Il giornalista denuncia i tentativi di riscrittura delle sentenze sui fatti eclatanti di mafia ad opera della maggioranza, favoriti dal trascorrere del tempo
“La ricerca della verità sulle stragi mafiose oggi è ferma a un punto critico”. A dirlo, intervistato dal canale YouTube “Lumen”, è Attilio Bolzoni. Il giornalista e scrittore afferma che dopo anni di lavoro condiviso tra magistrati, giornalisti e storici, il tempo trascorso dagli anni delle stragi avrebbe progressivamente indebolito la memoria collettiva. “Alla domanda a che punto siamo rispetto alla ricerca della verità sulle stragi, rispondo che siamo a un punto di ritorno”, afferma. “Per tanti anni siamo andati avanti a cercare la verità, tutti insieme. Poi, più ci siamo allontanati dal 1993, più abbiamo disperso la memoria”. Presenti nella live anche Stefano Baudino ed Heiner Koenig, autori del libro di recente uscita “Stato Mafia, la guerra dei trent’anni” (ed. Paper First). Secondo Bolzoni negli ultimi anni sarebbe emersa una tendenza a semplificare o riscrivere quella stagione di violenza, fermandosi ai soli esecutori mafiosi come Salvatore Riina o Giovanni Brusca e trascurando possibili responsabilità più ampie. Il caso più evidente, a suo avviso, riguarda la ricerca della verità sulla morte del magistrato Paolo Borsellino. “Siamo arrivati al caso più clamoroso, dove non c’è una ricerca della verità ma un tentativo di farci allontanare dalla verità”, sostiene, criticando anche il lavoro della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo e alcune piste investigative che, a suo giudizio, rischiano di “portarci fuori pista”. Come il controverso filone investigativo “mafia-appalti”. Bolzoni afferma di non avere pregiudizi ma invita chi sostiene questa pista a dimostrarne concretamente il ruolo nelle stragi. “Viene detto che ad uccidere Paolo Borsellino e forse anche Giovanni Falcone è stato questo rapporto mafia-appalti. Se è così, allora ce lo dimostrino”, afferma. Secondo il giornalista, portare fino in fondo questa tesi avrebbe conseguenze giudiziarie di grande portata: “Se davvero fosse quella la chiave delle stragi, dovrebbero fare una cosa sola: arrivare a una seconda clamorosa revisione del processo Borsellino”. Una revisione che, dopo quella avvenuta grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, potrebbe coinvolgere anche i fratelli Giuseppe Graviano e Filippo Graviano, indicati dalle sentenze come punto di collegamento tra le stragi siciliane e quelle avvenute nel resto d’Italia. “Dovrebbero andare dai Graviano e dire loro che dobbiamo scarcerarli perché non c’entravano nulla. E non lo faranno mai”, conclude Bolzoni. “Quindi qui qualcuno sta bluffando”. Bolzoni ricorda inoltre la sua lunga esperienza da cronista a Palermo a partire dal 1979, quando raccontò l’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Negli anni successivi ha seguito da vicino le uccisioni di figure simbolo della lotta alla mafia come Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e lo stesso Borsellino. “Non riusciranno mai a convincermi che ad orchestrare tutto questo siano stati soltanto i mafiosi di Corleone”, afferma. Secondo il giornalista, la mafia corleonese guidata da Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella non rappresentava una tradizionale “aristocrazia mafiosa”, ma “una mafia venuta dal nulla e tornata nel nulla”. “Le famiglie di Riina, Provenzano e Bagarella non erano grandi nomi”, sostiene Bolzoni. “Li hanno presi, li hanno coltivati in un laboratorio politico-sbirresco e questi corleonesi hanno agito per conto proprio e per conto di terzi, cambiando gli equilibri politico-criminali della Sicilia e dell’Italia per venticinque anni”.
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