Il procuratore, oggi in quiescenza, ha risposto alle domande sulle dichiarazioni di Lo Cicero e sul presunto ruolo di Delle Chiaie nell’attentato
Il procuratore Gianfranco Donadio è stato sentito questa mattina a Caltanissetta per quattro ore quale teste nell'ambito del processo contro l'ex carabiniere Walter Giustini e Maria Romeo, accusati di depistaggio e calunnia nei confronti di Vittorio Teresi. Negli anni '90 Giustini era in servizio a Palermo e dopo anni raccontò che l'allora collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, compagno di Maria Romeo, gli disse della presenza del terrorista nero Stefano Delle Chiaie nei luoghi della strage di Capaci nel periodo antecedente l’attentato. Secondo il carabiniere, il boss di Palermo Totò Riina poteva essere arrestato prima del gennaio ’93 grazie alle confidenze che lo stesso Lo Cicero gli avrebbe fatto. Donadio, da alcuni mesi in quiescenza, ha riassunto i suoi anni alla procura nazionale antimafia, i particolari processualmente più interessanti, le direttive che i diversi procuratori nazionali davano ai pubblici ministeri. Durante l’udienza il procuratore ha risposto alle domande delle parti sulle dichiarazioni di Lo Cicero che ora sono al centro del dibattimento e sul presunto ruolo avuto da Stefano Delle Chiaie nella fase preparatoria della strage di Capaci. Donadio ha dichiarato anche di aver avuto due colloqui investigativi con Alberto Lo Cicero, qualche mese prima che lo stesso morisse per una patologia. "La registrazione di uno dei due colloqui - ha ricordato il teste - si perse perché i registratori non avevano funzionato bene". Donadio ha ricordato in aula che negli anni '90 c'era un traffico di telefonini clonati e sotto processo finirono due persone di Roma che erano in stretto collegamento con la Lega nazional popolare che era attiva in Sicilia e faceva riferimento all’estremista neofascista Stefano Delle Chiaie. Della stessa natura politica era anche Pietro Rampulla, l’uomo che confezionò il tritolo per la strage del 23 maggio 1992. Alla Dna arrivò anche il faldone del procedimento "Operazione Grande falco" scaturito dalle dichiarazioni di Lo Cicero. Sia Lo Cicero che la compagna, registravano le conversazioni e venivano anche intercettati. Ma delle conversazioni registrate dai due non c’è traccia perché Romeo non le ha mai depositate alla procura nazionale.
Fonte: Agi
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