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da chronopolis.it - Intervista
Lanciato da Luciano Armeli Iapichino in collaborazione con la Fondazione Antonino Caponnetto e l’Osservatorio Mediterraneo sulla Criminalità Organizzata e le Mafie (OMCOM)

La Fondazione “Antonino Caponnetto”, presieduta da Salvatore Calleri, collaboratore di Antonino Caponnetto e membro della Fondazione “Sandro Pertini”, e l’Osservatorio Mediterraneo sulla Criminalità Organizzata e le Mafie (OMCOM), promuovono un interessante “cenacolo virtuale” con esponenti del mondo antimafia, della cultura e mediatico, avviato dall’intellettuale siciliano Luciano Armeli Iapichino, scrittore impegnato, altresì, nella lotta alla mafia e al “mascariamento” e componente Commissione cultura della Fondazione, attraverso stimoli culturali su temi di attualità in tempi di Covid-19. Una serie d’interviste promosse allo scopo di rivitalizzare la riflessione seria all’interno di un mondo antimafia sempre più autolesionista e un’opinione pubblica sempre più disorientata. Il primo “incontro” è stato dedicato al magistrato antimafia Cesare Sirignano, pm della Direzione nazionale antimafia, che è stato impegnato in prima linea, tra l’altro, nella lotta alla camorra. Fu minacciato dal boss stragista dei Casalesi, Giuseppe Setola, in aula: “Oggi è la festa del papà, auguri dottore Sirignano!”. Lo scrittore messinese lo ha stimolato con quattro semplici domande di cui riportiamo il report.

Dott. Sirignano, l’Italia ha vissuto uno dei periodi più drammatici della sua storia per via della pandemia e, purtroppo, uno dei più bui della lotta alla criminalità per via della surreale vicenda delle scarcerazioni …
Sì, effettivamente nell’ultimo periodo il nostro Paese è stato colpito duramente da una emergenza sanitaria che via via si sta trasformando in una crisi economica senza precedenti. Una drammatica esperienza di vita dalle origini ancora non del tutto chiare e dagli sviluppi incerti, ma soprattutto dalle conseguenze nefaste, sia per il gran numero di morti, sia per i danni all’occupazione e allo sviluppo del Paese. La vicenda delle scarcerazioni, purtroppo, s’inserisce in questo scenario drammatico e rappresenta una delle più clamorose dimostrazioni dell’inadeguatezza del sistema carcerario del nostro Paese e della persistente necessità d’intervenire celermente non solo sul piano normativo, ma anche e soprattutto su quello strutturale. Il sovraffollamento delle carceri da molti anni costituisce il più grave problema da risolvere anche per i numerosi e continuativi richiami del garante dei detenuti e degli organismi internazionali. Del pari, fortemente inadeguata, inoltre, si presenta anche la risposta sanitaria che l’esiguo numero dei presidi nelle carceri è in grado di assicurare alla massa di detenuti affetti da gravi malattie. L’emergenza epidemiologica ha esaltato tutte le numerose criticità di sistema, non solo sul piano sanitario – mascherine e apparecchiature mediche ne costituiscono solo la punta dell’iceberg – ma anche su quello penitenziario. Non a caso le due macro aree in cui si sono rilevati i maggiori problemi sono state proprio la sanità e le carceri. Di fronte a una pandemia come quella che sta colpendo tutti i Paesi del mondo, l’organizzazione e l’efficienza dello Stato costituiscono gli unici rimedi per non essere travolti dal ciclone, imprevedibile e inarrestabile, provocato dal Coronavirus.
In pochi mesi, infatti, non si può porre rimedio a un’atavica inefficienza del sistema, ma solo operare per contenere il più possibile i danni con provvedimenti mirati. Ebbene, in questo clima di resa dello Stato alla forza del virus, la vicenda delle scarcerazioni è davvero inquietante. Appare indiscutibile che in tale situazione l’emergenza sanitaria abbia assunto un ruolo decisivo soprattutto alla luce del fatto che in una manciata di giorni sono stati scarcerati numerosi detenuti, anche di estrema pericolosità, affetti da patologie presenti già da qualche tempo. Le proteste, le violenze, i danneggiamenti, le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria e anche i morti, episodi verificatisi nelle carceri a cui abbiamo assistito sgomenti qualche decina di giorni fa, sono stati fortemente e abilmente strumentalizzati per esaltare oltre misura il rischio di contagio tra i detenuti e per creare una cortina di fumo intorno a un reale problema, quello del sovraffollamento, ingenerando paura, angoscia e confusione. Mantenere la calma e la freddezza in questi casi è assolutamente necessario per evitare di cadere nella trappola ideologica finalizzata a trasformare uomini pericolosi e mafiosi in vittime indifese e confondere il diritto alla salute e al trattamento umano e dignitoso, innegabili a tutti i detenuti, con il diritto a riacquisire la libertà e la migliore condizione possibile per affrontare la tempesta sanitaria e per ricevere la necessaria assistenza medica.


Motivo per cui il capo del Dap si è dimesso … Un cambio di rotta necessario ma tardivo?
È chiaro, poi, che, tanto maggiore è il pericolo per la collettività che può derivare dalla presenza, di per sé sola altamente simbolica quand’anche non operativa e rassicurante per gli affiliati, nelle località di origine dei detenuti appartenenti alle organizzazioni mafiose scarcerati, tanto più intensi e consapevoli devono essere gli sforzi dello Stato finalizzati a impedirne il realizzarsi. La soluzione, dunque, va ricercata nella riorganizzazione del sistema in modo da arginare gli effetti della pandemia senza mettere in pericolo anni di sacrifici antimafia e la sicurezza della collettività. Un problema di sistema e non solo di consapevolezza.

Una parola: “mascariamento”: cosa si prova dopo aver combattuto i Casalesi, subito minacce, affrontare il tritacarne mediatico e strumentale del mascariamento o “fuoco amico?”
Nei miei 20 anni circa di antimafia, a Napoli e ora alla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, gli ultimi 12 sotto tutela, ho compreso che i nemici non sono soltanto al di là della barricata e che spesso attraverso la strumentalizzazione di vicende prive di reale rilevanza si possono ottenere risultati anche più efficaci di quelli realizzati con la violenza. Il rischio di creare un vulnus nel sistema di contrasto attraverso la delegittimazione dell’antimafia è molto alto. In ogni caso, tuttavia, occorre mantenere la calma, avere fiducia nelle Istituzioni, non lasciarsi trascinare sul terreno dello scontro mediatico e continuare a lavorare con la medesima motivazione. È sempre stato questo il consiglio che ho dato alle persone che si sono trovate nella condizione di difendersi da insinuazioni e attacchi da qualunque parte provenissero. Le mafie si combattono tutti i giorni senza mai abbassare la guardia, dedicando gran parte del tempo a disposizione per rendere più efficace il sistema antimafia, ma anche e soprattutto resistendo alle sollecitazioni esterne che potrebbero agire sul piano motivazionale in un clima come questo che stiamo vivendo dagli effetti scoraggianti.

Sono fissato con i libri Dott. Sirignano: ci dice qualche titolo che per lei ha fatto la differenza nel corso della sua vita o della sua professione?
Sono molti i libri che per vari motivi sono stati particolarmente importanti per la mia vita professionale. Non ne ricordo uno in particolare. Forse Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, piccolo ma denso di verità, amare verità, e soprattutto di previsioni che si sono rivelate fondate nel corso del tempo.

Intervista a cura di Luciano Armeli Iapichino

Tratto da: chronopolis.it

Foto © Imagoeconomica

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