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di Salvo Vitale
(8 maggio 1978, ore 20,30)
In questo “intermezzo”, che ho scritto nel 2007, recitato a giro dai compagni di Peppino, davanti al casolare in cui è stato ucciso, scorrono una serie di flash, su due piani, uno quello degli ultimi gesti della vittima, l’altro quello degli assassini che ne dispongono la fine. L’ultimo comizio, in cui la fine dell’utopia è la certezza e la convinzione che il mondo, “abusivamente occupato” dai mafiosi potesse e dovesse cambiare, l’ultima trasmissione alla radio, con la capacità di Peppino d’incantare chi lo ascoltava, le ultime parole che ho scambiato con lui, scendendo dalla “tana”, cioè da Radio Aut, mentre i killer predispongono l’agguato. Segue un momento in parte immaginario, in parte possibile, data l’abitudine di Peppino di percorrere la litoranea da Terrasini a Cinisi, sia perché egli non aveva la patente, sia perché amava godere i colori del tramonto sul mare. Sosta abituale accanto al molo, svestizione di rito, immersione. Il suo tuffo nell’infinito incerto, nell’arcano respiro del mondo, è il suo modo di sciogliere se stesso e ricongiungersi nell’immensità. “Dentro il sonno del mare nero c’è un impercettibile movimento d’ occhi, quelli degli assassini, intorno sfumano tracce di luce, quasi briciole di stelle allo specchio. Aliti e respiri, risata dell’onda breve, ubriacatura di odori, fruizione di suoni, nel circolo del sangue, immersione definitiva. Tutto è incompiuto dietro il muro dell’attesa.
Nel gorgo sparisce l’incomprensione e il mistero, si estende la paralisi, senza illusione d’alba.” (da “Cento passi ancora”). Ed è proprio in quel posto, quando le difese sono allentate e le tensioni si sciolgono, che gli assassini lo catturano, che assieme al buio calante della sera negli occhi di Peppino “cala altro buio”, che in lui riemergono ataviche paure e che egli avverte la sensazione precisa che non c’è più via d’uscita, che il suo tempo si chiude come l’acqua sulla sua testa, che i suoi trent’anni sono esausti, mentre avverte, tra flash di luce e dolore, le fitte del massacro sul suo corpo. Negli ultimi momenti gira attorno a lui il mondo che aveva sognato e che non è mai stato, l’illusione che “un mondo diverso”, l’altro mondo, quello sempre negato, possa essere possibile, il carico di motivazioni che si porta appresso, la speranza che tutto non finisca in quell’attimo, che altri possano continuare sulla sua strada, che c’erano, ci sono ancora tante cose da fare. E mentre i sicari dispongono “la carne sulla graticola”, il corpo sui binari, per l’orrido pasto, i compagni aspettano, si preoccupano, passano tutta la notte a cercarlo negli angoli più bui, nelle trazzere più desolate, gli passano vicino senza vederlo, ma non lasciano agli assassini il tempo di consumare l’ultimo atto, quello di bere il vino e brindare alla riuscita dell’impresa. Mentre la notte esplode saranno loro a mettersi a cercare, testardamente, attorno a quel casolare semidiroccato e a quella linea ferrata divelta i frammenti, i pezzetti del corpo di Peppino, sparsi intorno, sulla terra, sui sassi inzuppati di sangue, sulle agavi cresciute ai bordi, quasi un seme lasciato da chi si è visto strappare la vita, ma è rimasto vivo. Saranno loro a fermare l’ultimo atto, quello di seppellire definitivamente la memoria di un giovane terrorista saltato in aria con la sua bomba. Per questo che gli assassini “non hanno vinto”, sono stati ricacciati dentro la loro “montagna di merda” da cui erano usciti, da immensi cortei di giovani alimentati dalle sue idee, davanti a tanti altri, sono ancora in tanti, che sopravvivono, che hanno continuato a vivere, ma muoiono giornalmente, sono piano piano morti dentro bruciando ogni speranza di rigenerazione.

***************

impastato peppino vertical da cosafareinsicilia itHanno preso l’ordine

Stavi in alto sul palco,
sulla fine dell’utopia
a rivendicare il tuo posto
in un territorio abusivamente occupato.

Si sono ritrovati nel posto convenuto.

Tra musica e parole
nelle case entra l’ultima volta
la tua risata irriverente,
il gioco del tuo flauto incantatore.

Hanno apparecchiato la tavola

Scendiamo dalla tana,
qualche spazio per noi,
ci vediamo più tardi,
è quasi buio

Hanno cominciato la caccia

Ti fermi davanti al mare
per un tuffo nell’infinito incerto
l’acre odore di salsedine
entra nel tuo petto.

Si sono avvicinati con cautela

Quasi gocce di plancton
appena fosforescente:
tra il bianco sorriso delle onde
ti addentri nell’arcano respiro del mondo

Hanno catturato la preda

impastato primo comizio verticalSu di te cala altro buio più violento,
il tempo di riandare alle paure dell’infanzia,
di ritrovarti dentro le fauci dell’orco,
avvertire che non c’è via d’uscita

Hanno sgozzato la vittima sacrificale

Alla fine della strada
qualche sprazzo di luce e dolore
ti lascia il dubbio d’essere
sulla soglia di un mondo che avevi negato

Hanno raccolto la legna ed acceso il falò

In un grumo di sangue
dileguano i trent’anni della tua storia
si fermano incompiute
le tue tante cose ancora da fare

Hanno disposto la carne sulla graticola

Altri aspettano, temono
che non potrai più arrivare,
ti cercano dentro la notte,
rifiutano l’oscuro presentimento

Hanno consumato il pasto

Non è rimasto nulla
Se non l’oscura voragine,
brandelli di carne disseminati,
un sandalo, un occhiale, una coscia annerita

Non hanno bevuto il vino

Alcuni cacciatori
convenuti al suono di un corno nell’etere
hanno interrotto
l’ultimo atto dell’orrendo rito.

Non hanno vinto

6-3-2007

Foto di copertina © Paolo Chirco

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