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Due storie diverse con lo stesso obiettivo: tornare ad essere libero

Otto minuti e mezzo. Tanto dura “Hurricane”, una delle più famose canzoni di protesta contro il razzismo di Bob Dylan. Musica e parole mostrano la storia di quel pugile, Rubin Carter, perseguitato per motivi razziali dalla legge statunitense, condannato a due ergastoli per un omicidio mai commesso. Quel brano dal ritmo coinvolgente, duro e commovente, lo scrisse dopo averlo incontrato nel carcere di Rahway, a Woodbridge Township, nel New Jersey.
Mentre la ascoltavo quasi per caso, alla radio, mi sono venute in mente le immagini del film (“Hurricane - Il grido dell'innocenza”) con l'interpretazione di Denzel Washington come protagonista.
Così, in poco tempo, assieme al mio compagno di viaggio ci siamo ritrovati a riflettere sulle ingiuste detenzioni. Per carità, anche in Italia non sono mancati e non mancano casi simili. Però se oggi penso a qualcuno che è assolutamente innocente e che si trova a rischio vita non posso non pensare a Julian Assange.
Qualcuno dirà che paragonare le storie Assange e Carter sia una forzatura.
E se si guardano nel loro complesso è chiaro che trovare similitudini diventa quasi un'impresa.
Da una parte c'è un giornalista che con la sua organizzazione, WikiLeaks, ha avuto il coraggio di pubblicare notizie, filmati e file segreti del Pentagono, della Cia e della Nazional Security Agency (Nsa), documentando  crimini di guerra, torture, abusi, massacri di civili innocenti, dall’Afghanistan all’Iraq, fino agli orrori della prigione di Guantanamo.
Dall'altra un pugile che, dopo aver vissuto un'infanzia difficile in cui conobbe anche il carcere, riuscì a scalare le classifiche fino a ottenere la possibilità di competere per il titolo mondiale dei Pesi Medi.
Entrambi però, come dicevamo, sono finiti sotto accusa ingiustamente e si sono trovati a dover combattere per uno stesso obiettivo: la libertà.
Due storie diverse, dicevamo, in cui l'ingiustizia è divenuta a lungo protagonista.
Per vent'anni Rubin Carter è rimasto in prigione da quando fu accusato di omicidio assieme ad un suo amico, John Artis, per aver ucciso tre persone (una quarta gravemente ferita), la notte del 17 giugno 1966, all'interno del ristorante «Lafayette Bar and Grill».
Ma loro non c'entravano nulla con quel massacro. Nessuno dei testimoni li riconobbe nei due assassini. Nonostante ciò furono arrestati, processati e condannati con il carcere a vita.
Ed è proprio dal carcere che prese forma la sua lotta.
Furono fatte campagne per un nuovo processo, artisti come Bob Dylan (che scrisse la canzone "Hurricane") si impegnarono in prima persona per sostenere Rubin Carter ed ottenere un nuovo processo. Una "battaglia per la libertà" che ebbe fine solo nel 1988, quando caddero tutte le accuse a seguito della sentenza emessa nel 1985 dal Giudice della Corte Federale degli Stati Uniti, Haddon Lee Sarokin. Quest'ultimo, accogliendo la petizione promossa dai legali anche su spinta di un gruppo di studenti canadesi, affermò che Carter ed Artis non avevano avuto un processo equo in quanto l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
E la Procura generale si arrese facendo decadere le accuse.


carter bob dylan

Rubin Carter e Bob Dylan


Assange non si trova detenuto per "motivazioni razziali", ma come Carter, da innocente, si trova detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, vicino a Londra. E già da anni non ha praticamente quasi alcun contatto con l'esterno. Ha dovuto affrontare gravi violazioni del diritto a un giusto processo, ha subito la manipolazione di prove, torture psicologiche, sorveglianze costanti, diffamazioni e intimidazioni. Una vera e propria persecuzione.
E tutto ciò solo per aver fatto il proprio dovere di giornalista pubblicando la verità su fatti che pochi avevano avuto il coraggio di raccontare.
Passano i giorni e sempre di più si avvicina il "Day X" per Julian Assange, ovvero il giorno (previsto tra il 20 ed il 21 febbraio) in cui l’Alta Corte di Giustizia Britannica si riunirà per decidere in merito all’istanza d’appello presentata dai legali del fondatore di Wikileaks, per scongiurare la sua estradizione negli Stati Uniti, dove è atteso ad un processo. Qualora fosse condannato rischia una potenziale pena fino a 175 anni.
Per comprendere ulteriormente la gravità di quanto rischia Assange basterebbe leggere l'intervento della relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Alice Jill Edwards. Lo scorso 6 febbraio, in un comunicato, ha esortato il Regno Unito a negare l'estradizione.
Julian Assange soffre di un disturbo depressivo ricorrente e di lunga data – si legge nel documento –. È valutato a rischio di suicidio. Negli Stati Uniti deve affrontare numerose accuse, anche ai sensi dell’Espionage Act del 1917, per la presunta pubblicazione illegale di documenti e cablogrammi diplomatici tramite WikiLeaks. Se fosse estradato, potrebbe essere detenuto in isolamento prolungato in attesa di processo. In caso di condanna, rischia una potenziale pena detentiva fino a 175 anni”. E poi ancora: “Il rischio che venga messo in isolamento, malgrado il suo precario stato di salute mentale, e che riceva una sentenza potenzialmente sproporzionata, solleva dubbi sulla compatibilità dell’estradizione di Assange con gli obblighi del Regno Unito ai sensi del diritto internazionale” (il Patto internazionale sui diritti civili e politici; la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura; la Convenzione europea dei diritti dell’uomo).
C'è poi l'altissimo rischio che, nonostante le rassicurazioni diplomatiche che vengono dagli Stati Uniti d'America, Assange venga rinchiuso nell’“ADX”, il carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado, in cui sono detenuti i criminali più pericolosi. Ma lui non è un criminale e non ha mai commesso un atto di violenza.
Non solo. Rischia persino di essere sottoposto al regime detentivo Sam (“misure amministrative speciali”, che impediscono qualsiasi contatto con altri detenuti.
Proprio le "rassicurazioni diplomatiche di un trattamento umano” fornite dalle autorità statunitensi vengono messe in dubbio da Alice Jill Edwards che nel comunicato evidenzia come le stesse non siano vincolanti ed hanno una portata limitata. Quindi ha “chiesto al governo britannico di rivedere attentamente l’ordine di estradizione del signor Assange al fine di garantire il pieno rispetto del divieto assoluto e inderogabile di respingimento alla tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, e a prendere tutte le misure necessarie per salvaguardare la salute fisica e mentale di Julian Assange”.
Le ore sono contate, ricordavano i giornalisti intervenuti alla conferenza stampa organizzata da Articolo 21, “Free Assange Italia” e “La mia voce per Assange”, con la partecipazione di Fnsi, Usigrai, l’Ordine del Lazio, Amnesty International Italia.
Quasi un anno fa Stella Moris, moglie di Julian Assange, intervenendo all’ottava edizione di “Imbavagliati”, Festival Internazionale di Giornalismo Civile, aveva ricordato come l'attacco rivolto a Julian fosse in realtà rivolto a tutti "coloro che desiderano raccontare la verità". Perché in fondo è questa la partita che si gioca dietro le pieghe del cosiddetto "caso Assange".
Ed ecco perché questa "battaglia per la libertà" non può essere portata avanti solo dalla famiglia o pochi amici. Serve un'ulteriore presa di coscienza collettiva. Un po' come accadde per Rubin "Hurricane" Carter.

Rielaborazione grafica
by Paolo Bassani 

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