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Era il 6 Agosto 1980 a Palermo quando in Via Cavour tre colpi di arma da fuoco freddarono il magistrato Gaetano Costa. Un uomo con una grande morale ed indipendenza; lo dimostra il fatto che, pur essendo l’unico magistrato di Palermo avente diritto alla macchina blindata ed alla scorta, egli decise di non usufruirne mai: “Non voglio la scorta, perché non voglio che si sacrifichino altre vite, noi magistrati abbiamo il dovere di essere coraggiosi”. Queste sono solo alcune frasi che Costa disse nel corso della sua carriera in magistratura, una carriera che cominciò dopo la Seconda guerra mondiale, dove fu partigiano nella resistenza in Val Di Susa. Dopo la fine del conflitto iniziò a lavorare presso il tribunale di Roma e in seguito chiese il trasferimento alla Procura della Repubblica di Caltanissetta. Fu qui che svolse maggiormente la sua attività di magistrato prima da sostituto procuratore e poi da procuratore capo, dimostrando di essere un magistrato brillante e con un’alta formazione professionale. Infatti, il magistrato Costa, già negli anni ‘60 nonostante gli scarsi strumenti a sua disposizione, intuì quel radicale cambiamento del modus operandi della mafia di quel tempo: Cosa Nostra passò dal controllo dei territori agricoli e locali dei territori meridionali d’Italia alla gestione del traffico internazionale di sostanze stupefacenti, in stretta collaborazione con gli uomini di Cosa Nostra americana. Inoltre, Costa capì che la mafia siciliana per accrescere la sua influenza stava iniziando a stringere rapporti con il potere, cioè con parti deviate degli ambienti istituzionali, primi fra tutti quelli della politica e della pubblica amministrazione, avendo così la possibilità di controllare per esempio le varie gare d’appalto. Il magistrato riuscì a capire il “punto debole” di Cosa nostra, e durante il periodo in cui ricoprì il ruolo di procuratore a Palermo avviò una serie di delicatissime indagini, nell'ambito delle quali, sia pure con i limitati mezzi all'epoca a sua disposizione, cercò di colpire al cuore la criminalità organizzata investigando sui patrimoni. Pochissimi erano gli uomini di fiducia che sostennero il lavoro di Costa: tra questi vi era il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, Rocco Chinnici, con il quale poteva parlare liberamente, tant’è che i due si ritrovavano tutte le sere nell’ascensore del “palazzo dei veleni”, per scambiarsi dati e informazioni sulle varie indagini. Un magistrato che proprio per via della sua spiccata indipendenza, imparzialità ed equilibrio di giudizio, incondizionato da simpatie o inimicizie, subì delegittimazioni ed isolamenti, anche da parte dei suoi stessi colleghi. La sua condanna a morte fu firmata la sera del 8 maggio del 1980, nella quale, durante una riunione di “vertice” della magistratura, egli fu il solo a firmare il mandato di arresto di ben 55 mafiosi: in testa a loro c’era Rosario Spatola. Da quel momento per il magistrato fu chiaro che le sue scelte erano scomode non solo alla mafia, ma anche ad altri sistemi di potere, che per questo motivo volevano la sua morte.
Al suo funerale parteciparono solo pochissime persone, ma nessun collega né figura istituzionale. Dopo ben 41 anni dall’attentato al magistrato non conosciamo ancora né i nomi degli esecutori materiali, né tantomeno quelli dei mandanti esterni. Nessun condannato, nessun responsabile. Si tratta dell’ennesimo omicidio rimasto impunito, di cui è necessario fare memoria non solo oggi, ma ogni giorno dell’anno. Perché sono centinaia i martiri che hanno vissuto e sacrificato la propria vita in nome della verità e della giustizia nel nostro Paese e proprio per questo motivo vennero delegittimati ed emarginati anche e soprattutto dagli stessi soggetti e apparati che avrebbero dovuto proteggerli. È necessario fare memoria per non ripetere gli stessi errori del passato, per non appoggiare le stesse logiche e le stesse dinamiche di isolamento e per evitare che nel nostro presente e futuro venga versato ancora sangue innocente.

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