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Le cause civili che hanno lo scopo di intimidire giornalisti e testate minacciano la democrazia.
Ma i tentativi di introdurre una norma che limiti i querelanti sono stati vani.
Non solo omicidi, lesioni e minacce, negli ultimi anni l’attività dei giornalisti è messa a rischio anche dalle querele temerarie, cioè le cause avviate in sede civile verso singoli o intere testate come deterrente per le inchieste scomode. Un fenomeno in crescita che mina la libera informazione e contro cui è necessaria l’adozione di provvedimenti normativi, tanto a livello europeo quanto italiano. Nel nostro Paese, la storia recente ha visto naufragare diversi tentativi di far approvare dal nostro Parlamento una norma che intervenisse sul reato di diffamazione e sul meccanismo perverso delle liti temerarie, introducendo una sanzione pecuniaria in capo al querelante in caso di sconfitta.

«Il sacrificio dei cronisti uccisi ha aumentato la conoscenza dei pericoli di mafie e corruzione per democrazia e diritti in tutta Italia e nel resto d’Europa. Ma spesso i giovani sono pagati poco e non hanno tutele»

L’ultimo ad andare in questa direzione è un disegno di legge che ha come primo firmatario Primo De Nicola, senatore del Movimento cinque stelle ed ex giornalista, ma il testo è fermo al palo. “Si vogliono bloccare le inchieste sul malaffare, sulle mafie e sulla corruzione fermando chi le racconta”, denuncia il presidente della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), Giuseppe Giulietti, aggiungendo che “non è in gioco la libertà dei giornalisti, ma l’agibilità della democrazia nel Paese, soprattutto ora in piena crisi sanitaria”.

Dalle aziende ai mafiosi: identikit dei querelanti
In inglese sono conosciute come Slapp, ma non pensate a Topolino e nemmeno all’Uomo Ragno, non si parla di fumetti e di quei suoni onomatopeici che ne riempiono le pagine, riproducendo suoni o rumori che li rendono più spassosi. È l’acronimo di “strategic lawsuit against public participation”. Tradotto letteralmente vuol dire “causa strategica contro la pubblica partecipazione”. In concreto corrisponde a una causa contro singoli o gruppi con il solo scopo di scoraggiarli o intimidirli, a causa dei risarcimenti da versare in caso di sconfitta. Una pratica che si è diffusa da diversi decenni soprattutto negli Stati Uniti. Le cause sono intentate da aziende e corporation nei confronti di lobby, associazioni e cittadini. L’obiettivo è la difesa, scorretta ma preventiva, dei propri interessi contro possibili class action volte a tutelare i diritti della collettività, colpire l’abuso di posizioni dominanti o la commercializzazione di prodotti difettosi e/o dannosi per la salute.
In ambito giornalistico, Slapp evoca la problematica delle cosiddette querele temerarie o bavaglio, cioè cause avviate in sede civile nei riguardi di testate o giornalisti come deterrente per le inchieste scomode. Di querele temerarie la libera informazione può morire, soprattutto se colpiscono freelance o blogger che non hanno alle spalle un editore, con annesso ufficio legale, in grado di reggere l’urto di richieste nell’ordine di centinaia e centinaia di migliaia di euro. Anche giornali e tv di media e grande diffusione devono fare i conti con possibili ritorsioni legali e sono costretti ad appostare nei bilanci ingenti risorse per far fronte a battaglie giudiziarie dall’esito incerto.
Negli ultimi decenni, infatti, oltre ad omicidi, lesioni e minacce, i sindacati, le associazioni di categoria e gli organismi nazionali ed internazionali hanno dovuto conteggiare nel repertorio delle azioni messe in campo contro l’informazione il crescente numero di querele bavaglio, o addirittura le minacce di possibili querele. Come è capitato, per esempio, a Report. Inizialmente, la scelta di rallentare il monitoraggio dei media sulla società trascinandoli in tribunale è stata di aziende private e partiti politici. Oggi vede addirittura mafiosi e corrotti, fascisti e nazisti in prima fila nel chiedere una condanna pecuniaria.

