Tra i misteri mai risolti, i dossier su armi e uranio svaniti nel nulla e gli appunti sottratti dopo la perquisizione 

Resta senza ombra di dubbio uno dei casi più oscuri l’omicidio di Beppe Alfano, il giornalista e insegnante di Barcellona Pozzo di Gotto che, con le sue inchieste, denunciò i legami tra mafia, politica e poteri occulti nel territorio messinese. Insomma, uno che dava fastidio e che per questo si era conquistato l’appellativo di “giornalista rompicoglioni”. 

Alfano venne ucciso l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, freddato a colpi di pistola mentre era alla guida della sua auto. Un omicidio che continua a produrre effetti e interrogativi e che, per molti, resta una ferita ancora aperta. 

Barcellona Pozzo di Gotto, il luogo in cui Alfano viveva e lavorava, è stata spesso definita la “Corleone del Novecento”: considerata anche il rifugio di “eminenze grigie” come Rosario Pio Cattafi, lo “zio Saro” di Totò Riina, oltre che luogo ideale per la latitanza del boss catanese Benedetto Santapaola. Alfano, che di quel mondo oscuro stava raccontando legami e coperture, sarebbe venuto a conoscenza proprio della presenza di Santapaola nel Messinese. Informazioni delicate che - secondo quanto emerso nel processo sulla trattativa Stato-mafia - il giornalista avrebbe riferito al pubblico ministero Olindo Canali. Pochi giorni dopo, Alfano viene assassinato. 

Per quel delitto sono stati condannati in via definitiva il boss Giuseppe Gullotti, ritenuto il mandante, e il camionista Antonino Merlino, indicato come esecutore materiale. Eppure anche queste verità processuali non hanno mai chiuso davvero il caso. Merlino, secondo il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, sarebbe innocente. Gullotti, nel 2016, ha chiesto la revisione del processo, richiesta respinta dalla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria. Parallelamente, nel corso degli anni, si sono moltiplicate le dichiarazioni di pentiti che indicano altri possibili responsabili, a partire dal barcellonese Stefano Genovese

Olindo Canali, magistrato che conduceva l’inchiesta, è stato assolto dall’accusa di corruzione per favoreggiamento mafioso perché “il fatto non sussiste”. Tuttavia, resta il peso delle scelte investigative compiute nei primi giorni dopo l’omicidio, come nel caso della pistola calibro 22 emersa solo venti giorni dopo il delitto, non sequestrata secondo le procedure ordinarie e mai sottoposta a perizia balistica. Solo diciassette anni più tardi si accerterà che quell’arma non aveva nulla a che fare con l’omicidio Alfano. 

Nel 2021 il caso conosce una nuova svolta con la riapertura dell’inchiesta “Ter”, finalizzata a individuare eventuali ulteriori mandanti ed esecutori. Stefano Genovese torna nel registro degli indagati sulla base delle dichiarazioni di più collaboratori di giustizia, tra cui Carmelo e Francesco D’Amico, Nunziato Siracusa e Biagio Grasso. Secondo queste testimonianze, Genovese sarebbe stato il vero killer, mentre Merlino avrebbe pagato per un delitto non suo. 

Restano comunque irrisolti diversi nodi cruciali, come la mancata cattura di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore, la scomparsa di documenti su traffici di armi e uranio sui quali Alfano stava indagando, gli appunti spariti dalla casa del giornalista subito dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Tutti elementi che alimentano il sospetto che nel ‘93 sia accaduto qualcosa di inconfessabile, qualcosa che lega mafia, poteri occulti e la protezione di una delle più importanti latitanze di Cosa nostra. 

A rendere il quadro ancora più doloroso è la morte, lo scorso 20 luglio, di Mimma Barbaro, vedova di Beppe Alfano. Dopo anni di sofferenza e di attesa, si è spenta senza poter conoscere fino in fondo chi decise l’omicidio del marito. I figli, Sonia, Chicco e Fulvio Alfano, l’hanno ricordata come una donna di straordinaria bontà, segnata da un dolore mai rimarginato. In particolare, Sonia Alfano ha parlato di una ferita che dura da oltre trent’anni, alimentata dalla sensazione che verità e giustizia siano state sistematicamente negate, anche con la complicità di alcune istituzioni. 

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