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di Federica Giovinco
La via per esorcizzare mostri e fantasmi è stata una via culturale, nata dalla necessità di capire e giustificare i mutamenti passati per mutare il presente.”- R. Guiducci.

Tenente colonnello Giuseppe Russo.

Commissario Beppe Montana.

Commissario Antonino Cassarà.

Agente Roberto Antiochia.

On. Piersanti Mattarella.

On. Pio La Torre.

Attivista Rosario Di Salvo.

On. Michele Reina.

Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Capo della Mobile di Palermo Boris Giuliano.

Prof. Paolo Giaccone.

Giudice Giovanni Falcone.

Giudice Francesca Morvillo.

Agenti Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani.

Giudice Cesare Terranova.

Maresciallo Lenin Mancuso.

Giudice Paolo Borsellino.

Agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

Giudice Rocco Chinnici.

Maresciallo Mario Trapassi, agente Salvatore Bartolotta, portiere di uno stabile Stefano Li Sacchi.

Giornalista Mario Francese.

Vittime degli attentati dinamitardi del 1993 a Roma, Firenze, Milano: coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia Nencioni (nove anni), Caterina Nencioni (cinquanta giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (ventidue anni), ferimento di una quarantina di persone; vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno, ragazzo marocchino Moussafir Driss, che dormiva su una panchina, e causando il ferimento di dodici persone.

L’11 aprile ricordiamo il frutto del lavoro delle vittime di mafia, ricordiamo il riscatto del sangue innocente che per troppo tempo ha colorato di rosso le città italiane ed anche quelle americane.

L’11 aprile 2006 finì la latitanza di colui il quale si rese co-protagonista di quella stagione stragista, dove il dolore faceva da sfondo e, la Sicilia, era terra di morte.

Diveniva protagonista, invece, dal 1993 fino, appunto, al 2006, quando venne arrestato dopo oltre 40 anni di latitanza e supervisione su tutto ciò che fruttava “piccioli”, in Italia e nel mondo. La sua strategia fu lungimirante perché capì che, lo scontro con lo Stato non serviva e provocava solo rumore e reazioni, non di certo “piccioli”, “rispetto” e “potere”. Lui, con lo Stato, voleva trattare. Con le buone maniere, non con le bombe. Quelle non avevano funzionato come sperato. E si fece mittente di lettere indirizzate ad imprenditori-politici di spicco, fatte recapitare da personaggi illustri già in odor di mafia, lettere in cui chiedeva favori in cambio di pace, favori in cambio di favori. Allora non scoppiarono più bombe. Ed è quando le bombe non scoppiano che dobbiamo preoccuparci, perché significa che, lassù, qualcuno è sceso a patti. Binnu ‘u Tratturi era imputato, tra gli altri processi, anche nel processo sulla trattativa Stato-mafia, dal quale poi è stato sospeso viste le sue critiche condizioni mentali e di salute. La sua strategia per eliminare gli “sceriffi” era quella di screditarli sulle reti televisive e faceva parte del pacchetto di favori che avevano chiesto, lui insieme al compagno d’infanzia, “’u Villanu”, meglio conosciuto come “‘u Curtu”.

L’11 aprile 2006 è stato trovato in una masseria di Corleone: abiti vecchi, pasti modesti, penombra dettata da un sole che non poteva più vedere, comunicava tramite pizzini stampati a mezzo di macchina da scrivere, non poteva vedere la moglie ed i figli.

I “piccioli” li aveva, ma non poteva goderne.

Il “rispetto” lo aveva, ma per sentito dire: nessuno poteva baciare le mani ad un fantasma.

Il “potere” lo aveva, ma a cosa gli serviva, in quelle condizioni?

Ecco perché, oggi, non ricordiamo lui, perché non è stato nessuno per questa nostra Italia.

Oggi, nella data del suo arresto, noi ricordiamo le sue vittime per nome e cognome: loro sono Stato. Loro sono, lo Stato italiano.

Tratto da: 19luglio1992.com

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