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rifiuti brucianodi Alessio Di Florio
“Arriva Michele, Michele Liguori. Lui fa foto, denuncia e combatte…il grido di uno schiavo che si oppone ad un re sia più forte delle pecore che in coro fan bee” racconta la bellissima canzone a lui dedicata. “Non potevo far finta di non vedere, a me i vigliacchi non piacciono” dichiarò a La Stampa pochi giorni prima di morire. Ed è una frase che riassume tutta la sua vita e uno straordinario impegno. Michele Liguori, vigile urbano ad Acerra, nel cuore di quella terra avvelenata dalla camorra, da una certa politica e da imprenditori criminali, non si girò dall’altra parte. Come ricordano i versi della canzone, ha documentato, denunciato, ha scavato lì dove sono stati interrati rifiuti di ogni tipo.
“Un giorno è tornato con le suole che si squagliavano sul pavimento della cucina - raccontò la moglie a La Stampa - non so dove avesse camminato, ma le scarpe erano letteralmente in decomposizione. Un’altra volta ha perso la voce all’improvviso. Certe notti lo annusavo sconcertata, trasudava odore chimico, puzzava di pneumatici bruciati”. Un impegno costante e tenace, raccontato anche nel recente libro “Il cavaliere errante - la vera storia di Michele Liguori, il vigile eroe della Terra dei Fuochi”, che lo portò ad essere l’unico agente della sezione ambientale della Polizia Municipale di Acerra. Per due anni fu spostato ad aprile la porta del castello del paese, considerato “troppo zelante” in servizio, ma poi riuscì a tornare - sempre in totale solitudine - alle indagini ambientali. Fino all’arrivo della malattia, il tumore che lo uccise l’alba del 19 gennaio 2014. L’Inail riconobbe i due tumori che lo uccisero come “malattia professionale”. Ma il 12 marzo di quest’anno il Ministero dell’Interno ha rifiutato alla famiglia l’inserimento di Michele Liguori il riconoscimento di “vittima del dovere”. Secondo il dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero, incredibilmente, “la malattia non può riconoscersi dipendente dai fatti di servizio, in quanto, nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere ogni nesso di causalità e o di con causalità non sussistendo, altresì nel caso di specie, precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che col tempo possano essere evolute in senso metaplastico”. Il 17 ottobre scorso la moglie Maria Di Buono ha reso noto che il ricorso presentato contro questo verdetto è stato accolto. E, quindi, Michele Liguori è stato finalmente riconosciuto “vittima del dovere”. Un percorso, ha scritto su facebook la signora Di Buono, “per far sì che il lavoro, il sacrificio e la memoria di mio marito non andassero perduti e dimenticati”.
Ci sono state negli anni varie sentenze che hanno raccontato quel che gira attorno allo smaltimento dei rifiuti ad Acerra. Storie emblematiche del modello economico-criminale della “Terra dei Fuochi”. E della devastazione ambientale, ma anche sociale, che ne sono i frutti avvelenati. La storia del maresciallo che scriveva i verbali per non “scomodare inutilmente” gli avvelenatori, li avvisava dei controlli e insabbiava le denunce. Ad Acerra sono stati sversati rifiuti tossici persino nel parco archeologico. Hanno rimpinzato le fosse comuni dei guerrieri sanniti con scarti di fonderia. Piombo e denaro. Tonnellate di banconote della zecca, destinate al macero, sono state seppellite qui. Con amianto, materiali gassosi che innescavano fiammate improvvise, vecchi telefoni a rotelle della Sip, liquami delle industrie del Nord. Nelle intercettazioni li senti dire: “Questa roba puzza troppo. Scegli tu, dammi due o tre codici diversi”. “Sono stato massacrato di botte - dichiarò sempre a La Stampa uno dei due operai dell’impresa di smaltimento fanghi che aveva avuto il coraggio di raccontare come veniva preparato il cemento - ho il cancro. Ho paura per me e per i miei figli. Voi giornalisti del Nord dovete lasciarci stare”. Secondo un pentito un’impresa edile locale dal 1998 al 2005, è stata costruita usando cemento impastato con amianto. Impresa di proprietà della famiglia Pellini. Il 14 febbraio 2017 il nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Napoli ha sequestrato 250 fabbricati, 68 terreni, 50 autoveicoli e automezzi industriali, 3 elicotteri, 49 rapporti bancari - dislocati anche nelle province di Roma, Bolzano, Salerno, Latina e Cosenza - per un valore totale stimato in 200 milioni di euro ai fratelli Giovanni, Salvatore (ex maresciallo dei Carabinieri) e Cuono Pellini di Acerra. I fratelli Pellini nel processo avvenuto a seguito dell’operazione “Carosello Ultimo Atto” (2003), a distanza di 12 anni (2015), sono stati condannati in appello dalla IV sezione penale di Napoli per disastro ambientale. Condanna confermata il 17 maggio 2017 dalla Cassazione, diventando così definitiva.
