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"L'indagato ha perseverato nell'indicare una falsa pista da seguire nello svolgimento delle rinnovate indagini relative ad una delle più drammatiche ed oscure pagine della storia della nazione". È quanto scrivono i giudici del Tribunale del Riesame di Palermo nelle motivazioni del provvedimento con cui hanno rigettato la richiesta di revoca degli arresti domiciliari disposti nei confronti dell'ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini sull'omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980. "D'altra parte si tratta di rischi che possono essere arginati soltanto con una misura detentiva", hanno scritto i giudici. Piritore "ha mostrato una chiara e pervicace attitudine ad alterare il processo di formazione della prova. La certa gravità del fatto e la speciale disinvoltura mostrata nel compimento della condotta delittuosa, fornendo false informazioni anche specifiche, perseverando nell'indicare una falsa pista da seguire nello svolgimento delle rinnovate indagini relative a una delle più drammatiche e oscure pagine della storia della nazione, risultano sintomatiche di una determinazione nel delitto che ne esclude la mera occasionalità, lasciando, al contempo, trapelare il rischio della ripetizione del comportamento criminoso". Scrivono i giudici nelle motivazioni del provvedimento: "Del tutto prive di fondamento sono le argomentazioni difensive tese a puntare l’attenzione sulle patologie che avrebbero inciso sulla memoria dell’indagato, avendo lo stesso reso dichiarazioni non veritiere riferite in termini di certezza e non essendosi limitato a manifestare vuoti o assenze di memoria e, anzi, mostrando nel corso dell’interrogatorio di garanzia di essere bene in grado di distinguere le circostanze che non ricordava da quelle sostenute invece dalla sua memoria". Il collegio del riesame presieduto da Antonella Pappalardo parla di "speciale disinvoltura mostrata nel compimento della condotta delittuosa". Secondo gli inquirenti Piritore, attraverso una serie di false relazioni di servizio, avrebbe contribuito a far sparire il guanto lasciato dai killer nell'auto usata nella fuga, danneggiando irrimediabilmente le indagini. Secondo la procura di Palermo, che ha riaperto le indagini sul delitto eccellente, quel guanto avrebbe potuto consentire di trovare tracce biologiche di uno dei sicari.
 

Le indagini proseguono su mafia e pista nera

I sostituti procuratori Francesca Dessì e Antonio Carchietti hanno iscritto nel registro degli indagati i boss ergastolani Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese e hanno incaricato un pool di esperti di estrarre il Dna da un’impronta ritrovata all’epoca dalla Scientifica, all’interno di uno sportello della 127. Nei prossimi giorni si dovrebbe conoscere l’esito degli esami sull’impronta e il Dna estratto dovrà essere poi confrontato con i profili genetici dei due indagati. L’inchiesta della procura di Palermo procede anche nei riguardi dei rapporti fra Cosa nostra e l’estremismo di destra. Nel primo processo erano stati indagati gli ex killer neri Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, assolti tutti con sentenza passata in giudicato.

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