L’imprenditore che ha denunciato: “La politica resta lontana”. Gip Rosini: “Nuove leve cercano potere con i vecchi metodi”
È una fotografia tanto viva quanto preoccupante quella che immortala la piaga del racket a Palermo, che nell’estate 2025 non sembra essere molto diversa da quelle degli anni precedenti. Anche per questo motivo, nel quartiere Noce, i ragazzi di Addiopizzo sono tornati a tappezzare i muri con adesivi che invitano a una “denuncia collettiva contro i boss”. Lo hanno ribadito con chiarezza anche sul loro sito web addiopizzo.org e sulla pagina Facebook “Comitato Addiopizzo”: “A pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio di Libero Grassi, nella notte appena trascorsa siamo tornati per le strade di Palermo per rinnovare una tradizione che ci accompagna da oltre due decadi. Nel corso di questi venti anni - hanno ricordato i coraggiosi attivisti - sono stati innumerevoli i momenti nei quali abbiamo tappezzato in piena notte la città di Palermo. Stanotte siamo voluti tornare tra i quartieri di Noce e Malaspina per sostenere e lanciare un messaggio di vicinanza e di disponibilità al supporto a chi ancora oggi, tra commercianti e imprenditori, è stretto dalle maglie del racket delle estorsioni”. Così i volontari di Addiopizzo hanno tappezzato le strade del quartiere con adesivi che riportano la scritta: “Alla Noce si può fare. Denuncia collettiva”, accompagnata da un numero di telefono a cui rivolgersi: 327.9061172.
Si tratta di un gesto che rievoca le origini del movimento, nato vent’anni fa proprio con queste azioni notturne che hanno reso celebre l’associazione anche fuori dall’Italia. Ma è anche un segno concreto di vicinanza verso i commercianti che ancora oggi devono fare i conti con un fenomeno, quello del pizzo, che resta drammaticamente vivo.
La situazione, infatti, resta grave. Lo ha ricordato anche un imprenditore coraggioso, Giuseppe Piraino, che ai microfoni di Repubblica ha ribadito l’importanza di denunciare. La sua ricostruzione è disarmante: a Palermo il racket continua a soffocare commercianti e professionisti, e molti preferiscono ancora pagare piuttosto che rivolgersi alle forze dell’ordine. L’imprenditore non usa mezzi termini: “I miei colleghi mi dicono: ‘Siamo contenti della tua scelta di denunciare, ma noi preferiamo pagare 200, 300, 500 euro per non avere problemi’. Restano poche le persone che alzano la testa”.
Il modus operandi degli estorsori è sempre lo stesso: la violenza. “I colleghi che mi confidano di pagare il pizzo sono spaventati dai metodi violenti dei nuovi esattori, che poi nuovi non sono, perché sono i referenti dei soldi mafiosi”. Per questo Piraino insiste: la strada non può che essere la denuncia. “Anche perché pure i mafiosi sono impauriti, per questa ragione sono violenti. Hanno paura di perdere il controllo del territorio. Ecco perché cercano di alzare il livello delle pressioni con metodi sempre più bruschi”.
Per l’imprenditore la battaglia rimane soprattutto culturale, e dovrebbe coinvolgere anche la politica, ma così purtroppo non è. “Come sempre bisogna combatterla con l’impegno di tutti. Ma ho la sensazione che oggi possiamo contare esclusivamente sulla magistratura e sulle forze dell’ordine. Per il resto, non vedo grandi scelte etiche nella politica siciliana.” - prosegue - “Io credo che a pagare non siano soltanto commercianti e imprenditori, ma anche i professionisti. È una brutta pagina per Palermo”.
Le ragioni per cui il pizzo continua a trovare terreno fertile nella società le spiega Piraino con un paragone forte, ma che non lascia spazio a fraintendimenti: “Storicamente un pezzo della borghesia ha trovato più conveniente scendere a patti con la mafia. È una condizione aberrante. Faccio sempre questo esempio: iscriveresti tua figlia nella classe dov’è tornato un professore che ha scontato una condanna per pedofilia? Tutti mi dicono: ‘No, certamente’. E allora rilancio: com’è possibile, invece, continuare ad affidarsi a politici condannati per reati di mafia come Totò Cuffaro?”. E aggiunge: “Continuo a essere preoccupato per la presenza di Cosa nostra a Palermo. Nonostante i colpi inferti da magistratura e forze dell’ordine, l’organizzazione prova sempre a riorganizzarsi, con una presenza ancora più pervasiva nelle periferie. La politica non può restare indifferente: bisogna stare vicini ai commercianti che hanno il coraggio e la forza di denunciare”.
A ogni buon conto, le criticità emergono anche nelle parole della gip Claudia Rosini nell’ordinanza di custodia cautelare che recentemente ha portato all’arresto di Filippo Bruno, 35 anni, figlio del boss Natale Bruno, e Francesco Capizzi, 34 anni, entrambi ritenuti attivi nella famiglia mafiosa di Brancaccio-Corso dei Mille: “C’è una situazione di fibrillazione nella quale versa la consorteria mafiosa. Nuove leve - ha precisato Rosini - cercano di farsi spazio e acquisire potere con i vecchi metodi dell’imposizione sistematica del pizzo alle attività commerciali, cui si prospetta l’unica alternativa di condividere con il clan gli utili ottenuti, anche sotto forma di compartecipazione”.
Un’analisi che trova riscontro nel tono minaccioso utilizzato dai due nei confronti di un imprenditore che ha deciso di denunciare: “Da questo mese in poi devi versarmi 1.500 euro al mese per la famiglia nostra”. Oltre ai 1.500 euro mensili e alle aggressioni fisiche, i due avevano persino offerto delle “alternative”: un versamento immediato di 15 mila euro oppure l’assunzione di un loro conoscente nell’azienda. In ogni caso, il messaggio restava lo stesso: pagare, o chiudere.
Foto di copertina realizzata con supporto IA
Foto interne tratte da addiopizzo.org
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