La morte di Bruno Contrada riapre ferite mai rimarginate nella storia delle stragi e dei misteri italiani. Lo è per Nino Morana Agostino, nipote di Nino Agostino e di Vincenzo Agostino: famiglia che da decenni chiede verità sull’omicidio del giovane agente del commissariato San Lorenzo e della moglie Ida Castelluccio assassinati il 5 agosto ’89 a Villagrazia di Carini. Intervistato da Francesco Patanè per Repubblica Palermo, il giovane studente di Giurisprudenza esprime amarezza e timore: la scomparsa dell’ex funzionario dello Stato potrebbe portare con sé altri frammenti di verità mai raccontata.
"Sono amareggiato e sempre più sconfortato perché con la morte di Bruno Contrada diventa sempre più concreta la possibilità che questo Paese sia destinato a conoscere solo mezze verità", afferma. Per Morana Agostino la scomparsa dell’ex dirigente della polizia e dei servizi segreti segna la perdita di uno dei possibili custodi di informazioni su quella stagione drammatica segnata da mafia, depistaggi e rapporti opachi tra criminalità e pezzi delle istituzioni. "Ho pensato ai miei nonni che hanno lottato per 35 anni per avere giustizia – racconta – ho chiamato i miei genitori. Sono rimasto turbato, perché uno dei principali custodi della verità se n’è andato senza dare il suo contributo a svelare i rapporti fra mafia e pezzi dello Stato".
Morana Agostino, all’ultimo anno di Giurisprudenza, coltiva un obiettivo preciso: entrare in polizia e indossare la stessa divisa dello zio Nino, assassinato nel 1989 insieme alla moglie Ida Castelluccio. Una scelta che nasce da una storia familiare segnata dal dolore e dalla ricerca della verità. E proprio in questo contesto si inseriscono le sue parole su Contrada. L’ex funzionario non è mai stato indagato per quell’omicidio, ma per il nipote del poliziotto ucciso resta una figura che avrebbe potuto contribuire a chiarire molte zone d’ombra.
"Io rispetto il grande dolore che in questo momento vive la famiglia di Contrada – sottolinea – ma questo non cambia i fatti". Secondo Morana Agostino, Contrada "sapeva e ha scelto di non parlare, di minimizzare, di non aiutare nella ricerca della verità". Un riferimento al ruolo che l’ex dirigente ricopriva all’interno degli apparati dello Stato impegnati nella lotta alla mafia e ai rapporti che intratteneva con alcune persone poi finite sotto indagine.
Nel dibattito politico, soprattutto nel centrodestra, la morte di Contrada è stata accompagnata da dichiarazioni che lo descrivono come un martire della giustizia. Una narrazione che il nipote di Agostino respinge con fermezza. "Penso che dovrebbero leggersi le sentenze", afferma, citando in particolare quella che ha condannato all’ergastolo in primo grado Gaetano Scotto per l’omicidio dello zio. In quel processo sono emersi elementi che riguardano anche la figura di Guido Paolilli, il poliziotto che per primo indirizzò le indagini verso una pista passionale e che – secondo le ricostruzioni processuali – avrebbe strappato gli appunti dell’agente Agostino. "Per nascondere tutto quello che aveva scoperto. E Contrada sapeva. Sapeva tutto e ha sempre minimizzato", sostiene.
Morana Agostino critica duramente anche l’utilizzo della vicenda di Contrada nel dibattito politico e referendario sulla giustizia. "È vergognoso che si arrivi a tanto, a considerarlo una vittima della giustizia", dice. A suo giudizio non ci sarebbe stato alcun errore giudiziario nel suo caso, ma soltanto questioni legate all’interpretazione delle norme. Il giovane richiama poi altre pagine oscure della storia italiana: l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, quello dello zio e della zia, fino alle stragi mafiose dei primi anni Novanta. "Tutte tragedie senza una verità piena".
A rafforzare i suoi dubbi contribuiscono anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, che negli anni hanno parlato di presunti rapporti tra Contrada e ambienti mafiosi. Tra questi il pentito Vito Galatolo, che di recente avrebbe ribadito in aula la presenza di Contrada in vicolo Pipitone, luogo legato agli incontri con il boss di Resuttana. "Mi chiedo cosa spinge un pentito a continuare a dire in aula che Contrada incontrava il capomandamento se non fosse la verità", osserva Morana Agostino. "Sono passati 37 anni, molti dei protagonisti sono morti. Non c’è più nulla da difendere. Se non fosse vero mi aspetterei che almeno uno cambiasse versione".
Il giovane non nasconde neppure la propria posizione nel dibattito sul referendum sulla giustizia. "Mi sono speso in questi mesi per le ragioni del No", spiega, sostenendo che la riforma proposta non migliorerebbe né i tempi né la qualità delle decisioni giudiziarie e non porterebbe benefici ai cittadini. Al tempo stesso critica gli attacchi alla magistratura e i tentativi di delegittimarla.
Morana Agostino racconta di aver incrociato Contrada una sola volta, da lontano, nell’aula bunker durante il processo sugli omicidi dei suoi zii. Un incontro fugace che non ha lasciato spazio a confronti diretti. "Onestamente più che con lui vorrei confrontarmi con Scotto, Madonia, La Barbera o Paolilli. Li vorrei guardare negli occhi", dice, riferendosi ai protagonisti di una vicenda che ancora oggi lascia interrogativi aperti.
Di alcuni di loro non è più possibile. Due sono detenuti al regime di carcere duro, uno è morto. Ma su una persona Morana Agostino continua a nutrire una richiesta precisa: "Vorrei che finalmente ci dica cosa ha scritto mio zio nei suoi appunti e dove li ha messi, se non li ha distrutti. Lo faccia almeno per la storia". Perché, dopo quasi quattro decenni, la battaglia della famiglia Agostino resta la stessa: ottenere una verità piena su una delle pagine più oscure della lotta alla mafia in Italia.
Foto © Jamil El Sadi
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