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Ho vissuto molte esperienze diverse, da quando sono diventato collaboratore di giustizia, ma, per quanto breve, il tempo che ho trascorso nel carcere minorile di Nisida assume per me un significato del tutto particolare”: questo il primo pensiero di Gaspare Mutolo, al termine dell’incontro del 23 dicembre con i ragazzi detenuti nel penitenziario dell’isola napoletana. 
Un evento probabilmente tra i più importanti dal punto di vista educativo che siamo riusciti a realizzare,  grazie, soprattutto, all’impegno del presidente dell’associazione E.C.C.O. (Educazione Civica e Continua Ottavianese  antiracket e contro ogni forma di criminalità associata), l’Avv. Prof. Rosario Scognamiglio, Consulente presso la Commissione Bicamerale Antimafia. Per l’occasione, ci era stata riservata una piccola area del penitenziario. 
Dopo un conciso preambolo, l’avvocato Scognamiglio introduce i relatori invitati e passa la parola alla Dott.ssa Piera Aiello, già Presidente del X Comitato presso la Commissione Nazionale Bicamerale Antimafia: “Non amo essere chiamata onorevole”, esordisce Aiello, ... prima di tutto io sono una madre, una sorella, una persona che vuole stare vicino agli ultimi…”
Prosegue raccontando la sua storia, giovane donna obbligata ad un matrimonio indesiderato con Nicola Atria, figlio del mafioso partannese Vito Atria. Costretta ad una vita contraria ai suoi principi, ha subito non poche violenze da parte del coniuge, tuttavia ha avuto la forza e il coraggio di denunciare la famiglia di lui. “Mio padre, aggiunge, mi ripeteva spesso una parola: rispetto. Non si può pretendere rispetto se non si è disposti a darlo, prosegue l’onorevole, rispetto per le persone, per l’ambiente, per gli animali. Dopo la denuncia, avrei potuto ritirarmi e sparire protetta dallo Stato: invece sono qua, convinta del fatto che collaborare non significa essere vigliacchi, ma prendere coscienza di aver in precedenza sbagliato percorso”. La dott.ssa Aiello racconta, ancora, del suo incontro con un altro collaboratore appartenuto alla banda della Magliana, il quale le confessò, durante un colloquio, di ricordare tutti i volti delle persone uccise e di quanto desiderasse chiedere perdono. Poi, il ricordo si sposta sulla giovane cognata Rita Adria, che, come molti figli cresciuti in un contesto criminale, per anni ha ritenuto che la vita condotta dalla propria famiglia fosse quella giusta. Quando Rita conobbe Paolo Borsellino, si rese conto di quanto fossero sbagliate le sue convinzioni.
Il secondo intervento della mattinata è quello del dott. Eduardo Ammendola, specializzato in psichiatria infantile. Nel ‘78, ad Ottaviano, due cruenti omicidi rimasti impuniti hanno segnato la vita di Ammendola, ragione per cui ha voluto fondare l’Associazione E.C.C.O.  
Nella prima parte dell’incontro, i relatori hanno focalizzato l’attenzione sul condizionamento dell’ambiente criminale nei confronti dei giovani: si fa credere con grande facilità alle giovani reclute che sono “qualcuno”, che i loro sono ruoli di rilievo, ma la realtà è ben diversa: nelle associazioni criminali nessuno conta davvero. “Il vero problema non è il potere in sé, ma la responsabilità che si è disposti ad assumersi quando si commettono degli errori” conclude la dott.ssa Aiello, prima di lasciare la parola all’ospite maggiormente atteso dai ragazzi: Gaspare Mutolo.
Invitato a raccontare la sua storia, Gaspare si descrive ai giovani dicendo: “Sono stato al vostro posto prima di voi, ho avuto le stesse convinzioni e le stesse vostre illusioni. Con il tempo ho capito di aver sciupato i miei anni migliori chiuso tra le quattro mura di un carcere, procurando sofferenza alle persone che più amavo e che mi amavano: la mia famiglia. Mi sono avvicinato alla malavita quando, giovanissimo, lavoravo in un’officina meccanica frequentata da mafiosi. Salvatore Riina l’ho incontrato in carcere negli anni 60 e ammetto di avergli voluto bene, e, per diversi anni, di essere stato ricambiato con altrettanto affetto. Poi, quando il vero business è diventato il traffico di droga, tutto è cambiato. Sono cambiati i valori, è cambiata la mafia ed è cambiato anche Riina”.
A questo punto, l’onorevole Aiello gli chiede: Salvatore Riina è stato ritenuto un pazzo sanguinario, ha fatto uccidere moltissime persone, come si può avere considerazione positiva di quest’uomo?
Gaspare replica e si spiega: “Nonostante tutto, Riina conservò sempre dei tratti “umani” verso le persone a cui voleva bene. Ad esempio, non digerì mai il trattamento dello Stato nei confronti di sua moglie Ninetta, gli sembrò un’ingiustizia che se la prendessero con lei. Dopo che fu catturato, quasi impazzì, quando si rese conto di essere stato tradito e lo condannarono all’ergastolo. Sono sentimenti molto normali, non posso non provare per lui una forma di umana pietà”.
Finalmente uno dei ragazzi vince l’imbarazzo e, in napoletano stretto, con il “voi” di deferenza, chiede: Perché avete deciso di dissociarvi da Cosa Nostra?


