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“Le donne come lei ci vogliono togliere il potere”. Sono state queste le parole che lo “zio Vincenzo”, boss della ‘ndrina calabrese Pesce, in carcere dal 41-bis, aveva detto alla moglie commentando la scelta della nipote Giuseppina di collaborare con la giustizia. Proprio del ruolo, spesso drammatico, e della posizione sociale della donna all’interno delle organizzazioni mafiose, specialmente all’interno della ‘ndrangheta, si è parlato nei primi di settembre durante la 10° edizione di “Trame” festival dei libri sulle mafie, tenutasi a Lamezia Terme. 
L’incontro, mediato dalla giornalista Dominella Trunfio, ha visto la partecipazione della giornalista e scrittrice del libro “Io parlo”, Francesca Chirico e quella del magistrato Alessandra Cerreti.
Un dibattito molto interessante in cui il tema principale è stato il racconto di storie di donne che con coraggio hanno infranto le regole della propria famiglia, diventando il simbolo dell’emancipazione femminile da parte di un potere strettamente patriarcale, come emerge d’altronde dallo stesso titolo dell’evento: “Donne contro la 'Ndrangheta”. 
Entrambe le ospiti hanno dato voce alle donne, sia dal punto di vista giudiziario e processuale, grazie alle spiegazioni della dottoressa Cerreti, la quale è stata la prima ad ascoltare le dichiarazioni di Giuseppina Pesce, più dal punto di vista giornalistico, con i racconti e le inchieste di Francesca Chirico. 
Il periodo preso in esame durante l’incontro ha riguardato gli anni che vanno dal 2010 al 2011. In effetti, proprio in questo lasso di tempo, sono iniziati ad emergere nomi femminili importanti e conosciuti, come quelli di Giuseppina Pesce e di Maria Concetta Cacciola. Dal racconto delle due relatrici  emergono le vite di due ragazze apparentemente simili, quasi una vita fotocopia: entrambe avevano più o meno 30 anni, vedove bianche dopo un matrimonio precocissimo, madri di figli che devono crescere da soli ed entrambe nate in due delle più conosciute ‘ndrine calabresi. 
Giusy Pesce apparteneva alla ‘ndrina dei Pesce di Rosarno, famiglia che si trova all’apice della mafia calabrese, detentrice di vari appalti sulla Salerno-Reggio Calabria, sul porto di Gioia Tauro e molto attiva nel traffico di droga.
Il 28 Aprile 2010 Giusy è stata arrestata con l’accusa di appartenenza all’associazione mafiosa ed è proprio questo primo arresto che ha segnato l’iniziale punto di rottura con la famiglia e con il passato, in quanto è stata la prima donna che ha deciso di collaborare. 
La collaborazione non è avvenuta subito, ma dopo 6 lunghi e tormentati mesi dall’arresto, durante i quali la lontananza dai 3 figli è stata molto dolorosa. Infatti è stato dopo un interminabile interrogatorio di 9 ore che Giuseppina ha intravisto una speranza: in effetti, sentendo nominare dal magistrato i nomi dei suoi figli e la possibilità per loro di un futuro diverso, lontano dalla famiglia in cui sono cresciuti e in cui Giusy era cresciuta, la ragazza ha iniziato a collaborare. La speranza di libertà per i suoi figli è stata il motore della sua collaborazione, il fatto che il loro destino fino a quel momento ineluttabile potesse cambiare grazie alla sua collaborazione e alla sua testimonianza.
“Il bambino era sulle gambe dello zio Francesco Pesce, il quale gli analizzava l’indice della mano destra, perché pare che dalla conformazione dell’indice della mano destra derivi la capacità o meno di essere un bravo killer, quindi di sparare. E lo zio, che stava facendo questa operazione al bambino di 6 anni, gli disse: “la tua mano è perfetta, tu imparerai a sparare bene”. E il bambino, sorprendendo tutti, rispose: “Sì, perché io voglio fare il carabiniere”. Ovviamente questo desiderio scatenò la furia dello zio, che ammazzò di botte il bambino e la madre venne ritenuta responsabile di mettergli in testa certe idee. 
Questa la storia che Giusy aveva raccontato al magistrato Cerreti il giorno in cui scelse di collaborare proprio per i suoi figli e per la loro libertà. 
