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quirinale-2di Enza Galluccio - 3 novembre 2014
Ci sono voluti alcuni giorni per metabolizzare le parole del testimone Giorgio Napolitano, ascoltato dai Pm della Procura di Palermo nel processo a mafiosi e uomini dello Stato, sulla base dell’articolo 338 del Codice Penale che prevede il reato di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ma comunemente detto “sulla trattativa Stato-mafia”.
A questo punto è storia, il fatto che il Presidente abbia confermato alcune delle principali ipotesi dell’accusa.
Egli afferma che in base alla “valutazione comune alle autorità istituzionali e in generale e di governo in particolare” tutti sapevano che la mafia voleva ricattare lo Stato attraverso “sussulti di una strategia stragista […] - che - si susseguirono secondo una logica che apparve unica ed incalzante”.

Il fatto poi che l’aut aut posto ai pubblici poteri avesse come sbocco l’alleggerimento delle misure carcerarie per i mafiosi o la destabilizzazione del paese, secondo Napolitano “era ed è materia opinabile”.
Dunque il Presidente non pone in atto altre ipotesi per spiegare le motivazioni delle stragi del ’92-’93, e anche se conclude dicendo che esse erano comunque frutto di opinioni, con le sue stesse parole conferma il fatto che di queste due ipotesi e non di altre si parlasse negli ambienti istituzionali.
Sono consapevole di non aggiungere nulla a quanto sia già stato detto in merito, ma mi par utile sottolineare che, per deduzione logica, la testimonianza dell’ex ministro Conso che avrebbe, in solitudine, deciso di non prorogare gli oltre trecento 41 bis ad altrettanti mafiosi… risulti a questo punto quanto meno poco credibile.
Napolitano, nella sua deposizione, sembra raccontarci di un ambiente istituzionale totalmente a sé, con regole variabili a seconda degli umori e delle circostanze.
Ad esempio, come se fosse normale egli ci conferma di aver saputo “probabilmente” dallo stesso Violante della richiesta di Vito Ciancimino di essere ascoltato. Poi aggiunge che nei confronti di quella richiesta ci fu un orientamento negativo, ma che non si informò né sul perché di tale scelta, né su chi l’avesse posta … E sappiamo bene che entrambi – sia Violante che Napolitano – non sentirono mai la necessità di riferire quell’episodio ai magistrati. In merito a questo aspetto, però, il Presidente non dice nulla… Forse non coglie la gravità di una tale omissione?
Quando poi gli viene chiesto se il contenuto della famosa lettera di D’Ambrosio sugli “indicibili accordi” fosse stato oggetto di richiesta di chiarimenti da parte sua, il Presidente parla di congratulazioni di vario tipo con il suo Consigliere, ma in assenza di “discussioni sul passato” in nome di un accordo non scritto per cui le loro conversazioni dovevano essere rivolte soprattutto al futuro …
Capisco che ad un lettore, questa risposta possa apparire a dir poco surreale, eppure è precisamente quanto si evince dalla trascrizione del verbale. Poiché tra loro non si parlava del passato, Napolitano non chiede spiegazioni su quegli accordi definiti indicibili e avvenuti in un periodo in cui l’Italia - per ammissione dello stesso Presidente - avrebbe rischiato il colpo di Stato…
Ma potrebbe esserci un’altra spiegazione. In effetti, perché Napolitano avrebbe dovuto chiarire qualcosa con D’Ambrosio? Il fatto stesso che nella lettera il suo Consigliere abbia scritto “Lei sa” implica una conoscenza pregressa  su quegli argomenti… Ma se lui sa, significa che ne avevano già parlato, oppure che Napolitano era già stato messo al corrente da qualcun altro in merito a quegli accordi?
Semplici domande le mie, derivanti da deduzioni linguistiche, nulla di più.

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