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Era il capo della Catturandi di Palermo: “Sempre a caccia dei grandi boss latitanti” 

È un’intervista toccante quella che Dario Montana, fratello di Giuseppe “Beppe” Montana, il poliziotto a capo della sezione “Catturandi” della squadra mobile di Palermo, assassinato da Cosa Nostra il 28 luglio 1985, ha rilasciato ai microfoni di Repubblica. Un viaggio nel passato per ripercorrere la vita, il carattere, ma soprattutto l’impegno civile che ha contraddistinto suo fratello Beppe, diventato anche lui simbolo di coraggio nella lotta alla mafia. Proprio nel giorno dell’anniversario della sua morte - ha ricordato Montana - sarà intitolata a Beppe un’imbarcazione confiscata alla mafia, che verrà utilizzata dai ragazzi del progetto “Liberi di scegliere”. Del resto, come ha sottolineato il giornalista di Repubblica, Salvo Palazzolo, la famiglia Montana ha sempre promosso iniziative sociali in occasione di quel drammatico 28 luglio. “Io e mio fratello Gigi - ha raccontato Dario Montana - abbiamo sempre cercato di portare avanti il messaggio di Beppe: dopo l’omicidio di Calogero Zucchetto, lui volle organizzare una serie di incontri nelle scuole, insieme a Ninni Cassarà e al consigliere Rocco Chinnici. Era rimasto turbato dalla poca partecipazione al funerale del collega ucciso nel novembre 1982 e decise di impegnarsi per diffondere una vera cultura della legalità. Beppe fu anche uno dei primi ad avere la tessera del coordinamento antimafia”. Una scelta sicuramente non casuale, quella di parlare ai giovani degli anni ‘80, quando la polizia era vista da molti come distante e repressiva. “Il lavoro di Beppe e dei suoi colleghi portò invece tanti giovani a fare il tifo per la polizia, a comprendere che il vero nemico era rappresentato dai mafiosi, non certo dagli uomini in divisa. E quella cultura di veri poliziotti democratici ha poi segnato un percorso importante all’interno delle istituzioni. Mi chiedo - ha puntualizzato - cosa penserebbe oggi Beppe di questa svolta autoritaria nel Paese”. Ad ogni modo, quello di fare il poliziotto era un sogno che Beppe Montana coltivava sin da bambino. “Aveva anche superato gli scritti in magistratura, ma scelse di indossare la divisa. E nel suo ufficio aveva la foto di Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo ucciso nel 1979. Di lui diceva: ‘È stato il più grande investigatore’. Un amico, per prenderlo in giro, gli ripeteva: ‘Sei proprio come Giuliano, non farai carriera’”.

Montana - come ha ricordato suo fratello - era anche ben consapevole del pericolo: ne parlava con il padre, si sentiva nel mirino, e alcuni episodi - come il ritrovamento di sue foto durante un blitz o una tazzina di caffè lasciata per lui - confermarono le sue preoccupazioni. Quando fu ucciso, il collega e amico Ninni Cassarà disse: “Siamo cadaveri che camminano”. “La stessa consapevolezza che aveva Paolo Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone”. Eppure, nessuno di loro fuggì. “Non erano dei pazzi scatenati. Erano persone fortemente motivate: non credo che ad animarle fosse tanto il senso dello Stato, piuttosto credo che avessero un grande ideale di giustizia. Penso a Roberto Antiochia, che aveva solo 23 anni: fu ucciso con Ninni Cassarà, a cui faceva da scorta volontaria pur essendo in ferie. Era entrato in polizia perché non aveva trovato un lavoro, poi, quando incontrò Beppe, si innamorò di questo mestiere”.

Il dialogo tra Montana e Palazzolo non ha tralasciato un altro punto molto importante: il tradimento di una parte dello Stato. Quella che - come accertato da sentenze - nella polizia, non solo a Palermo ma anche a Roma, ha visto operare talpe e infedeli. “A differenza di altre istituzioni, come ad esempio i carabinieri, la polizia è riuscita a fare un pò di chiarezza al proprio interno. Un percorso che prosegue: ci sono ancora poliziotti sotto processo per il depistaggio Borsellino. Credo, invece, che la magistratura non si sia ancora guardata dentro. E lo dico senza polemica - ha precisato Montana -. Ritengo la magistratura fondamentale per la difesa della Costituzione. E ritengo eversivo l’atteggiamento di chi la delegittima. Ma ci sono ancora responsabilità individuali da accertare. E, poi, ci sono anche i magistrati rimasti a guardare”.

Foto © Archivio Letizia Battaglia

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