Alfredo Morvillo: “Non ho nulla da dire, se non che, anche da uomo libero, resta un criminale”
Giovanni Brusca è un uomo libero. Il boss di Cosa Nostra, noto per aver preso parte a numerosi omicidi e per la ferocia con cui ha agito, ha terminato anche i quattro anni di libertà vigilata previsti dopo i 25 anni trascorsi in carcere. Il suo nome è legato in modo indissolubile a una delle stagioni più sanguinose della mafia siciliana, e la sua crudeltà gli è valsa soprannomi che non lasciano spazio a dubbi: negli ambienti mafiosi era chiamato 'u verru (“il porco”) o 'u scannacristiani (“lo scanna persone”). Arrestato il 20 maggio 1996, è riuscito a evitare l’ergastolo grazie alla scelta di collaborare con la giustizia, in base alla legge sui pentiti voluta - paradossalmente - proprio da Giovanni Falcone, il giudice ucciso a Capaci il 23 maggio 1992. Infatti, fu proprio Brusca ad azionare il telecomando che fece esplodere l’ordigno piazzato sotto l’autostrada A29, all’altezza di Capaci. La carica, circa 500 chili di tritolo, T4 (una variante del C4) e nitrato d’ammonio, era stata nascosta nel tunnel di drenaggio che correva sotto la carreggiata. L’esplosione, che colpì in pieno le auto blindate con a bordo il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, fu così devastante da aprire un cratere profondo sei metri e largo quanto l’intera carreggiata.
Durante la sua collaborazione con la magistratura, Giovanni Brusca ha rivelato molto. Ha descritto i numerosi ruoli ricoperti all’interno di Cosa Nostra, a partire da quello avuto nell’attentato del 1983 in cui fu ucciso il giudice Rocco Chinnici, figura storica del pool antimafia, fino al suo coinvolgimento nel sequestro e nell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido dopo quasi 800 giorni di prigionia. Ha fornito dettagli sui piani di Cosa Nostra contro lo Stato, soffermandosi sui contatti tra l’organizzazione criminale e alcuni ambienti istituzionali durante quella che sarebbe poi stata definita la Trattativa Stato-mafia. Una vicenda della quale parlerà anche l’ufficiale del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, raccontando ai giudici di quando, sotto il comando del generale Antonio Subranni, incontrò l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, per discutere del “muro contro muro” tra mafia e Stato e tentare di porre fine alla sanguinosa stagione stragista. Una stagione che, purtroppo, proseguì anche dopo gli attentati di Capaci e via D’Amelio del 1992, con nuove esplosioni a Milano, Roma e Firenze nel 1993. L’obiettivo di Cosa Nostra era chiaro: costringere lo Stato a eliminare misure come il carcere duro (41-bis) e la legge sui pentiti, proprio quella che ha permesso a Brusca di collaborare con la giustizia e rivelare molti dei segreti più oscuri dell’organizzazione. 
Alfredo Morvillo © Paolo Bassani
Pietro Grasso: “Lo Stato ha vinto”
Oggi, la notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca ha suscitato molta amarezza, soprattutto tra i familiari delle vittime delle stragi come quella di Capaci. Un’amarezza comprensibile, ma che, secondo l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, non deve far dimenticare come la collaborazione di Brusca con la giustizia abbia consentito di evitare altre stragi mafiose e di far arrestare centinaia di mafiosi. “Lo so, la prima reazione alla notizia della liberazione di Brusca è provare rabbia e indignazione. Vale per tutti, anche per me. Ma dobbiamo evitare reazioni di pancia e ragionare insieme”, ha dichiarato Grasso parlando ai microfoni del Fatto Quotidiano. “La legge per cui ora, dopo 25 anni di carcere e 4 di libertà vigilata, è considerato libero, l’ha voluta Giovanni Falcone, ed è la legge - ha proseguito Grasso - che ci ha consentito di radere al suolo la cupola di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, che negli anni ‘80 e ‘90 ha insanguinato Palermo, la Sicilia, l’Italia”. Ed è per questo stesso motivo che, secondo Grasso - oggi presidente della “Fondazione Scintille di Futuro” - la collaborazione di Brusca con la giustizia ha avuto un valore enorme. Difatti, così facendo, lo Stato ha vinto tre volte: “La prima quando è riuscito a catturarlo, la seconda quando lo ha convinto a collaborare e la terza ora, con la sua liberazione, che rappresenta un messaggio per gli altri mafiosi ancora in carcere”. Collaborare con la giustizia è “l’unica strada per non morire in carcere come Riina, Provenzano e Messina Denaro”. Ad ogni modo, ciò che davvero sembra preoccupare Grasso non è tanto la libertà di cui ora gode Brusca, quanto il rischio che si concedano benefici a boss irriducibili come Giuseppe e Filippo Graviano che, a differenza di Brusca, non hanno mai collaborato con lo Stato.
Diverso, invece, il punto di vista di Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato dalla mafia nel 1993. Pur riconoscendo l’importanza dello strumento normativo, rimane comunque critica nei confronti dell’attuale legge sui collaboratori di giustizia. “Dobbiamo capire se va bene sempre e comunque, o va portato un correttivo”. Secondo Alfano, potrebbe essere giunto il momento di chiedersi se, “dopo oltre 30 anni”, sia arrivato il momento di aggiornare l’impianto legislativo, affinché si premi chi realmente dimostri di aver voltato pagina, e non chi sceglie di parlare, magari, solo per convenienza personale. Insomma, il caso Brusca continua a suscitare reazioni contrastanti. Da un lato, c’è chi, come Pietro Grasso, sottolinea che grazie alla legge voluta da Falcone - la stessa che ha permesso a Brusca di collaborare e poi ottenere la libertà - lo Stato ha potuto smantellare i vertici di Cosa Nostra, evitare nuove stragi e ottenere centinaia di condanne. Dall’altro, non mancano posizioni più critiche, come quella di Sonia Alfano, che invita a riflettere sull’opportunità di aggiornare una normativa come quella sui collaboratori di giustizia, affinché premi davvero chi si pente in modo autentico. A pesare è anche la voce sobria di chi, come Alfredo Morvillo - fratello di Francesca Morvillo - lascia intendere quanto, a volte, sia difficile fare i conti con il proprio dolore: “Brusca torna in libertà? Non ho niente da dire, se non che è stata applicata la legge. Però - ha precisato - dico solo che, anche da uomo libero, resta un criminale”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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