i mafiosi, spogliati di quell’aura di potere creatasi attorno alla loro immagine, che Pif – nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto – ci mostra nel film La mafia uccide solo d’estate. Attraverso gli occhi di Arturo una torrida Palermo – la Palermo di Boris Giuliano, del generale dalla Chiesa, del pool antimafia – si mostra al pubblico con le sue mille contraddizioni, l’omertà e il coraggio, l’odio e l’amore. Pif – regista e co-protagonista – racconta ad AntimafiaDuemila l’importanza di saper ridere della mafia, ma anche di assumersi una responsabilità figlia degli errori commessi nel passato, in un percorso dove ognuno è chiamato a fare la propria parte per contribuire alla sconfitta della mafia.

La mafia uccide solo d'estate è un film che unisce il dramma alla comicità, la Storia alla vita quotidiana. Quanto è stato difficile coniugare questi due aspetti?
Avendo affrontato l'argomento mafia più di una volta ne Il Testimone, il mio programma su Mtv, mi veniva spontaneo raccontarlo in questo modo. Per questo, quando poi è arrivata la possibilità di realizzare un film, non mi sono fatto troppe domande e ho continuato a raccontarlo come ho sempre fatto. Nessuno si era offeso, e questo è stato un ulteriore motivo per andare avanti. Probabilmente anche il fatto di essere palermitano mi “legittima” ad osare di più, a trattare la mafia scherzandoci un po' su.

La sua esperienza come aiuto regista ne I cento passi ha avuto una qualche influenza nella realizzazione del film?
la-mafia-uccideo-solo-destateIn realtà no, perchè quando feci la domanda per fare lo stage a I cento passi sapevo vagamente di cosa trattava il film. Certo, poi mi è servito ugualmente come esperienza: l’aver lavorato ad un film con una piccola produzione, composta però da gente che ci credeva, probabilmente mi ha influenzato inconsciamente.

Quanto è importante saper ridere, e in particolare saper ridere della mafia dal momento che questa si nutre prevalentemente del mito dell'onore e del rispetto che si è costruita intorno?
Diciamo che la mafia non ha proprio il senso dell'umorismo, quindi riuscire a prenderli in giro mi dava una grossa soddisfazione. C’è anche da dire che alcuni episodi presenti nel film riprendono caratteristiche reali dei mafiosi stessi, che io ho inserito in maniera più grottesca rispetto a quello che accadeva realmente. Ad esempio, è vero che Leoluca Bagarella, tra i più spietati killer di Cosa nostra, era innamorato di Ivana Spagna e la voleva rapire.
E’ un modo con il quale mi piace prendere in giro chi poi ci ha rovinato la vita. Una volta si moriva per una cosa del genere, come è successo nel caso di Peppino Impastato. Oggi grazie a persone come lui posso permettermi di farlo senza rischiare la vita.

Secondo lei il modo in cui a volte viene dipinta la mafia, nel piccolo come nel grande schermo, contribuisce ad alimentare questo mito, del quale sembrano essere i più giovani i primi a rimanerne “incantati”?
Purtroppo la tendenza c'è perché la mafia dal punto di vista cinematografico è una gran bella cosa: ha gli estremi, c'è la passione, c'è il sangue, l'amicizia, il tradimento. Si tende spesso a mitizzarla ma in realtà è sbagliato ricorrere all’uso del mito tanto con la mafia quanto con chi la mafia l'ha combattuta, perché in questo modo non ci si assume le proprie responsabilità. Quando si pensa a Paolo Borsellino come a un supereroe, a un mito inarrivabile, è come dire “io non riuscirò mai ad arrivare dove sono arrivati loro”. Borsellino era invece una persona umana come noi, con i suoi pregi e difetti, e così bisogna ricordare chi ha lottato contro la criminalità organizzata, la loro normalità me li rende più straordinari. Lo stesso vale per i mafiosi, bisogna rappresentarli in maniera umana. Normalizzare il bene e il male permette di comprendere quanto da una parte il bene è stato eccezionale e quanto, a suo modo, lo è stato anche il male.