mutolo aiello altri carcere nisidia

“La decisione di collaborare viene spesso vista come un tradimento, ma non sono stato io a tradire la mafia: è stata la mafia a tradire se stessa e quindi anche me, soprattutto quando ha iniziato ad uccidere senza alcuna pietà donne e bambini. Questo mi ha indotto a cambiare totalmente strada. Oggi la mafia non fa più rumore, indossa colletti bianchi e tratta con lo Stato. Uno Stato che scende a patti con la mafia è vergognoso. Voi dovete pretendere di essere governati da persone giuste e oneste. Se proseguite sulla strada della malavita, di sicuro finirete in galera o morti ammazzati.”
Un secondo ragazzo domanda: Se il padre del piccolo Di Matteo avesse ritrattato, il bambino si sarebbe salvato? Lo avrebbero risparmiato? “Non credo, risponde Gaspare, il bambino conosceva le voci di chi lo aveva rapito e questo rappresentava un pericolo.”
La domanda che segue crea un attimo di suspense: Perché non arrestano Matteo Messina Denaro?
Senza giri di parole Gaspare risponde: “Probabilmente non lo vogliono prendere. Quando nel ‘96 il Capo dello Stato impedì che si diramassero le intercettazioni delle sue telefonate, questa decisione ha prodotto molte morti, morti evitabili ma non evitate, quindi in qualche modo volute. Se non ci fossero stati i collaboratori ci sarebbero stragi ancora oggi. Nel mio personale percorso di collaborazione ho agito in modo diverso: io non ho avuto paura di toccare i politici”.
Nel vostro animo vi sentite ancora mafioso? domanda un altro ragazzo. “Nel libro che ho scritto con Santamaria, ho spiegato come realmente ci sentivamo noi mafiosi rispetto alle persone comuni: ci sentivamo Cavalli di razza, proprio come il titolo del libro. Però, quando avviene il cambiamento, tu capisci che fuori di quel mondo ci sono altri valori, la vera bellezza è racchiusa in cose semplici, negli sguardi benevoli delle persone che ti rispettano e ti amano per ciò che sei, non perché ti temono o per ciò che vuoi far credere di essere.”
L’avvocato Scognamiglio interviene ricordando un’affermazione di Salvatore Borsellino: “Se dovessi prendere un caffè con qualcuno, quel qualcuno sarebbe Gaspare Mutolo”.
Le domande per Mutolo proseguono: avevate deciso di collaborare, ma perché avete aspettato di essere arrestato? “In galera ho cominciato a riflettere sulle stragi che stavano avvenendo, pensavo alla mia famiglia e alle parole di condanna di mia moglie per gli efferati eventi di quegli anni. Le sue parole mi risuonavano nella mente, così come mi tornavano in mente tanti ragazzi uccisi o mutilati. Ho atteso di collaborare perché volevo farlo a modo mio.”
Posso capire la vostra decisione di collaborare, ma perché denunciare e fare arrestare altri mafiosi? “Dissi ai magistrati che la prima cosa da fare era bloccare il gruppo di fuoco e poi passare ai politici. Quando si collabora è necessario essere attendibili, soprattutto è indispensabile muoversi nel modo giusto.”
Quando, prima di morire, Borsellino disse: “sono un morto che cammina” è stato tradito o è stato lasciato solo? “E’ stato tradito dalle istituzioni, dai suoi stessi colleghi. Solo dopo la sua morte tutti erano diventati suoi amici, tutti lo onoravano.”
Concluso il dibattito, ci spostiamo nella mensa per condividere con i ragazzi un panettone artigianale di 5 kg preparato per l’occasione. Anche in questo frangente il carisma di Mutolo calamita l’attenzione dei giovani detenuti, che accerchiano l’anziano ospite per continuare amichevolmente la conversazione. Prima di salutarci, regaliamo a ciascun ragazzo un panettone e l’opuscolo “La metamorfosi dell’anima”, un sunto del percorso artistico di Gaspare che racchiude una piccola raccolta delle sue opere.
L’arte può essere un’àncora di salvezza, lui lo sa bene. Mentre ci avviamo all’uscita salutiamo, tutti i ragazzi ci sorridono, e custodiamo nel cuore la speranza di averli quantomeno indotti a fare una riflessione.
In fondo, Gaspare è stato uno di loro, le sue parole hanno un peso tra quei ragazzi. Chissà che seguendo il suo esempio, qualcun altro di loro ne faccia la propria àncora di salvezza.

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