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Dalla “pista nera” ai possibili legami con i servizi e le strutture la NATO: nell’intervista a Dark Side emergono nuovi interrogativi sull’attentato

Tra processi in corso tutt’oggi e rivelazioni che aprono squarci, la verità sulla strage di Capaci è ancora da scrivere. A riaccendere il dibattito sono le dichiarazioni del giornalista Federico Carbone, rilasciate al canale YouTube Dark Side, nelle quali torna a parlare delle zone d’ombra che circondano la strage e del possibile coinvolgimento di attori esterni a Cosa Nostra.
Stiamo assistendo in queste ore a una vera e propria spaccatura sulla strage di Capaci”, spiega Carbone. “Da un lato c’è chi propende per la cosiddetta pista nera, con fatti interessanti che fanno riferimento a un intreccio tra mafia, servizi segreti, ’ndrangheta e logge massoniche deviate. Dall’altro c’è un altro filone investigativo che guarda di più alla pista mafia-appalti, soprattutto rispetto alla strage di via D’Amelio”. Secondo Carbone, la prima ipotesi - quella della “pista nera” - non sarebbe nuova. Si tratterebbe di un filone già esplorato in passato da magistrati come Roberto Scarpinato nell’ambito dell’inchiesta Sistemi criminali, e tornato recentemente al centro dell’attenzione anche grazie ad alcuni audio diffusi dalla trasmissione televisiva Report. 

L’ombra di strutture legate ai servizi

Carbone racconta di aver concentrato la propria ricerca su figure legate ad ambienti vicini ai servizi segreti italiani, in particolare al SISMI. Tra queste spicca il nome di Marco Mandolini.
“Ho notato più volte delle convergenze di interessi sulla strage di Capaci”, afferma. “Elementi che nel tempo hanno fatto prendere sempre più forma all’ipotesi della co-partecipazione di entità esterne che abbiano contribuito alla riuscita dell’attentato”. Uno dei punti più discussi riguarda una struttura collegata alla rete NATO "Stay Behind", operativa nel Trapanese e conosciuta come Centro Scorpione.
All’interno di questa struttura era presente un aeroplano che avrebbe sorvolato la strada dove avvenne l’attentato pochissimo tempo prima dell’esplosione”, sostiene Carbone. “Non sappiamo con certezza se fosse proprio quello l’aereo, ma esistono identificazioni e parte di questo materiale si trova negli incartamenti del primo processo sulla strage di Capaci”. Secondo la ricostruzione del giornalista, alcune testimonianze parlano di un velivolo visto da un militare nella zona dell’attentato. “Dalle foto comparazioni che ho cercato di compiere, quell’aereo è molto simile a quello in dotazione al Centro Scorpione, che era in realtà di proprietà dell’allora capo centro Paolo Fornaro, che lo diresse prima di Vincenzo Li Causi”. “Da quel che so - aggiunge - a Paolo Fornaro non è mai stato chiesto conto di questa coincidenza”. 

Pedinamenti e presenze sospette

Le ombre, secondo Carbone, non si fermerebbero a questo elemento. “Ho trovato carte che fanno riferimento a esercitazioni e a pedinamenti nei confronti di Falcone e Borsellino”, racconta, citando anche Paolo Borsellino, ucciso meno di due mesi dopo nella strage di via D’Amelio. “In quell’area era presente anche un mobilificio e da alcune deposizioni rese all’autorità giudiziaria risulta che quel giorno furono visti addirittura uomini in mimetica”. Per il giornalista, il dato più inquietante resta la possibile presenza di attori esterni alle organizzazioni mafiose. “La cosa davvero inquietante è la presenza di altri attori fuori da Cosa Nostra”. 

Il ruolo della testimone Marianna Castro

Un altro elemento centrale nelle dichiarazioni di Carbone riguarda Marianna Castro, testimone nel processo per depistaggio sulla strage. “La sua posizione è unica”, spiega. “Non è stata un’esecutrice, ma una figura ponte tra apparati di sicurezza e crimine organizzato”. Castro, secondo quanto ricostruito, avrebbe avuto per anni una relazione con Giovanni Peluso, ex poliziotto oggi indagato come possibile compartecipe nelle stragi. La donna ha lavorato prima al Ministero di Grazia e Giustizia, poi alla Procura di Roma e nel 1992 al Consiglio Superiore della Magistratura, incarico che le consentiva accesso a informazioni sensibili sulle indagini. “Il background familiare di Castro è altrettanto delicato”, sottolinea Carbone. “Suo padre apparteneva ai servizi di sicurezza di Gheddafi, ed è da lì che deriva il soprannome ‘la libica’”. 

Il racconto su Peluso e la strage

Nelle sue dichiarazioni, Castro ha raccontato che Peluso si sarebbe allontanato il venerdì precedente alla strage di Capaci, restando irreperibile per circa tre giorni. “Quando tornò, il lunedì sera, mi disse che era stato a Palermo per delle indagini e che aveva portato con sé documenti sensibili da consegnare a Roma”, avrebbe riferito la testimone. Castro racconta anche di aver ricevuto, negli stessi giorni, telefonate minacciose provenienti dagli Stati Uniti da parte di un uomo identificato come “Gotti”, circostanza che all’epoca venne denunciata alle autorità. L’episodio più inquietante, però, risalirebbe all’estate del 1997. “Peluso mi portò sul luogo della strage”, avrebbe raccontato Castro. “In quella circostanza mi disse che il telecomando usato per far esplodere la bomba non lo aveva premuto Brusca, ma i servizi segreti. Disse semplicemente: ‘Loro’”. Parole che, se confermate, riaprirebbero interrogativi profondi su una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana italiana.

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