Una grande soddisfazione è data sicuramente dal fatto di aver girato a Palermo senza dover pagare il pizzo. Ci racconta com'è andata?
Storicamente è tradizione che tutte le produzioni che hanno luogo a Palermo paghino il pizzo. Oggi i mafiosi non chiedono più dei soldi per girare in un determinato quartiere ma costringono la-mafia-uccide-solo-d-estate-lucca-comicspiuttosto ad assumere il loro macchinista, il loro elettricista, il catering, una ditta particolare. Io non volevo farlo, non potevo elogiare con il mio film le persone che non pagano il pizzo per poi farlo quando tocca a me, a maggior ragione vista la natura de La mafia uccide solo d’estate. Mi sono fatto forza grazie anche all’appoggio del comitato di Addiopizzo e al pensiero degli 800 commercianti che hanno dichiarato di non volere piegarsi al racket. L'aver manifestato a tutti che questa era la nostra intenzione ci ha reso probabilmente più forti, e alla fine sono riuscito a girare quattro settimane a Palermo senza mai pagare il pizzo.

Il film è anche un omaggio a quei poliziotti, giornalisti e magistrati che negli anni '80 e '90 hanno sacrificato la vita per vedere, un giorno, la mafia sconfitta. Facendo un passo in avanti, dalle stragi del '92 e '93 sono scaturiti processi ancora in corso, come quello sulla trattativa Stato-mafia. Che opinione si è fatto in merito?
La trattativa c'è stata e la sensazione è che qualcuno sia rimasto con il cerino in mano, anche se la decisione di trattare con la mafia è stata presa da più persone. Che lo Stato sia in trattativa con la mafia non è una novità, questo si capisce anche da processi passati come il processo Andreotti – il quale ebbe rapporti con Cosa nostra almeno fino al 1980, ndr – dove si dice chiaramente che si reca a Palermo per parlare con il capomafia Stefano Bontate per parlare dell'omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.
Riguardo al processo trattativa, mi sembra tra l’altro incredibile che Totò Riina lanci un messaggio dicendo che si potrebbe colpire Nino Di Matteo mentre va in procura – “E’ tutto pronto, e lo faremo in modo eclatante” ha detto il capomafia corleonese dal carcere parlando del pm Di Matteo con un boss della Sacra Corona Unita, perché tanto “sempre al processo deve venire”, ndr – e lo Stato italiano decida di annullare la presenza del magistrato al processo – in trasferta a Milano nei giorni 11, 12 e 13 dicembre per l’esame dell’imputato e collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, ndr –. la-mafia-uccide-solo-d-estate-pif-capotPer me è simbolicamente devastante: significa che ancora una volta Totò Riina, pur essendo in carcere da vent'anni, continua a comandare e ad impaurire lo Stato. Questo dimostra che è la mafia ad essere più forte. Se io fossi il Presidente del Consiglio o il Ministro degli Interni piuttosto che impedire a Di Matteo di presenziare al processo trasferirei una caserma di soldati, ma non possiamo farci spaventare ancora da Riina.

Le minacce captate da Totò Riina fanno appunto temere il rischio di nuove stragi. Quali sono secondo lei le priorità per evitare che accadano?
Lo Stato deve dimostrare di essere più forte, la lotta deve continuare sempre e comunque, non possiamo andare avanti ad emergenze, come succede spesso in questo Paese. Proprio perchè in questo momento la mafia è meno potente di allora, lo Stato deve essere presente, deve fare ogni giorno il proprio lavoro senza aspettare di vedere morti ammazzati. Il Maxiprocesso è stato la dimostrazione che lo Stato, quando si impegna, riesce a sconfiggere la mafia. Bisogna però ricordare che l'emergenza mafia non è mai finita, il fatto che non si faccia più sentire significa che è ancora più pericolosa perché più subdola. Bisognerebbe lavorare come se fosse sempre il 24 maggio del 1992, come se fosse il giorno dopo di un attentato, e forse mantenendo viva l'attenzione si potrà essere pronti non solo a rispondere ma anche ad anticipare le mosse della mafia. In altri tempi, quando ammazzarono Chinnici, già qualche giorno prima si sapeva che la mafia voleva uccidere i magistrati, la stessa cosa vale per Borsellino. Forse finalmente lo Stato ha capito che deve intervenire prima.

