Magistrato lucido, imparziale, incorruttibile. Padre amorevole e uomo dello Stato. La storia di Antonino Saetta è una testimonianza di integrità morale che ha sfidato il potere mafioso fino all’estremo sacrificio.
Antonino Saetta nasce il 25 ottobre 1922 a Canicattì, in provincia di Agrigento. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1944 a Palermo, entra in magistratura nel 1948, distinguendosi fin da subito per preparazione giuridica, rigore professionale e profondo senso dello Stato.
Nel corso della sua lunga carriera svolge numerosi incarichi, iniziando come Pretore ad Acqui Terme, per poi tornare in Sicilia come giudice a Caltanissetta e Palermo. Nel 1969 viene nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca, confermando la sua reputazione di magistrato imparziale e intransigente. Durante gli anni Settanta, ricopre l’incarico di Consigliere della Corte d’Appello di Genova, dove affronta processi ad alto impatto mediatico, tra cui il naufragio della Seagull e i procedimenti contro le Brigate Rosse. Ma il ritorno in Sicilia segna l’inizio della sua più delicata e pericolosa battaglia: la lotta a Cosa Nostra.
I processi Chinnici e Basile: Saetta contro la mafia
Presidente della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, il giudice Saetta guida il collegio nel processo per l’attentato al giudice Rocco Chinnici, ucciso nel 1983. Nonostante intimidazioni e tentativi di condizionamento, la sentenza da lui presieduta alza significativamente le pene rispetto al primo grado.
In seguito, a Palermo, Saetta si occupa del processo d’appello per l’omicidio del Capitano Emanuele Basile, assassinato a Monreale nel 1980. Durante il processo, la mafia tenta ancora una volta di interferire, arrivando a contattare alcuni giudici popolari tramite le famiglie mafiose dei loro territori. Tuttavia, Saetta si oppone con fermezza, dichiarando in camera di consiglio che non avrebbe emesso una sentenza assolutoria a fronte di un grave quadro probatorio. La sentenza fu emessa il 23 giugno 1988, depositata il 16 settembre. Appena nove giorni dopo, il 25 settembre, fu eseguito l’agguato.
L’agguato sulla SS 640: due vite spezzate dalla mafia
La sera del 25 settembre 1988, Antonino Saetta sta tornando a Palermo insieme al figlio Stefano, 35 anni, dopo aver partecipato al battesimo del nipotino a Canicattì. Sulla strada statale 640, la stessa dove anni dopo sarà ucciso il giudice Rosario Livatino, un’auto li affianca. I sicari aprono il fuoco con una mitragliatrice, uccidendo entrambi sul colpo. Il delitto, come verrà accertato processualmente, rispondeva a due obiettivi mafiosi: da un lato, la vendetta per le sentenze emesse da Saetta nei processi Chinnici e Basile; dall’altro, la volontà di prevenire la sua nomina come presidente del collegio che avrebbe dovuto giudicare in appello il maxiprocesso di Palermo, istruito da Falcone e Borsellino. Infatti, nei primi giorni di settembre 1988, Saetta era stato ufficiosamente incaricato della trattazione del maxi-processo, assegnato alla prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, da lui presieduta. La sua reputazione di giudice inflessibile e inavvicinabile spaventava Cosa Nostra, che temeva la conferma in appello di principi giuridici fondamentali già affermati in primo grado: la struttura unitaria e verticistica dell’organizzazione mafiosa, la responsabilità della commissione e la regia centralizzata dei delitti eccellenti.a 36 anni esatti dall’assassinio del giudice Saetta, sentiamo il dovere morale di non lasciarne affievolire la memoria. In questi giorni, ricorre anche il 34° anniversario dell’omicidio di Rosario Livatino, e la vicinanza temporale e geografica dei due eventi – entrambi maturati sulla SS 640 – rafforza la consapevolezza che la Sicilia ha pagato un altissimo tributo di sangue nella lotta per la legalità. Come ha ricordato il presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta che nel 1996 ha presieduto il processo ai mandanti Salvatore Riina, Francesco Madonia e all’esecutore Pietro Ribisi, l’uccisione di Antonino Saetta non fu solo un omicidio vendicativo, ma un delitto esemplare, pensato per intimidire la magistratura giudicante. Un messaggio diretto a quei giudici che, come Saetta, rifiutavano ogni forma di pressione o “aggiustamento”.
"Il presidente Saetta", si legge nella motivazione della sentenza, "Aveva respinto ogni tentativo di condizionamento già nel processo per la strage di via Pipitone Federico in cui fu ucciso Rocco Chinnici. Segnalò il tentativo ai Carabinieri. La sua intransigenza morale era nota. Il suo assassinio fu pianificato con lo scopo preciso di impedire che presiedesse il giudizio d’appello del maxiprocesso".
Una memoria da coltivare, un’eredità da onorare
Oggi, a distanza di quasi quattro decenni, Antonino Saetta e Stefano Saetta sono nomi scolpiti nella memoria della giustizia italiana. Ma il loro ricordo resta ancora troppo poco conosciuto fuori dai contesti giudiziari e istituzionali. Ricordarli non è solo un dovere morale: è un atto di giustizia verso chi ha pagato con la vita la propria fedeltà allo Stato e alla verità.
Il loro esempio deve vivere nelle aule di giustizia, nelle scuole, nella società civile, come monito e ispirazione per le nuove generazioni di magistrati e cittadini.
"Al presidente Antonino Saetta e al figlio Stefano va la nostra immensa gratitudine e il nostro commosso ricordo".
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