Palermo è ripiombata per qualche minuto negli anni più feroci della guerra di mafia, quando le raffiche di mitra scandivano la vita dei quartieri e i killer sparavano in mezzo alla folla. Stavolta il morto non c’è stato solo per caso, ma le immagini registrate dalle telecamere raccontano una scena da far west urbano: giovani armati che inseguono il bersaglio tra le persone, sparano senza fermarsi, seminano il panico e colpiscono anche una donna rimasta ferita durante l’agguato.
Al centro del raid c’era Danilo D’Ignoti, piccolo spacciatore considerato vicino alla famiglia mafiosa dell’Acquasanta. In poche ore la squadra mobile guidata da Antonio Sfameni ha fermato Giovanni e Salvatore Gioè, di 20 e 21 anni, insieme a Rosario Sposito, di 35. Un commando giovanissimo, cresciuto in un contesto criminale dove ormai il confine tra baby gang e mafia tradizionale appare sempre più sottile.
La scintilla sarebbe scattata dopo una raffica di kalashnikov esplosa mercoledì notte contro l’abitazione della famiglia Gioè-Sposito. Un avvertimento, forse legato a un debito di droga non saldato. Il giorno successivo la risposta è arrivata a colpi di pistola, in pieno giorno, nel cuore della città. La procura parla apertamente di “escalation di atti di violenza”, mentre i magistrati Alessandro Macaluso e Francesca Mazzocco hanno chiesto la convalida del fermo dei tre indagati.
Le immagini raccolte dagli investigatori mostrano un livello di violenza inquietante. In via Don Minzoni un uomo scende da un’auto bianca e spara con un kalashnikov. Poco dopo altre telecamere riprendono due moto con quattro persone a bordo mentre inseguono D’Ignoti. Giovanni Gioè e Rosario Sposito si fanno spazio tra la folla e aprono il fuoco. Per la procura si tratta di “soggetti dediti al crimine e profondamente incardinati nell’ambito della criminalità della zona Fiera-Acquasanta”.
Ma dietro questa nuova ondata di sangue c’è soprattutto un cambio generazionale dentro Cosa nostra. Le vecchie regole sembrano lasciare spazio a giovani armati, impulsivi, cresciuti nel traffico di droga e pronti a usare il mitra come strumento ordinario di controllo del territorio. Sono i nuovi “falchi” dell’organizzazione: ragazzi che puntano al dominio immediato delle piazze di spaccio e alla gestione violenta degli affari criminali. Una mafia più veloce, più istintiva e meno interessata alla mediazione silenziosa dei boss storici.
Gli investigatori ritengono che questi gruppi possano essere nati autonomamente nei quartieri popolari, magari tra i palazzoni dello Zen, per poi finire sotto l’influenza delle famiglie mafiose tradizionali. Ed è proprio questo il punto più preoccupante: la saldatura tra giovani criminali pronti a sparare e i vecchi equilibri di Cosa nostra. Perché se i boss continuano a mantenere il controllo economico e strategico, sono sempre più spesso ragazzi di vent’anni a impugnare le armi e a imporre il potere con la violenza.
D’Ignoti non è un nome nuovo negli ambienti investigativi. Dieci anni fa il boss dell’Acquasanta Giovanni Ferrante lo aggredì per un debito non pagato: “Te lo vuoi levare il vizio? urlò – Vattene e non ti fare più vedere in via Montalbo”. Ferrante venne poi arrestato, mentre D’Ignoti fu assolto in appello. Oggi però gli investigatori sospettano che possa avere avuto un ruolo nell’escalation di violenza o quantomeno nei rapporti che hanno portato alla comparsa del kalashnikov nelle strade di Palermo.
Le ipotesi sono diverse: forse D’Ignoti avrebbe chiesto aiuto ad ambienti mafiosi più pesanti per recuperare un credito; forse qualcuno gli avrebbe messo a disposizione il fucile d’assalto. Di certo, secondo chi indaga, non sarebbe lui l’uomo che si vede sparare nelle immagini di via Don Minzoni. Resta quindi da capire chi siano davvero i giovani della banda del kalashnikov e soprattutto chi li stia guidando.
Gli episodi armati si sono concentrati tra il mandamento mafioso di San Lorenzo-Tommaso Natale e quello di Resuttana, territori storicamente controllati da famiglie influenti e da boss tornati in libertà negli ultimi anni. Ma oggi, più delle vecchie gerarchie, a pesare sono proprio questi ragazzi cresciuti nella cultura della violenza immediata. Giovani con il mitra in mano che sembrano voler conquistare pezzi di Cosa nostra imponendo paura e dominio nelle strade di Palermo.
Fonte: la Repubblica
Palermo, i ragazzi del kalashnikov: la nuova generazione armata che guarda a Cosa nostra
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