I bersagli
Ne sapeva qualcosa di Slapp la coraggiosa giornalista Daphne Caruana Galizia che di querele in sede civile e penale ne aveva accumulate numerose in vita, a causa delle numerose inchieste contro la corruzione a Malta, pubblicate sul suo blog Running commentary. Al momento della sua brutale uccisione, avvenuta per l’esplosione della sua auto il 16 ottobre 2017, a suo carico erano circa 40 le cause per diffamazione, mai ritirate e di cui oggi sono chiamati a risponderne in tribunale figli e marito. In un editoriale pubblicato dal Corriere della Sera, sottoscritto da 87 associazioni, i figli di Caruana Galizia hanno lanciato un appello: “L’Europa le combatta in nome di nostra madre”.
Ne sa qualcosa di Slapp Federica Angeli, firma de Repubblica che ha documentato gli affari dei clan lungo il lido di Ostia e a Roma. Destinataria di minacce mafiose, tanto da essere stata messa sotto protezione insieme alla famiglia, la giornalista ha dovuto fronteggiare un’intensa offensiva anche a livello giudiziario. Ad oggi sono ben 116 le querele a suo danno archiviate.
Cause quindi senza fondamento, che vengono definite temerarie volendo sottolineare il rischio che si assume il querelante. In realtà nascondono una precisa strategia processuale: “Distogliere tempo ed energie per soffocare critiche legittime”, ha detto Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, in occasione della Giornata mondiale contro i crimini nei confronti dei giornalisti, voluta dall’Unesco per lanciare l’allarme.

Una riforma scomoda
Accanto al fondamentale lavoro di monitoraggio del fenomeno da parte di Ossigeno per l’Informazione e della Federazione nazionale stampa italiana, un interessante dossier è quello realizzato da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa che ha documentato l’utilizzo delle Slapp nei confronti di attivisti politici, realtà di varia natura, e dei giornalisti. In Europa il percorso di sensibilizzazione sul tema avviato da un vasto cartello di sigle e associazioni ha prodotto un manifesto della coalizione anti-Slapp. Meno di un mese fa, il 19 ottobre, la Commissione Europea ha inserito l’obiettivo di “proteggere i giornalisti e la società civile dalle querele strategiche che ostacolano la partecipazione pubblica” nel suo programma di lavoro per il 2021.
In Italia, la storia recente ha visto naufragare diversi tentativi di far approvare dal nostro Parlamento una legge di modifica che intervenisse tanto sul reato di diffamazione, quanto sul meccanismo perverso delle liti temerarie, introducendo una sanzione pecuniaria in capo al querelante in caso di sconfitta. Adesso chiunque sporga una querela temeraria non rischia nulla, mentre la vittima rischia di perdere tutto. Inutile dire che il fronte contrario a una simile riforma è forte e composito: di certo non aiuta il fatto che in Parlamento siedano molti autori di querele per diffamazione e molti avvocati. L’ultimo rinvio della discussione in Senato di un disegno di legge in materia risale al 4 novembre. “Un pessimo segnale”, ha sottolineato il primo firmatario del ddl, il senatore Primo De Nicola, parlamentare del Movimento cinque stelle e giornalista di lungo corso.
Il testo all’esame dell’aula dovrebbe affrontare lo squilibrio introducendo sanzioni non inferiori a un quarto dei danni richiesti nel caso in cui una causa si rivelasse vessatoria. Nonostante non sia sbilanciato a favore degli operatori dell’informazione, è mancata la volontà di affrontare la questione. Walter Verini, parlamentare del Pd, ha parlato di “una controffensiva, fatta di riserve e di contrarietà, che ha visto protagoniste forze che tradizionalmente usano, anche se non direttamente, l’arma dell’intimidazione con querele contro i giornalisti. Ma si sono viste anche perplessità di forze della maggioranza”.
Ma associazioni e sindacati non intendono abbassare la guardia, come annuncia il Presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti: “Si vogliono bloccare le inchieste sul malaffare, sulle mafie, sulla corruzione fermando chi le racconta, cioè la libera informazione. Oltre a rimanere al fianco dei colleghi in tutte le sedi giudiziarie, dobbiamo reagire, perché tutto ciò non è ammissibile. Vogliamo organizzare una grande manifestazione con tutti i giornalisti colpiti dalle querele bavaglio, perché qui va posta una questione generale, sottolineando cosa esattamente si vuole bloccare con le querele. Non è in gioco la libertà dei giornalisti, ma l’agibilità della democrazia nel Paese, soprattutto ora in piena crisi sanitaria”.

Fonte: Lavialibera, 16/11/2020

Tratto da: liberainformazione.org

Foto © Imagoeconomica

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