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ingroia-antonio-c-sfAntonio Ingroia ha pubblicato oggi un articolo sul Fatto Quotidiano sulla testimonianza del presidente della Repubblica al processo sulla trattativa. A chi nei giorni scorsi mi chiedeva cosa mi aspettassi dalla testimonianza del presidente Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia
di
Antonio Ingroia - 1° novembre 2014
Ho sempre espresso un certo scetticismo, ritenendo che difficilmente il capo dello Stato avrebbe portato quel contributo determinante all`accertamento della verità. Sapevo che, dovendo fare i conti con il muro di gomma delle invocate prerogative presidenziali, alcune domande chiave sarebbero rimaste senza risposta o respinte perché non consentite, rendendo pertanto l`udienza quasi inutile. Non è andata così, almeno in parte. La deposizione di Napolitano è stata allo stesso tempo un`utile sorpresa e un`occasione mancata.

È stata un`utile sorpresa perché per la prima volta una fonte autorevole, all`epoca presidente della Camera, ha dichiarato che ai vertici istituzionali già nel luglio 1993 era chiara la matrice mafiosa delle bombe, mentre in quei giorni si parlava anche di terrorismo interno o internazionale. Le massime autorità avevano la consapevolezza del ricatto mafioso, di un aut-aut nei confronti dello Stato per alleggerire la tensione detentiva, con la minaccia di proseguire nella strategia stragista. Una consapevolezza acquisita ben prima della decisione del ministro Conso di non prorogare centinaia di 41-bis. Conso ha sempre sostenuto che fu una sua scelta personale, respingendo l`ipotesi di un cedimento alla mafia, versione così incredibile che l`ex ministro è stato indagato per false dichiarazioni. Versione ancora più incredibile alla luce della deposizione del capo dello Stato, che ha così confermato l`impianto accusatorio.

Ma la parte davvero deludente della deposizione di Napolitano è quella relativa alla famosa lettera che gli inviò Loris D`Ambrosio, suo consulente giuridico, principale motivo della richiesta di sentire il presidente. Qui bisogna essere rigorosi. Il 18 giugno 2012 D`Ambrosio scrive a Napolitano manifestandogli il sospetto di essere stato, tra il 1989 e il 1993, gli anni della trattativa e in cui D`Ambrosio era capo dell`ufficio studi del ministero della Giustizia, “un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Sospetti e timori che, stando al contenuto della missiva (“lei sa”), D`Ambrosio sembra abbia confidato al capo dello Stato. Napolitano, pur con qualche allusione alle sue prerogative presidenziali, riferisce di non aver mai parlato con D`Ambrosio di quegli indicibili accordi, di non avergli mai chiesto a cosa si riferisse. Ricordo che saltai sulla sedia quando lessi per la prima volta, ero ancora pm a Palermo, quelle terribili parole. E mi chiedo come sia possibile che Napolitano, che ha sempre dichiarato di avere a cuore l`accertamento della verità sui tragici eventi del `92-`93 e che ha riconosciuto la drammaticità di quelle parole, non abbia avvertito l`esigenza di approfondirne il senso, non abbia sentito il dovere etico-morale e istituzionale di chiedere al suo più stretto collaboratore giuridico quale antico segreto tanto lo tormentava? E il povero D`Ambrosio era magistrato serio e rigoroso che non avrebbe certamente formulato ipotesi se non sulla base di solidi elementi di fatto a sua conoscenza. Possibile che Napolitano non glielo abbia chiesto? O c`è ancora il muro di gomma delle prerogative presidenziali, spesso evocate nel corso della sua deposizione, che gli hanno impedito di rivelare i dettagli di un colloquio così segreto?

Da cittadino, sono davvero deluso dal presidente Napolitano. Perché avrebbe potuto finalmente dare un contributo decisivo nel faticoso processo di ricostruzione dei fatti e delle responsabilità, contributo che invece è mancato. E allora non posso non ripensare agli altri segnali di chiusura, arrivati dal Quirinale in questi anni, dal conflitto d`attribuzione nei confronti della procura di Palermo alla mancata segnalazione delle indebite pressioni dell`ex ministro Mancino, dal tentativo di sottrarsi alla deposizione di martedì, fino al cortocircuito determinatosi per la mancata partecipazione degli imputati all’udienza al Quirinale e il conseguente rischio di nullità dell`intero processo.

Perciò, se ho apprezzato l’atteggiamento di apertura del presidente, peraltro doveroso sul piano istituzionale, sono convinto che non tutto quello che si poteva è stato fatto per arrivare alla verità.

Questo è un processo che non si vuole, figlio di un`indagine non voluta. Un processo scomodo, che disturba. Lo dimostra l`omertà di Stato che per 20 anni ha avvolto nel silenzio la vicenda, lo dimostrano gli attacchi e l`isolamento contro i pm di Palermo, i depistaggi, i “non so”, i “non ricordo” dietro cui si sono trincerati i tanti uomini delle istituzioni che sapevano, che sanno, ma che non hanno mai voluto parlare e non parlano nemmeno adesso.

Napolitano avrebbe potuto segnare il punto di svolta. L`ha fatto a metà. Restano l`utile sorpresa e l`occasione mancata, ma la verità continua a rimanere un traguardo lontano.

Tratto da: azione-civile.net

Foto © S. F.

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