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cattafi-rosario-webIn un nastro la verità sui 41 bis non rinnovati nel 1993?
di Aaron Pettinari - 5 ottobre 2012
Quella che era una voce sembra trovare le prime conferme. Le rivelazioni dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, recentemente arrestato nell’ambito dell’operazione “Gotha 3” e ritenuto ‘un colletto bianco’ della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (nonché trait d’union tra Cosa Nostra, la politica, la massoneria coperta e gli ambienti dei servizi segreti), entrano prorompenti nell'ambito dell'inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia.

Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene sono andati a Messina in trasferta proprio per interrogarlo in merito alle rivelazioni fatte alla procura messinese immediatamente dopo l'arresto. Cattafi avrebbe infatti raccontato dei suoi rapporti con uno dei personaggi chiave della trattativa, l’ex vicecapo del Dap Francesco Di Maggio, ritenuto uno dei principali artefici, nel 1993, della revoca del carcere duro a oltre 300 mafiosi (segnale che, secondo l’accusa, sarebbe stato lanciato ai clan per favorire la trattativa che avrebbe dovuto fare cessare le stragi mafiose).
E proprio l'alleggerimento del 41 bis è uno degli oggetti principali dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia che approderà per la prima volta in un'aula di giustizia il prossimo 29 ottobre, quando davanti al gup Piergiorgio Morosini si terrà la prima udienza preliminare.
Ai magistrati palermitani e messinesi Cattafi avrebbe anche confermato di essere in possesso delle registrazioni di due conversazioni avute con Di Maggio, di esser pronto a consegnarle e di aver avuto da questi un incarico preciso.
Ciò sarebbe avvenuto durante il periodo di detenzione, dopo che era finito coinvolto nell’inchiesta sull’autoparco via Salomone a Milano, in cui era stata messa in piedi un'organizzazione criminale con membri di Cosa nostra e 'Ndrangheta impegnati nel riciclaggio e nello spaccio di droga. Chiaramente i verbali dell'interrogatorio sono stati secretati.
Cattafi, nei giorni scorsi sottoposto al regime di carcere duro dopo la firma del Ministro della Giustizia Paola Severino, è un personaggio quantomeno enigmatico. Ex militante dell'estrema destra, l’avvocato spesso è stato ritenuto esponente di spicco di Cosa Nostra barcellonese pur riuscendo ad uscire pulito dalle vicende giudiziarie che lo avevano riguardato per diversi anni. Un rapporto del Gico della Guardia di Finanza qualche anno fa (nel 1996) tracciò il profilo criminale di Cattafi, una “figura di indubbia rilevanza investigativa che si eleva sulle altre in quanto è evidente scrigno di conoscenza di meccanismi perversi dell'apparato statale e cioè di quelle cose 'delicatissime', come egli usa definirle”.
Ad accusarlo vi sono stati diversi collaboratori di giustizia come Carmelo Bisognano che lo descriveva come “Il numero uno, il contatto diretto con le istituzioni deviate, la politica, la pubblica amministrazione, la magistratura e le forze dell’ordine”. Di lui ha parlato anche l'ex killer catanese oggi pentito Maurizio Avola indicandolo come un uomo potente, addirittura “più importante degli altri uomini d’onore perché eravamo convinti che fosse legato ai servizi segreti e anche alla massoneria. Rappresentava l’anello di congiunzione tra la mafia e il potere occulto”. Il primo però a parlare di lui è stato il pentito Angelo Epaminonda, che lo indicava come affiliato alla famiglia mafiosa di Nitto Santapaola a Catania già dal 1984. Caso vuole che sulle dichiarazioni di Epaminonda ha indagato lo stesso Di Maggio, con l'inchiesta che di fatto si perse senza nulla di concreto.
Nel 1993, oltre che nella vicenda sull'autoparco, il suo nome finì nell’inchiesta della procura di Palermo sui “Sistemi criminali”, che vede coinvolti massoneria deviata ed estremisti di destra in un progetto golpista preparato fin dal 1991.
Vicino alle attività della Corda Frates, l’associazione di Barcellona Pozzo di Gotto presieduta dal procuratore generale di Messina Franco Cassata, sotto processo per diffamazione aggravata a Reggio Calabria, Cattafi viene considerato dall’antimafia messinese come “una figura inquietante, quanto mai sfuggente ed enigmatica, dotata di sorprendenti attitudini relazionali e di non comuni abilità”. Nel marzo dell’anno scorso la Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Messina gli sequestrò un patrimonio di sette milioni di euro ed il 24 luglio scorso venne arrestato con l’accusa di essere lui il vero boss della mafia messinese.

In foto: Rosario Cattafi

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