Numerosi ovviamente sono stati gli alti e i bassi: la famiglia in aula di tribunale aveva cercato persino di far credere che Giusy fosse mentalmente instabile. Nonostante ciò la donna, che momentaneamente aveva ritrattato scrivendo una lettera in cui accusava i magistrati di averle estorto falsità, è riuscita a resistere in processo, continuando ad accusare, anche con dolore, coloro che amava. 
Molto abile è stato anche il lavoro della dottoressa Cerreti che non si è lasciata intimorire dalla famiglia Pesce. Quest’ultima in effetti aveva chiesto la sostituzione con un magistrato di sesso maschile. Cos’è che non sopportava la famiglia? Che l’accusa fosse totalmente formata da donne?
Il gesto di Giuseppina ha rappresentato un segnale di enorme importanza e  ha scatenato un dramma culturale-mafioso all’interno della famiglia Pesce. Inoltre, le azioni di Giusy hanno inspirato altre donne a ribellarsi alla cosca della propria famiglia e una di queste è stata Maria Concetta Cacciola. 
Quest’ultima non si poteva muovere liberamente, perché la famiglia aveva il sospetto che stesse tradendo il marito. Aveva conosciuto un uomo su internet ma non si erano mai incontrati nella realtà, ma questo basta per far gelare l’atmosfera in casa Cacciola e in effetti gli uomini della cosca di Rosarno non la lasciavano nemmeno uscire da sola.
“La madre non è più libera di muoversi, non è più libera di uscire di casa e, soprattutto, lo dirà esplicitamente, teme che da un giorno all’altro il fratello le si presenti dicendole 'seguimi', e lei sa che quel 'seguimi' significherà essere portata in campagna, essere uccisa, seppellita e sparire per sempre”.  È con queste parole che la giornalista Chirico ci ha rappresentato la situazione familiare in cui la donna era costretta a vivere, una condizione fatta di paura ed angoscia. 
È stato nel maggio del 2011 quando la Cacciola si presentò ai magistrati della Dda (direzione distrettuale antimafia) di Reggio Calabria e, dopo aver fatto una serie di dichiarazioni, iniziò il percorso come testimone di giustizia. 
“A maggio, in occasione di una convocazione per mio figlio in caserma, vedendo i carabinieri ho pensato che avevo dei problemi in famiglia. Erano arrivate delle lettere anonime (riguardo ad un presunto tradimento della giovane nei confronti del marito), quindi vedendo loro cercavo di aggrapparmi ad una mia liberazione, per il momento. Avevo dei problemi di famiglia, non ero capita, gelosia, mio marito in carcere. Erano arrivate lettere anonime, mi alzavano le mani, mi chiudevano a casa, non potevi uscire, non potevi avere amicizie. Si precisa che da un paio d’anni che c’era ‘sta storia (riferito al caso di Giusy Pesce). Poi, da quando erano arrivate queste lettere anonime non si viveva, ero arrabbiata. Gli facevo capire (ai carabinieri) che voglio tornare indietro e loro mi dicevano non tornare perché ci sono i tuoi, renditi conto la famiglia, il paese non ti accetta su quello che hai fatto, la famiglia non ti perdona, se prima ti volevano far fuori perché supponevano una relazione, pensa adesso quello che ti succede, non tornare indietro… ed io la paura, in quel momento, sapendo che quello che avevo combinato e che quello che stavo combinando era troppo grande, avevo paura di tornare veramente indietro. Avevo sempre la paura di tornare in Calabria perché la mia era la paura di tornare in Calabria, non di mio padre, non avevo paura di mio padre, (ma) di tornare in Calabria. Da lì, di spontanea volontà mia, me ne sono andata di nuovo con i carabinieri”. Così la stessa Maria Concetta raccontò l’inizio della sua collaborazione in un audio registrato poco prima della sua morte. 





Dopo aver raccontato la sua situazione e gli affari di famiglia, venne trasferita in una località protetta, ma scelse di non portare con sé i suoi figli. Una scelta sofferta e ragionata. Appena tornata a casa tutta la famiglia svilì in tutte le forme e i modi l’importanza della scelta della donna: in presenza dell’avvocato di famiglia Gregorio Cacciola, cugino di Maria Concetta e dell’avvocato Vittorio Pisani della famiglia dei Bellocco, la donna lesse un testo che qualcuno aveva scritto per lei con una voce quasi robotica in cui ritrattava tutto, dicendo di essere stata minacciata dai magistrati e ammettendo di aver emesso quelle dichiarazioni solo per vendicarsi del padre e del fratello perché troppo rigidi. Ecco, un’altra volta, come era avvenuto per Giuseppina Pesce, gli uomini di famiglia cercavano di far passare Maria Concetta come una donna mentalmente instabile, togliendo così veridicità alle sue dichiarazioni. 
