Le mafie prima industria oggi muovono 150 miliardi. Un fiume di denaro proveniente in maggior parte dai traffici di droga e armi
di Enrico Bellavia e Pietro Grasso - 7 novembre 2011
Non ha odore e non riposa mai. È il denaro delle mafie, corre veloce, cambia posto di continuo e quando si materializza è irriconoscibile. Profuma di fresco e di pulito, candeggiato dopo decine di transazioni, ricompare in circolo come linfa buona per nuovi affari.
Rintracciarlo nei forzieri dove sta in ammollo prima di finire nella centrifuga degli scambi e degli acquisti, delle cessioni e delle vendite, è la sfida del nuovo millennio. Governi, non tutti, e analisti si ingegnano a trovare soluzioni, ma dall´altra parte un sistema vive di quei soldi e sa di non poterne fare a meno. È il sistema dell´economia parallela, che si muove nell´ombra per difendere quella fetta di fortuna alla quale deve la propria esistenza e sopravvivenza.
Ma il denaro delle mafie non alimenta un circuito chiuso, non genera soltanto nuovi e redditizi traffici criminali. Il riciclaggio non è un accessorio dei reati, non è la parte terminale di un traffico, è il pilastro sul quale sempre di più le organizzazioni criminali edificano le loro opere. I grandi gruppi avviano un´attività solo nella consapevolezza di potere ripulire i proventi. Con i soldi della droga, senza altre mediazioni, si può comprare soltanto altra droga. Gli utili, però, sono alti, i rischi di impresa calcolati e per ogni organizzazione c´è la necessità di immettere quei liquidi nell´economia sana. Così quel denaro entra nel circuito legale. Si annida dietro formidabili scalate, ascese di tycoon rampanti, sta a difesa dei patrimoni di manager in grisaglia, fa sempre più spesso capolino in Borsa.
Rappresenta una holding con migliaia di partecipate e collegate, ha diramazioni in tutto il mondo e schiere di professionisti e consulenti che lavorano per cancellare le tracce della provenienza di quei soldi e per individuare nuove opportunità di investimento. L´economia criminale, lo ha ricordato l´ex magistrato Giuliano Turone, è protesa verso la conquista illegale di spazi di potere economico e inquina il tessuto produttivo e gli assetti istituzionali dei Paesi in cui opera.
In un sistema corrotto non c´è più spazio per la libera concorrenza, saltano le regole, i valori sono falsati, si creano posizioni dominanti, le istituzioni subiscono effetti che non governano. Il denaro delle mafie, semmai, si apposta comodo nei settori più moderni del mercato, dall´energia al riciclo dei rifiuti, e sconvolge anche lì le regole.
Dal riciclaggio spicciolo, dal reinvestimento nel mattone, fino alla creazione di fiduciarie estere, la movimentazione delle fortune dei boss è una parte rilevante dell´economia planetaria.
Secondo il Fondo monetario internazionale il denaro sporco muove tra il 3 e il 5% del Pil del pianeta, pari a una cifra che oscilla tra 600 e 1500 miliardi di dollari solo negli Usa, come dire: l´intera economia italiana. Lo studioso americano Dale Scott, ex diplomatico ed ex insegnante a Berkeley, nel suo American War Machine, citando fonti del Senato Usa, sostiene che il riciclaggio bancario muoverebbe tra 500 miliardi e 1000 miliardi di dollari, con la metà incanalati verso il circuito bancario americano.
La gran parte proverrebbe proprio dal traffico di droga che è appena dopo il petrolio e prima del commercio di armi per volume di traffici. In Italia, ogni giorno, l´industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni l´ora, 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo. Bankitalia stima che rappresenti da sola il 10% del Pil. Con un fatturato di 150 miliardi di euro, dunque, la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese, davanti a un colosso come Eni, che con i suoi 120 miliardi è in cima alle classifiche della produzione italiana e tra le venti maggiori imprese internazionali. La massa dei capitali sporchi stacca di quasi un terzo il primo polo bancario nazionale, Unicredit, fermo a 92 miliardi, ed è tre volte più grande di un´azienda di credito come Intesa San Paolo.
(stralcio tratto l´introduzione del volume "Soldi sporchi", di Pietro Grasso con Enrico Bellavia)
Tratto da: La Repubblica