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vitale salvo da facebookdi Salvo Vitale
Bisogna passarci. Il tempo, l’attraversamento delle esperienze, lo sguardo attento in una lunga retrospettiva, l’analisi di reperti, cocci, frammenti, monotone ripetizioni di ciò che è stato e che si ripropone con le stesse pervicaci scelte di furbizia a uso, consumo e salvaguardia delle proprie piccolezze circostanti, dà la misura e la coscienza di quanto lontano sia il sogno di vivere in una società in cui educazione, legalità, giustizia penale e giustizia sociale, parità di diritti, rispetto delle idee diverse dalle tue siano valori fondanti per vivere insieme. L’Italia è un’appariscente metafora di questa deriva. L’incompetenza si coniuga con il non far nulla e con la pretesa che questo nullismo debba essere riconosciuto e pagato.
Ponti d’inutilità s’innalzano per congiungersi con altre sponde di retorica, di artifici, di effimere soluzioni provvisorie, di perpetrazioni all’infinito di violenze inutili. La vernice della stupidità è ormai così incrostata che è diventata il normale modo di essere. E così si preferisce lo scontro violento tra schieramenti opposti, non per trovare la verità, ma per imporre la propria verità. Li vedi pronti a battere le mani, a lasciarsi incantare dal maghetto di turno, a schierarsi in difesa, salvo poi, quando qualche altro cantante il giorno dopo avrà sciorinato i suoi melliflui vocalizzi, cambiare idea e diventare alfieri del contrario di ieri. In sequenza passano pifferai magici, babbinatale, befane con sacchi pieni di ogni ben di dio, niente tasse, niente bolli, niente canone, dentiere e preservativi gratis, assegno mensile senza bisogno di lavorare, spinelli, pelo a buon prezzo con l’apertura delle case chiuse, cannoniere a caccia di barconi di migranti.

Su sponde contigue, quelle dei leccaculi, scorazzano eserciti di vermi, sciacalli e parassiti vari pronti ad azionare la macchina del fango, a raccogliere frammenti reperiti negli angoli della menzogna, della palese distorsione dei fatti, o comunque dello screditamento della dignità d’una persona, fermi nelle loro false certezze anche quando l’evidenza dei fatti ha mostrato che non c’era niente di vero. Ipocriti che si accreditano di meriti e di esperienze che non li hanno nemmeno sfiorati, falsi testimoni che si propongono come “predicatori di valori” con cui non hanno nulla a che fare. Bugie, sarcasmi, comunicazioni sotterranee di false costruzioni e di infamie non provate, cambi di rotta secondo il vento, apparenti fraintendimenti, dimenticanze, violenza e arroganza dal soglio della propria onnipotenza, raffinati incroci di opportunismo, volontà diabolica di sostituzione della propria immagine ad altre inconciliabili ed altro ancora.
Il tutto condito da un vocabolario di neologismi orribili, di ingiurie, offese, contumelie, improperi, volgarità, sconcezze, turpiloqui per umiliare e ridurre nell’angolo l’eventuale timido affacciarsi di un dissenso.

Il giornalismo italiano è una delle vetrine in cui questa distorta immagine del proprio essere legato alla funzione dell’informazione diventa la notizia a senso unico, non nata sul campo, dalla propria esperienza, ma suggerita, pilotata da chi fornisce un certo tipo di notizie e ha l’interesse a farle veicolare, sia per giustificare il proprio operato, sia per “preordinare” gli elementi di imminenti sentenze in vista dell’obiettivo da conseguire. Il rapporto tra il datore di lavoro, sia esso il quotidiano o il telegiornale della RAI o di Berlusconi è spietatamente tracciato da chi emana le direttive e ordina “i servizi” e gli articoli. Il resto è un affannarsi di copia-incolla, sulla base della notizia d’agenzia, che ha un valore quasi evangelico. Abbastanza appiattito anche il rapporto tra magistrati e giornalisti che, al momento della trasmissione della notizia, sulla base delle informazioni trapelate, ne fanno una sorta di sentenza pre-processuale nella quale è già insita la “reità”, ovvero l’elemento che ha prodotto l’azione e ne ha individuato la colpevolezza. Sparisce così la presunzione d’innocenza, il fatto è gonfiato sul nascere, poi viene del tutto ignorato quando l’eventuale lontana e tardiva sentenza dovesse sancire l’estraneità degli accusati. "Mortu 'u parrinu finisci u figghiozzu", diceva un vecchio proverbio siciliano. Una volta fatto lo scoop è inutile tornare indietro, correndo il rischio di contraddirsi. La reità si sposta non più sui presunti colpevoli, ma su chi tenta di sovvertire l’ufficialità di una costruzione, per rendere credibile la quale, hanno lavorato tutti, dalle forze dell’ordine ai pentiti, ai magistrati. “Si corre il rischio di destabilizzare le istituzioni” è la giustificazione più gettonata e sono ben pochi a sostenere che quelle parti di istituzioni marce vanno sostituite. E quindi si aprono infinite vie di cui si si può servire per perseguire chi osa mettere in discussione quanto deciso dall’alto e accettato universalmente. Cioè, “o ti manci sta minestra o ti iecchi d’a finestra”.

La critica della diversità, tipica dei regimi autoritari, assume poi valenze criminogene quando si tratta di immigrati, i cui reati, anche i più banali, diventano titoli da copertina, nell’ambito di convinti razzismi, luoghi comuni sulle identità delinquenziali di chi proviene dall’estero, specie se di colore, sulle sue scelte di religione, di vestiario, di cultura, su una tollerata presenza, quasi si trattasse di un invasore o di un lupo mannaro. La disastrosa gestione dei flussi migratori, la condizione di “mantenuti” in attesa del permesso di soggiorno che non arriva, i circuiti economici che stanno dietro questo immenso affare, generano, ma in solo in Italia, insofferenze, ostilità, rigurgiti di xenofobie con scelte politiche di destra, chiusure a riccio e richieste di rigetto. Naturalmente sotto ci sono i soliti manutengoli della notizia che si guadagnano il pane ed aprono praterie ai loro padroni.

E così, in questo mare di nulla o di galleggianti rifiuti ci muoviamo in vista del 4 marzo. Considerato che dalla cartellonistica politica presente sul campo e dai suoi uomini in vetrina non c’è da aspettarsi niente il rifiuto di votare non è del tutto immotivato. Per chi vai votare, per il zombie Berlusconi, per lo sciacallo Salvini, per la fascio Meloni, per il galletto vallespluga Renzi, per il pollo Gentiloni, per il merluzzo Alfano, per lo squalo Verdini, per il ragazzo di Sinistra che poco sa di sinistra, o per i divisi sino alla fine di potere al popolino? Uno dice, ma c’è Cicciobello Di Maio!: chi se la sente di affidare il proprio destino a questo bulletto di cartapesta? E allora? Cercasi risposta.

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