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Anche il boss Salvatore Rotolo, killer del professore Paolo Giaccone (in foto), è stato ritenuto "detenuto modello" e per questo nei mesi scorsi è tornato a Palermo in permesso premio. Un ritorno in città che sembrava segnare una distanza definitiva dal passato criminale, rafforzata dal fatto che oggi Rotolo non è più nemmeno ristretto nel circuito dell’alta sorveglianza nel carcere di Porto Azzurro. Eppure, proprio mentre il suo percorso penitenziario veniva indicato come esemplare, emergono elementi che raccontano una realtà ben diversa.
Secondo l’ultima indagine della procura, il 28 dicembre 2024, durante quel permesso natalizio trascorso in Sicilia, il boss avrebbe partecipato a una riunione di mafia. Le immagini di una telecamera documentano l’incontro: tra i presenti figurano Antonino Spadaro e Saverio Marchese, poi arrestati nel blitz che ha portato in carcere 32 persone tra Brancaccio e Corso dei Mille, oltre ad altri due pregiudicati. Una settimana dopo, un’inchiesta giornalistica rese pubblico il permesso premio concesso ad “Anatredda”, soprannome con cui è noto il 68enne killer.
Il quadro stride con le valutazioni che avevano consentito il beneficio. Dal 2019, infatti, anche i mafiosi ergastolani possono accedere a misure premiali, in base a quanto stabilito dalla Corte costituzionale, a condizione che siano escluse “l’attualità della partecipazione all’associazione criminale” e “il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata”. Nel provvedimento del giudice di sorveglianza viene citata la questura di Catania, nonostante Rotolo sia storicamente legato a Palermo. Fatto che evidenza possibili errori o incongruenze nei pareri raccolti.
E pensare che, quarant’anni fa, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino lo descrivevano come “uno dei più freddi e spietati killer della cosca di Filippo Marchese”. Un giudizio che affondava nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Vincenzo Sinagra, che indicavano Rotolo anche come figura di collegamento tra ambienti mafiosi e professionali: “Funge da tramite tra l’avvocato Chiaracane e Filippo Marchese”.
Quel Marchese, boss di primo piano di Palermo, fu eliminato dai Corleonesi; l’avvocato Salvatore Chiaracane, invece, figura emblematica della cosiddetta “mafia pulita”, venne condannato al maxiprocesso ma nel frattempo era fuggito in Venezuela, dove morì. Di lui scriveva il pool antimafia: “Come tanti industriali, medici e professionisti, è il classico esempio di mafia pulita, non meno pericolosa di quella armata”.
Resta irrisolto anche un altro interrogativo, che tocca direttamente l’omicidio Giaccone. Fu proprio Chiaracane l’avvocato che, pochi giorni prima del delitto, minacciò il medico legale? “Un giorno sentii mio marito urlare – raccontò la moglie di Giaccone – ‘Avvocato, queste cose a me non si debbono chiedere’. E chiuse la conversazione”. È uno dei segreti meglio custoditi di Palermo. E forse, ancora oggi, Salvatore Rotoloconosce quella verità.

Fonte: la Repubblica

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