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di Ignazio Cutrò
Il tempo non ha affievolito le emozioni ed i sentimenti che suscita l'anniversario della morte di Rita Atria. Come ogni anno si ripetono incontri e appuntamenti per non dimenticare la giovane ragazza di Partanna che insieme alla cognata Piera Aiello e alla figlia Vita Maria (Piera era una giovanissima mamma) avevano deciso di denunciare e collaborare con la magistratura nella lotta contro Cosa Nostra. La storia di queste tre "allora giovani e piccole donne" non smettono di interrogarci sul ruolo delle donne nell'universo mafioso e di come per le donne il percorso di emancipazione anche da quella società mafiosa sia certamente più difficile rispetto a quello degli uomini. Fare memoria oggi significa innanzitutto rispettare quello che la vita e la storia ha unito. La storia di Rita non può essere separata da quella di Piera cosi come la loro storia non può essere separata da quella del giudice Paolo Borsellino. Fare memoria significa prendere coscienza che la storia non può essere fatta a pezzi scartando quel che non piace o non piace più. Non possiamo sprecare il valore del ricordo e della memoria senza sprecare il senso profondo del breve ma intenso insegnamento che Rita ci ha lasciato anche attraverso la testimonianza scritta del suo diario. Come testimone di giustizia guardo a Rita come esempio di coraggio civile in un tempo in cui di coraggio ce ne voleva proprio tanto, un tempo nel quale la Sicilia era profondamente e radicalmente vinta ed a vinta dalla mafia.

Foto © Imagoeconomica

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