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Cosa resterà dell’ondata di commozione parlamentare e popolare provocata dallo tsunami antimafia Mattarella-Saviano? Siamo infatti reduci da una coincidenza forte ed emozionante: giovedì 3 febbraio, prima il presidente della Repubblica, rivolgendosi al parlamento, ha sottolineato che “dignità” vuole dire anche vivere in un paese liberato da mafia e corruzione; poi Roberto Saviano a Sanremo ha ricordato le stragi del 1992. Per un momento la questione è sembrata tornare all’attenzione di tutti.
Nei giorni successivi le capigruppo del Pd in parlamento, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, hanno proposto di dedicare una sessione di lavori parlamentari al discorso di Sergio Mattarella per provare a tradurre in decisioni politiche gli applausi scroscianti e le standing ovation raccolte dal presidente della Repubblica durante il suo intervento. Penso che sia una buona idea con la quale misurare la capacità del parlamento di riprendersi lo spazio che merita e l’onestà di quegli applausi. Sarebbe importante allora che una sessione del genere avesse tra le declinazioni anche quella su mafia e corruzione. Sarebbe un modo concreto e coerente per commemorare in maniera non retorica il trentennale delle stragi.
Sul versante della prevenzione e della repressione c’è davvero tanta acqua che bolle in pentola e sulla quale sarebbe doveroso un dibattito parlamentare complessivo che riuscisse anche a produrre una risoluzione orientativa per l’attività del Governo. Un dibattito parlamentare complessivo aiuterebbe a cogliere la trasversalità di senso di una miriade di provvedimenti e di situazioni che se considerati in maniera frammentata, come sta avvenendo, rischiano di non essere adeguatamente valutati.
Perché, ad assumere il punto di vista del contrasto a mafie e corruzione, c’è senz’altro un filo che lega la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, la riforma del processo penale, il rapporto tra magistratura e informazione, il rapporto tra magistratura e attività politica, la tutela della libertà di informazione (anche dalle querele temerarie!), il rapporto tra attività di lobby e politica, la riforma della così detta “Legge Anselmi”, l’investimento in risorse umane e strumentali per potenziare (o meno) l’attività investigativo-giudiziaria, il destino delle misure di prevenzione amministrative (dalle interdittive prefettizie, allo scioglimento dei Comuni per infiltrazione mafiose), quello delle misure di prevenzione patrimoniali, la riforma dell’ergastolo ostativo, il ruolo del 41 bis e più generalmente del carcere, le condizioni di lavoro delle Forze di Polizia, a cominciare da quella penitenziaria, il destino della Direzione Investigativa Antimafia e quello della Direzione Nazionale Antimafia, il ruolo dei collaboratori di giustizia e la capacità di tutelare i testimoni, le vittime di racket e di usura che decidono di denunciare, le donne e i minori che vogliono rompere i legami con le famiglie mafiose di appartenenza, le lavoratrici e i lavoratori che si ribellano allo sfruttamento lavorativo, la capacità di valorizzare il ruolo dei “segnalanti” e di gestire con trasparenza i fondi del Pnrr, la determinazione con la quale si contrasta l’evasione fiscale e quella con cui si mette mano alla legalizzazione della cannabis, la convinzione con la quale si sostiene il lavoro della Procura europea…
Certo: c’è chi il “filo” lo vede e chi no e c’è chi lo vede in un modo e chi in un altro, ma è proprio questo il bello della politica: capire cosa ne pensino i partiti in parlamento (ma anche quelli che si stanno organizzando per ora fuori dal parlamento, come Noi, Nuovi Orizzonti per l’Italia) sarebbe illuminante e avrebbe un peso nelle prossime elezioni.
Ancora una precisazione: una sessione di lavoro del parlamento che volesse sviluppare la questione del contrasto a mafie e corruzione non potrebbe però limitarsi a questo elenco, peraltro incompleto, di punti, perché dovrebbe necessariamente affrontarne almeno un altro, rappresentativo in maniera paradigmatica di quella antimafia sociale e dei diritti che punta a sottrarre a monte terreno di reclutamento alla criminalità organizzata: la scuola.
La scuola, dai nidi all’università, è la più importante esperienza emancipante che i giovani cittadini incontrino nel loro cammino, eppure sappiamo quanta fatica si faccia a metterla al centro di politiche risolutive, curandola in ogni suo aspetto, dalla manutenzione ordinaria che rende i luoghi sicuri e belli, fino alla valorizzazione del personale che la scuola anima. E’ con la scuola che si fa o si disfa un paese e questo era molto chiaro a Giovanni Falcone.
Insomma: una sessione di lavori parlamentari dedicati a questi temi, attraverso la quale votare alcuni provvedimenti normativi e non, sarebbe davvero una modalità preziosa per ricordare le stragi di Palermo di trent’anni fa senza stucchevoli commemorazioni. Farebbe senz’altro bene alla credibilità della politica e in particolare del parlamento e sarebbe pure un modo per dimostrare di aver capito la morale della favola bella e dolorosa di Rita Atria: lo stato batte la mafia quando ha una faccia della quale potersi fidare. Nel caso di Rita fu quella di Paolo Borsellino.

Tratto da:
ilfattoquotidiano.it

Foto © Shobha

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