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suicidate attilio mancadi Luca Fabris
Venerdì 24 febbraio ha avuto luogo al Centro Balducci di Zugliano (Udine) la presentazione del libro “Suicidate Attilio Manca”, redatto da Lorenzo Baldo, vicedirettore di AntimafiaDuemila, con prefazione di Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. Il Centro Balducci è un punto di riferimento in Friuli Venezia Giulia per l’accoglienza dei migranti e l’aiuto alle famiglie in difficoltà economiche e sociali. La serata si inserisce all’interno del programma di eventi culturali che il Centro organizza durante tutto l’anno quindi, come da tradizione, spetta al suo fondatore e presidente Don Luigi Di Piazza l’introduzione degli ospiti: Lorenzo Baldo, giornalista e autore del testo, Annalisa Insardà, attrice che ha sposato la causa di Attilio elaborando delle letture sceniche ispirate al libro, Gianluca Manca, fratello di Attilio e vicepresidente della A.N.A.A.M. (Associazione Nazionale Amici di Attilio Manca) e Francesco Cautero, referente provinciale dell’associazione Libera.
Attilio Manca è un affermato urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) che muore a 34 anni la notte tra l’11 e il 12 febbraio 2004 nella sua casa di Viterbo, città dove operava. Il suo corpo è stato trovato seminudo e riverso sul letto, con il setto nasale deviato e il volto ricoperto di sangue. Sugli arti sono evidenti numerose macchie ematiche e in particolare sul braccio sinistro la scientifica ha individuato i segni provocati da due iniezioni. L’autopsia ha rivelato che la morte è sopraggiunta a causa dell’effetto combinato di tre sostanze presenti nel sangue di Attilio: alcolici, eroina e Diazepam (principio attivo di un noto sedativo). Per la Procura di Viterbo il giovane medico si è suicidato: si tratterebbe quindi di un tossicodipendente anomalo, che durante la sua intensa vita lavorativa sarebbe riuscito a controllare la sua dipendenza. La suddetta Procura ha esplorato la sola pista del suicidio, rivolgendo quindi le indagini al traffico di stupefacenti e ai presunti fornitori della vittima. Il caso così interpretato ha un peso ben inferiore a quello che potrebbe essere un fascicolo aperto per omicidio e la Procura di Viterbo ha ostentatamente chiesto, nel corso degli anni, tre archiviazioni del caso al giudice incaricato delle indagini preliminari.
I familiari di Attilio, insieme agli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, hanno però evidenziato come le indagini svolte fossero lacunose e come la ricostruzione della Procura non riuscisse a dare risposte alle perplessità del caso. Secondo i familiari, Attilio non avrebbe avuto motivazioni esplicite per suicidarsi, infatti era nel pieno della sua carriera, nel 2001 aveva effettuato il primo intervento in Italia di laparoscopia del cancro alla prostata (assieme al professor Ronzoni, altro luminare del settore) e risultava una persona emotivamente stabile. In aggiunta a ciò, gli amici più stretti hanno dichiarato di non avere mai notato segni di punture sul corpo del medico e diversi colleghi hanno testimoniato come Attilio fosse costantemente lucido sul lavoro, al quale si dedicava anche per 16-18 ore al giorno. Ma se questo non fosse sufficiente, due ulteriori fattori contribuiscono a indebolire la tesi della tossicodipendenza: Attilio Manca era mancino e i segni delle iniezioni erano sul braccio sinistro, inoltre le due siringhe ritrovate nell’appartamento della vittima risultano prive di impronte digitali.