Crede che a distanza di oltre vent'anni la società civile abbia acquistato una coscienza e consapevolezza tale da schierarsi al fianco dei magistrati che lottano contro la mafia? Che differenze riscontra con il sostegno che per un certo periodo c'è stato attorno al pool antimafia del Maxiprocesso?
Allora per la gente la mafia non era un problema e i giudici la combattevano per una battaglia personale. Nel film, ad esempio, cito la lettera della signora Santoro, vicina di casa di Falcone, la quale si lamentava – in una lettera pubblicata la-mafia-uccide-solo-d-estate-bsda Il Giornale di Sicilia, ndr – dell’impossibilità di seguire un programma televisivo a causa delle sirene delle auto di polizia che scortavano i giudici. Adesso, ringraziando il cielo, nessuno avrebbe più il coraggio di scrivere una cosa del genere perché la mentalità è cambiata. Finalmente abbiamo capito che i giudici combattono la mafia per il bene di tutti, questo ha cambiato la prospettiva di tutta la società. In questo senso le cose sono cambiate in meglio, il sostegno è più presente.

Che ricordo ha della Palermo e dei palermitani degli anni '80 e '90?
Ricordo una Palermo infastidita dai giudici. I palermitani, più che negare la mafia, negavano la sua pericolosità. Finchè i mafiosi si scannavano tra di loro lo si giustificava con l’esplosione di una guerra di mafia, mentre quando ammazzavano qualcuno che non era mafioso ci si inventava sempre un alibi: debiti di gioco, relazioni con donne sposate… esisteva la convinzione che se tu non disturbi la mafia, la mafia non disturba te, e questo le ha lasciato campo libero.

Nella sua infanzia Arturo, il protagonista del film, suo malgrado si interfaccia in qualche modo con i mafiosi, seppure in situazioni spesso comiche. Oggi, invece, cosa sa davvero della mafia un bambino nato e cresciuto nelle strade di Palermo?
I bambini di oggi sono figli di genitori che, quando nel ’92 sono esplose le bombe a Capaci e in via D’Amelio, avevano vent’anni. I loro figli sicuramente non hanno avuto la stessa educazione che abbiamo avuto noi, cresciuti da famiglie che avevano un’altra mentalità. Un bambino di oggi vive meglio rispetto agli anni in cui è cresciuto Arturo. Fortunatamente oggi a Palermo ai più giovani fanno vedere film come I cento passi, e spero che facciano vedere anche il mio.

Con il suo film cosa spera di trasmettere al pubblico, cosa potrà lasciare il segno delle storie da lei raccontate?
Ne La mafia uccide solo d’estate ho voluto raccontare gli errori che sono stati commessi in passato, la speranza è quindi quella che non si ripetano più, che non si neghi più il pericolo della mafia o la sua esistenza. Questo vale soprattutto per l’Italia del nord, dove ci sono politici che tuttora fanno finta che la mafia non esista o la sottovalutano, ridimensionando il problema. Sotto questo punto di vista le loro dichiarazioni fanno capire che nemmeno questo è servito.

“La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani avrà un inizio e anche una fine” diceva Giovanni Falcone. Cosa ne pensa?
Ne sono assolutamente convinto. Noi probabilmente non riusciremo a vedere il giorno in cui non ci sarà più la mafia, questo lo metto in conto, però sicuramente possiamo contribuire per far arrivare quel giorno al più presto. Non saremo noi a vederlo perché ci vorrà del tempo, però possiamo senza dubbio migliorare le cose per contribuire alla totale sconfitta della mafia.

11 dicembre 2013

VIDEO La mafia uccide solo d'estate - Trailer ufficiale

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