Secondo l’accusa, rifiuti industriali del Nord - con l’artificio del giro bolla (la sostituzione dei codici Cer e il cambio di tipologia del rifiuto) - venivano declassificati in non pericolosi e sversati nelle campagne dell’agro nolano e casertano come compost o depositati in cave tra Acerra, Giugliano, Qualiano e l’area flegrea di Bacoli. “Una mole rilevante di rifiuti gestiti contra legem attraverso uno smaltimento illegale e uno sversamento di essi sulle aree e le zone a destinazione agricola”, si legge nella sentenza di condanna, “senza il rispetto delle minime regole che permettono l’individuazione delle sostanze in essi contenuti, così producendo una lesione all’equilibrio ambientale di proporzioni assolutamente gravi. Si genera, allora, il pericolo per la pubblica incolumità, pur in assenza di eventi di morte o lesioni”. La sentenza di appello fu definita dal vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, “dalla portata storica ma anche incompleta perché se per la prima volta viene riconosciuto un disastro ambientale per traffico di rifiuti tossici non individua gli industriali che lo hanno commissionato”. Ma, incredibilmente, i fratelli Pellini sono stati scarcerati nei mesi scorsi grazie all’applicazione dell’indulto che condona 3 anni di pena per i reati consumati prima del 2006. “Una decisione che suscita sconcerto in noi - la reazione del vescovo Di Donna - perché significa sottovalutare il dramma umanitario dell’inquinamento per il quale da noi si continua ad ammalarsi e a morire. Una decisione che suscita disorientamento per la difformità di giudizio tra i diversi organi della giustizia”. Uno sconcerto e uno sdegno che aumentano ancor di più per l’assurda coincidenza di una scarcerazione avvenuta pochi giorni dopo che era stato negato dal Ministero il riconoscimento di “vittima del dovere” a Michele Liguori.
In “Io morto per dovere” (la biografia di Roberto Mancini, il poliziotto campano che per primo indagò sulle ecomafia) il giornalista Nello Trocchia cita i fratelli Pellini ricostruendo le indagini su Cipriano Chianese. Nel 2002 viene intercettata una telefonata di Chianese con Biagio Ferraro, appartenente al Sisde, che si rivolge a lui chiedendogli un intervento per ottenere la revoca di un provvedimento di trasferimento”. In tribunale l’imprenditore affermò che “questo mi fu presentato, mi sembra, o dal maresciallo Pellini o dal fratello”. In questi anni il più attivo nel contrastare i fratelli Pellini - con ripetute denunce - è stato Alessandro Cannavacciuolo. Residente ad Acerra, nipote di Vincenzo (un pastore morto avvelenato dalla diossina a 59 anni nel 2007) e coraggioso attivista, ha denunciato di aver subito negli anni varie minacce e intimidazioni. Nel 2008 le pecore della famiglia sono state abbattute per l’eccessiva presenza di diossina nel sangue. La mattina del 5 novembre 2015 Alessandro Cannavacciuolo trovò morti avvelenati i suoi due pastori maremmani, Sergente e Belle.

Tratto da: lagiustizia.info

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