Nel corso dei tredici anni che ci separano dalla morte di Attilio, i familiari e gli avvocati hanno raccolto una considerevole quantità di controprove e hanno costruito una nuova pista per le indagini. Supportata fortemente dai dati raccolti, la loro ipotesi rivela uno scenario cupo: Attilio sarebbe stato assassinato da mafiosi legati a Bernardo Provenzano, boss di cosa nostra all’epoca ancora latitante. Infatti il boss corleonese nei primi anni 2000 soffriva di un cancro alla prostata e sarebbe stato sottoposto ad un’operazione delicata. Secondo gli avvocati, Attilio sarebbe stato coinvolto in qualche fase dell’intervento, svoltosi a Marsiglia e, avendo riconosciuto il boss latitante o la deviata rete istituzionale che lo proteggeva nella sua latitanza record (più di 40 anni), sarebbe stato ucciso. Si tratterebbe quindi di un omicidio preventivo, mosso dal timore che Attilio fosse un testimone scomodo.
20170224 suicidate attilio manca zugliano corrSuccessivamente, la tesi della Procura di Viterbo è stata ulteriormente screditata dalle dichiarazioni del pentito Giuseppe Campo, che sostiene di essere stato incaricato dell’uccisione di “un medico” da parte del boss messinese Umberto Beneduce. Quest’ultimo gli avrebbe fornito pistola e motocicletta, ma ad un mese dalla prima chiamata, lo avrebbe ricontattato per annullare l’attentato perché l’eliminazione del medico era già stata effettuata facendo in modo che sembrasse un suicidio. Secondo il racconto del pentito, complice di questo nuovo piano sarebbe stato Ugo Manca, cugino di Attilio, condannato in primo grado per traffico di droga a Barcellona Pozzo di Gotto (assolto in appello e in via definitiva). Quello del cugino è un nome ricorrente nelle indagini perché in una mattonella del bagno nell’appartamento della vittima sono state trovate le sue impronte digitali e i familiari ritengono che possa essere implicato nell’omicidio.
A completare il quadro disegnato dagli avvocati, Attilio nell’ottobre del 2003 si trovava in Costa Azzurra, dove nello stesso periodo soggiornava anche Provenzano. In quel periodo il giovane medico aveva lasciato tracce della sua presenza a Marsiglia chiamando i familiari, ma non era stato chiaro sulle motivazioni del suo viaggio. Ma di quelle telefonate non c'è traccia nei tabulati telefonici. Questi punti oscuri della vicenda non sono stati approfonditi dalla procura di Viterbo, infatti in una nota l’ex capo della squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (pubblico ufficiale già condannato a 3 anni per un falso verbale riguardante le violenze del 2001 alla scuola Diaz), asserisce che Attilio Manca era presente in ospedale a Viterbo nelle giornate della trasferta in Francia di Provenzano: solo grazie alla professionalità di un giornalista di “Chi l’ha visto”, che ha letto i registri dell’ospedale Belcolle, si è capito che Attilio effettivamente non era al lavoro nelle giornate interessate.
Alla luce di tutti questi indizi risulta perciò evidente che non si sia trattato di un suicidio. Come riporta Lorenzo Baldo nel suo libro, questo caso possiede tutti gli ingredienti tipici del mistero italiano. Recentemente la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio contro ignoti fornendo una nuova speranza ai familiari di Attilio Manca, che dal 2004 stanno girando l’Italia mantenendo viva la memoria del figlio e chiedendo giustizia.
È proprio da questo anelito che è nata la serata, il cui obiettivo è stato capire come la storia di Attilio Manca riguardi un po’ tutti. Dobbiamo tenere alto l’interesse per il caso al fine di evitare quella che Lorenzo Baldo definisce una possibile seconda morte di Attilio, ovvero l’archiviazione del caso. Sembra incredibile, come Don Ciotti ci ricorda, che i familiari della maggior parte delle oltre 800 vittime innocenti di mafia non conosca il mandante dell’omicidio dei propri cari (molto spesso nemmeno l’esecutore). In un Paese civile come il nostro non è giusto “violare” il dolore dei cari della vittima, costringendoli a prendere in mano la causa del figlio perché l’istituzione non dà risposte chiare.
Tenere vivo l’interesse per la storia si traduce quindi in una vera e propria forma di impegno civile: come è stato per la campagna “Verità per Giulio Regeni”, dobbiamo far sentire la nostra voce anche per Attilio Manca.

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