Lo Stato ha trattato con la mafia ma non ha commesso alcun reato. È questo in brutale sintesi il senso del dispositivo emesso lo scorso 27 aprile dalla Corte di Cassazione che ha posto la parola fine dopo quindici anni al processo sulla Trattativa Stato-Mafia, assolvendo tutti gli imputati.
Il nostro interesse, come cittadini, attorno a questa vicenda però non è mai stato stabilire se i fatti emersi durante il dibattimento costituissero o meno reato. Quello è compito della magistratura. Ma se la trattativa fosse avvenuta oppure no. E quello è un compito che spetta agli storici, ai giornalisti e più in generale a noi cittadini. Su questo punto la Cassazione, nonostante la sentenza all'acqua di rose, ha confermato i principali fatti emersi durante il processo. All’indomani delle stragi del 1992, tre ufficiali del Ros dei Carabinieri avviarono un dialogo con Cosa Nostra per fermare la guerra dichiarata allo Stato dai Corleonesi di Totò Riina. Ciò però non configura il reato di violenze o minacce a corpo politico dello Stato, cioè l’accusa contestata dalla Procura di Palermo. Le ragioni sarebbero due. Da un lato, i carabinieri avrebbero agito con l’intenzione di frenare le stragi e non per aiutare la mafia ad estorcere lo Stato. Dall’altro, le istituzioni non hanno ceduto e quindi il tentativo di ricatto da parte dei mafiosi è stato appunto solo tentato. E quindi coperto da prescrizione.
Tre dei fatti principali su cui verteva il processo però sono stati ritenuti provati nonostante le prescrizioni e le assoluzioni. Primo fra tutti, il dialogo tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. Una “trattativa” chiamata così dagli stessi protagonisti sia mafiosi che istituzionali. In primis, dall'ex generale del ROS dei Carabinieri Mario Mori, assolto dalla Cassazione per non aver commesso il fatto. “Il 5 agosto 1992, l’Italia era quasi in ginocchio perché erano morti due dei nostri migliori magistrati nella lotta alla criminalità mafiosa. Non riuscivamo a fare nulla dal punto di vista investigativo. Iniziai a parlare con lui e dissi: Signor Ciancimino, cos’è questa storia? C’è un muro contro muro, da una parte c’è Cosa Nostra e d’altra parte lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente? La buttai lì, convinto che dicesse una cosa tipo ‘Cosa vuole da me’. Invece disse che si poteva fare” – affermò proprio Mori deponendo in aula a Firenze il 27 gennaio 1998, dove usò per due volte la parola ‘trattativa’ per descrivere questo dialogo tra Cosa Nostra e lo Stato.
Due, la reazione dello Stato alle bombe mafiose. In particolare quelle del '93, che come denunciò una nota della DIA di quello stesso anno miravano a far fare allo Stato un passo indietro sul 41 bis. E le istituzioni sembrarono essere sul punto di capitolare, ad esempio quando nel novembre del 1993 l'ex ministro della giustizia Giovanni Conso (deceduto nel 2015) non rinnovò questa misura a 340 detenuti mafiosi che da un giorno all'altro passarono dal carcere duro a quello normale.
Tre, gli incontri tra dell'Utri e Mangano. Nonostante l'assoluzione piena per Marcello dell'Utri, il fatto che si riunì con l’ex stalliere di Arcore è un dato certo che risulta persino dalle sue stesse agende. Di cosa parlarono non ci è dato a sapere, nonostante Dell'Utri abbia smentito che si parlò della Trattativa. Per i giudici di secondo grado, l’ex senatore di FI ricevette le richieste di Cosa Nostra tramite appunto Mangano ma non c'è la prova che le trasmise all'allora neo premier Silvio Berlusconi. Proprio il numero uno di Fininvest avrebbe potuto fare piena luce sulla vicenda ma convocato in aula nel novembre del 2019 si avvalse della facoltà di non rispondere.
Ai dati sicuri si affiancano diversi episodi rimasti nella nebbia. Il più controverso tra tutti è la vicenda Baiardo. A più riprese l’ex gelataio di Omegna ha raccontato di un presunto rapporto tra i Graviano e Berlusconi. E avrebbe persino mostrato al giornalista Massimo Giletti una fotografia del leader di Forza Italia assieme al generale Delfino e a Giuseppe Graviano, all'epoca latitante e mente delle stragi del ‘93. Una foto a cui ora gli investigatori fiorentini stanno dando la caccia nel procedimento che ipotizza un possibile ruolo di Berlusconi e Dell’Utri nelle bombe del 1993. Se l'episodio di questa foto fosse saltato fuori una decina di anni fa, forse staremmo qui a parlare di un'altra sentenza.
Oppure continueremmo a parlare, come oggi, di una sentenza che assolve per non aver commesso il fatto.
Ma i fatti, se non vengono smentiti, restano.
Foto © Imagoeconomica
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