Dopo aver letto la legge Zanettin "il primo pensiero è stato, con queste norme io Pietro Aglieri non l'avrei mai arrestato". Lo spiega al Fatto Quotidiano Alfonso Sabella, che è stato pm a Palermo con Gian Carlo Caselli, in merito alla legge che impone un limite di 45 giorni alle intercettazioni. "Ho intercettato per più di nove mesi Ino Corso, l'uomo che per lui teneva i contatti. Una conversazione utile si verificava ogni 40-50 giorni, i loro appuntamenti avevano frequenza bimensile", ha rimarcato. Il codice, al tempo, non imponeva la tagliola dei 45 giorni. "La norma cardine era ed è l'articolo 295 terzo comma che permette di usare le intercettazioni anche per la ricerca dei latitanti. Ma richiama anche i limiti previsti dal 267 per gli ascolti ordinari - ha sottolineato -. La deroga riguarda l'accertamento dei reati, non un fatto successivo come la ricerca di un latitante per cui valgono i limiti ordinari". "Ho detto subito che la norma, scritta così, non poteva andare bene. Ho aggiunto che sarebbe stato sufficiente fare un richiamo, e scrivere che i nuovi limiti temporali non si applicano ai latitanti - ha evidenziato il magistrato -. E allora il governo faccia subito una norma d'interpretazione autentica. A noi magistrati basta questo. Hanno approvato tanti decreti, ora ne basta uno di mezza riga: 'Per la ricerca dei latitanti si applicano le disposizioni di cui all'articolo 13 del decreto del 1991'".
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