“Tornando a casa lei capisce perfettamente che non si fermeranno lì, perché lei con quella registrazione pensa di salvarsi la vita, in realtà è esattamente il contrario: capisce che adesso non hanno più bisogno di lei. Richiama il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), non richiama il servizio di protezione, e ricordo perfettamente, perché era il 5 Agosto del 2011, che dopo la sua telefonata abbiamo fatto rientrare dalle ferie tutti i carabinieri del ROS: c’era un’intera caserma che aspettava che Maria Concetta chiamasse per essere prelevata, perché noi non potevamo irrompere con la forza a casa sua, né potevamo simulare un arresto perché non era indagata di niente, era tra l’altro il periodo in cui c’era tutta la polemica sollevata per Giusy Pesce, anche lei era stata appena riarrestata ed eravamo in una fase polemica. Quindi noi non potevamo irrompere, era una libera cittadina e dovevamo aspettare che ci chiamasse. Questi contatti con il ROS, in particolare con un maresciallo, sono proseguiti per giorni. Lei registra il 12 di Agosto, quindi sette giorni dopo, dopodiché ha più paura. Noi eravamo in attesa giorno e notte, fin quando una sera lei prima dice di essere pronta, mi ricordo perfettamente che le abbiamo fatto dire di uscire sull’uscio della porta ed eravamo pronti per andarla a prendere, poi dice “la bambina ha la febbre. Si scoprirà dopo che la bambina non aveva la febbre, quindi questo cosa vuol dire? Può voler dire tante cose: che le hanno scoperto il telefono riservato, perché lei parlava con il ROS con un telefono ovviamente nascosto. Perché ha detto quella bugia? Perché ci ha fermati? Questo non lo possiamo sapere, abbiamo fatto mille supposizioni. Il fatto è che ha chiesto un giorno, ed è stato il giorno di troppo. È probabile che le abbiamo trovato il telefono, è probabile che questo abbia provocato un’accelerazione della sua fine”, ha raccontato la dottoressa Chirico.
La “ritroveranno” i genitori in bagno, morta, dopo aver ingerito un litro di acido muriatico. L’acido muriatico viene solitamente usato per scrostare. “Tu mi tradisci dalla bocca e io ti distruggo dalla bocca”: è il messaggio che l’ndrangheta ha voluto mandare. Un solo sorso dell’acido provoca lacerazioni così profonde da distruggere la lingua, la bocca, tutto il viso. Un solo sorso provoca tutto questo, lei ne ha ingerito un litro: si tratta di un atto impossibile da compiere volontariamente. 
Era il 20 agosto 2011. È straziante la storia di Maria Concetta di cui le due relatrici si sono fatte testimoni durante l’incontro. 
Questa storia drammatica, purtroppo, ha dato un forte segnale a tantissime altre donne e dopo di lei sono finite le collaborazioni da parte di figure femminili.
Ciò che è successo a Maria Concetta è indimenticabile: una donna che ha cercato di cambiare la sua situazione e quella dei suoi figli, che ha cercato di farsi strada in un sistema patriarcale e per questo è stata brutalmente uccisa. 
Ma dopo la sua morte si sono sviluppate iniziative molto positive: è nato il protocollo “Liberi di scegliere”, cioè strutture di sostegno e di protezione per donne con minori, sia collaboratrici che non, per tutelare loro e i loro figli.
La morte della donna ha segnato l’inizio di un processo che potrebbe aiutare moltissime altre donne che vivono e subiscono la stessa condizione familiare. 
È necessario che la politica, la magistratura e le forze dell’ordine coinvolte incentivino le collaborazioni femminili, non solo per l’importanza di certe informazioni in sede processuale e di investigazione antimafia, ma anche e soprattutto perché testimoniare rappresenta sicuramente una possibilità di liberarsi e di ribellarsi dall’oppressione di un sistema profondamente mafioso e patriarcale.

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