Intrecci mafiosi, operazioni finanziarie sospette e, ancora una volta, spunta il nome del successore di Totò Riina
Il nome del boss di Castelvetrano sarebbe emerso nell’ambito di un presunto investimento immobiliare. Tutto ha origine da un’inchiesta che, nelle scorse ore, ha portato all’arresto di alcuni presunti mafiosi attivi a Camporeale, in provincia di Palermo. Secondo gli investigatori, gli uomini di Cosa Nostra stavano conducendo una compravendita seguendo il classico metodo mafioso, che prevede non solo la gestione diretta delle operazioni economiche, ma anche la rivendicazione di una sorta di “diritto di intermediazione”, noto in gergo come “sensaleria”. In pratica, indipendentemente da chi compra o vende, al clan mafioso coinvolto spetta una percentuale per il ruolo di mediazione svolto. Nello specifico, una di queste intermediazioni riguarderebbe anche l’acquisto di un vasto terreno - 300 ettari per un valore di due milioni di euro - dietro cui ci sarebbe stato proprio l’ormai defunto boss di Castelvetrano. All’interno di questo scenario emerge la figura di Melchiorre Saladino, il quale avrebbe ricoperto il ruolo di intermediario nella trattativa. Saladino non è un nome nuovo nelle cronache giudiziarie: in passato era stato coinvolto in un’indagine sulle pale eoliche, un settore su cui la mafia ha più volte tentato di mettere le mani per riciclare denaro sporco e ottenere finanziamenti pubblici. Pur essendo stato assolto per l’inutilizzabilità delle intercettazioni, su di lui gravano altri precedenti: è stato condannato per rivelazione di segreto d’ufficio con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e - ha precisato “Live Sicilia” - gli sono stati sequestrati beni riconducibili a operazioni poco trasparenti, tra cui una società di costruzioni.
Nel corso delle indagini, è stato intercettato un dialogo tra Saladino e Giuseppe Bologna, entrambi arrestati con l’accusa di appartenere al clan mafioso locale. È proprio in questa conversazione che Saladino afferma che l’acquirente del terreno da 300 ettari sarebbe stato lui, il padrino di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. E lo fa con una frase significativa, che non passa inosservata: “Lui mi deve dire solo il prezzo”. Le ipotesi principali sono due. La prima è che Saladino abbia usato il nome di Messina Denaro solo per dare peso alla trattativa, cercando di intimidire o convincere gli interlocutori che dietro l’affare ci fosse una figura di assoluto rilievo. La seconda, ben più inquietante, è che effettivamente il boss di Cosa nostra fosse coinvolto direttamente nell’operazione, sfruttando il mercato immobiliare per riciclare il denaro proveniente dalle attività illecite della sua rete criminale. Un altro elemento particolarmente interessante è che, al momento della conversazione tra Saladino e Bologna, Messina Denaro era ancora latitante. Si tratta di una circostanza tutt’altro che irrilevante, che rafforzerebbe l’ipotesi secondo cui, nonostante la pressione investigativa e la sua lunga fuga, continuasse a gestire affari e investimenti attraverso intermediari di fiducia. La mafia, del resto, ha sempre trovato nel settore immobiliare uno dei mezzi più efficaci - sebbene non l’unico - per ripulire capitali illeciti e consolidare il proprio controllo economico sul territorio.
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