In migliaia al corteo partito da Piana degli Albanesi per ricordare la strage. Cgil Palermo: “Il fascismo globale produce apartheid sociale”
Portella della Ginestra è un luogo simbolo che ancora oggi richiama responsabilità e memoria, soprattutto in una fase difficile per il mondo del lavoro nel nostro Paese. Qui il 1° maggio 1947, nella giornata dei lavoratori, undici persone - tra contadini, donne e bambini - vennero trucidati dai colpi di fucile sparati dai monti che circondano la vallata, nel territorio di Piana degli Albanesi a pochi km da Palermo, mentre 2 mila manifestanti si erano riuniti per rivendicare l'occupazione delle terre e festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali. Una carneficina ancora avvolta nel mistero che attende piena verità e giustizia. Portella della Ginestra è la prima strage della nostra Repubblica (clicca qui per l’approfondimento). Il titolo del corteo che quest'anno la Cgil Palermo ha organizzato assieme alla Fillea Cgil, la categoria degli edili, è “Pace, democrazia, salute e sicurezza, costituzione”. Sono le stesse parole d’ordine e le stesse urgenze di allora.
“La lotta dei caduti a Portella della Ginestra è una lotta ancora attuale, lotta per un lavoro stabile e sicuro che continua nella difesa della sanità pubblica, nella pace, nell’uguaglianza, nei diritti delle donne”, afferma Chiara Sciortino dell'associazione familiari di Portella, dopo l’arrivo del corteo partito da Piana degli Albanesi. “I nomi delle vittime della strage sono incise nella pietra ma il loro esempio deve essere inciso nelle nostre battaglia e nel nostro modo di stare ogni giorno dalla parte giusta della storia”. Attorno al Sasso di Barbato, dove sono incisi i nomi dei caduti, hanno preso parola Maria Modica, responsabile della Camera del Lavoro di Piana degli Albanesi, il segretario generale Cgil Palermo Mario Ridulfo e il segretario generale della Fillea Cgil nazionale Antonio Di Franco.
“Su queste pietre risiedono le ragioni più profonde del diritto al lavoro, alla libertà, all’uguaglianza, alla pace”, dichiara Mario Ridulfo. “Questo 1° maggio è una giornata di lotta che dura da più di un secolo e richiama i valori fondamentali della nostra Costituzione”. “Tutti noi stiamo vivendo una fase difficile della storia del Paese e del mondo”, prosegue Ridulfo, “segnata da guerre e violenze sempre più spesso giustificate come strumenti di risoluzione dei conflitti”.
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“Le storie delle persone a Gaza, in Iran, in Ucraina e in molte parti dell’Africa rappresentano il pavimento dell’orrore”, afferma, “un orrore aggravato dall’indifferenza del potere e da un capitalismo amorale”. “Il mondo, in mano a pochi dominatori, resta in piedi grazie alla solidarietà delle persone”, aggiunge il sindacalista ricordando l’arresto dei 175 volontari della Global Sumud Flotilla abbordati dalla marina israeliana al largo della Grecia. “Ma la speranza nel cambiamento ha bisogno di resistenza: non possiamo permetterci né indifferenza né rassegnazione”. “Le tragedie di guerre, persecuzioni e genocidi nascono da ideologie suprematiste”, sottolinea Ridulfo. “Sono le stesse logiche che hanno attraversato la storia, dalla tratta degli schiavi fino alle grandi tragedie del Novecento, e che ancora oggi producono disuguaglianze profonde”. “Viviamo in un mondo in cui pochi detengono ricchezze immense mentre milioni di persone restano indietro, e anche in Italia questa frattura è sempre più evidente”. “La sicurezza non è solo difendere i confini, ma ridurre le divisioni sociali e di genere”, prosegue, “in un contesto in cui anche l’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro”. “La democrazia si fonda sull’uguaglianza, ma quando produce disuguaglianza si svuota e rischia di ridursi a un semplice metodo di governo”. “La subordinazione della politica ai mercati colpisce lavoratori e fragili e favorisce i potenti" mentre "Il fascismo globale produce apartheid sociale”, denuncia Ridulfo. “È il lavoro a essere il fondamento della nostra Costituzione e della nostra democrazia: senza di esso, il potere diventa prima burocrazia e poi oligarchia”. “Per questo, ancora oggi, l’obiettivo del 1° maggio è restituire potere a chi lavora”, conclude.
Foto © ACFB
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