C’è chi la vita la vive seguendo binari già tracciati. E poi c’è chi, come Mauro Rostagno, quei binari li smonta, li analizza, li mette in discussione, per costruirne di nuovi, a costo di perdersi o di pagare con la vita. Sociologo, rivoluzionario, fondatore di Lotta Continua, terapeuta, giornalista, infine martire per la verità. In una sola esistenza, Mauro Rostagno ha attraversato quasi tutte le stagioni dell’Italia del dopoguerra, lasciando un’impronta profonda ovunque è passato, soprattutto nella sua ultima e più rischiosa battaglia: quella contro la mafia trapanese, con un microfono in mano.
Torino, Trento, Trappole: l’educazione sentimentale e politica di un militante irregolare
Nato a Torino nel 1942, da famiglia operaia, con genitori entrambi impiegati alla FIAT, Rostagno cresce tra la disciplina salesiana e le prime inquietudini della giovinezza. Sposa giovanissimo Maria Teresa Conversano, da cui ha una figlia, Monica. Ma il matrimonio dura poco: il giovane Mauro parte, letteralmente e simbolicamente, per un viaggio senza fine. Germania, Inghilterra, lavori umili, ritorno in Italia.
È a Milano prima, e soprattutto a Trento, che inizia la sua vera formazione politica. Si iscrive alla neonata Facoltà di Sociologia (prima del genere in Italia), divenendo presto figura carismatica del movimento studentesco. Siamo nel pieno del fermento sessantottino, e Mauro non è un semplice contestatore: è un leader, ma atipico, istintivo, giocoso, mai dogmatico.
Nel 1969, Rostagno è tra i fondatori di Lotta Continua, una delle principali formazioni extraparlamentari della nuova sinistra. È il momento dell’operaismo radicale, dell’attacco alle gerarchie politiche e sindacali tradizionali, della vicinanza alle lotte operaie e all’antimperialismo. Mauro si occupa del giornale del movimento e lavora dentro le grandi fabbriche.
Ma anche in questa fase resta eccentrico rispetto alla rigida militanza ideologica: il suo ruolo è di animatore, più che di dirigente. Non ha l’ambizione del potere, ma la passione per la verità. Nel 1970 si laurea a pieni voti con una tesi sulla storia del movimento operaio in Germania. Nel frattempo conosce Chicca Roveri, compagna di vita e d’impegno.
Nel 1972 si trasferisce a Palermo, dove entra in contatto con Peppino Impastato. Insieme organizzano proteste di disoccupati, occupano la cattedrale. Palermo è un altro punto di svolta. La violenza mafiosa è tangibile. Rostagno la vede, la nomina, la combatte.
Quando Lotta Continua si scioglie nel 1976, Mauro dichiara la fine di un’epoca: “Non siamo riusciti a inventarci un linguaggio nuovo. Usavamo parole antiche, terrificanti, inutili”, dirà in una delle sue ultime interviste.
Nel 1981, di ritorno dall’India, accetta l’invito di Francesco Cardella e si stabilisce a Lenzi di Valderice, in Sicilia. Nasce Saman, prima comunità spirituale arancione, poi struttura di recupero per tossicodipendenti. La linea è semplice: niente imposizioni, solo accoglienza e responsabilità condivisa. La comunità funziona, cresce, accoglie.
Mauro non è solo il fondatore: è l’anima del progetto. Tra le colline trapanesi, Saman diventa un faro per chi cerca di uscire dal buio della dipendenza. Ma anche un luogo scomodo per chi vede in quella rete sociale un ostacolo al controllo mafioso sul territorio.
RTC e l’ultima sfida: la verità in diretta
Nel 1986, Rostagno inizia a collaborare con la televisione locale RTC. È un passaggio decisivo. Con il suo stile diretto, ironico, ma anche tagliente, porta in onda inchieste, denunce, domande scomode. Parla di mafia, corruzione, abusi di potere, traffico di droga. Lo fa con competenza e passione, ma anche con un linguaggio accessibile. Si espone. Troppo. Dice: “Fare giornalismo antimafia significa stare in mezzo alla gente, non dietro una scrivania”. E lo fa fino in fondo.
Il delitto e i depistaggi
La sera del 26 settembre 1988, dopo aver registrato un editoriale sui giudici uccisi dalla mafia, Mauro viene assassinato a pochi metri dalla comunità Saman. Due colpi di fucile, poi una pistola: un agguato mafioso.
Ma l’indagine prende subito strade sbagliate: si ipotizzano faide interne, coinvolgimenti della comunità, addirittura vecchi legami con Lotta Continua. Chicca Roveri viene arrestata per favoreggiamento, poi assolta. Si susseguono depistaggi, falsi testimoni, omissioni.
Solo nel 2011, grazie alla tenacia della figlia Maddalena, della compagna, degli amici e dei giornalisti che non hanno mollato, si apre un processo regolare. Nel 2014, vengono condannati all’ergastolo Vincenzo Virga (mandante) e Vito Mazzara (esecutore). Ma nel 2018 la Cassazione confermerà solo la condanna di Virga, assolto Mazzara.
Testimone di verità
Oggi, Mauro Rostagno è riconosciuto come giornalista vittima di mafia, testimone scomodo, simbolo di coraggio civile. È ricordato dall’Ordine dei Giornalisti, nelle scuole, nelle piazze, nelle mostre come “Testimoni di verità”, anche a New York.
A Trapani, una piazza porta il suo nome. Ogni 26 settembre, a Lenzi, la sua comunità si ritrova per ricordarlo. Ma non è solo la memoria a tenerlo vivo: è la domanda di verità, giustizia, libertà, che ancora attraversa la società italiana.
Rostagno diceva che la sua era “una vita di lusso”, perché fatta di ideali, passioni, incontri, amore, sfide. Perché non ha mai smesso di credere che l’impegno personale possa cambiare il mondo, anche solo un pezzo alla volta. E questo lusso gli è costato la vita.
Ma ci ha lasciato un’eredità potente, che va oltre la politica, la religione o il giornalismo. È un’eredità etica: quella di chi ha scelto la verità, a qualsiasi prezzo.
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