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riina-sbarre-effectdi Enza Galluccio - 29 agosto 2014
Poco più di un anno fa, precisamente il 31 maggio del 2013, durante una pausa del processo di Palermo, Totò Riina si rivolgeva agli uomini del Gruppo Operativo Mobile ed esordiva così: “Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre”.
Parlava di quel famoso bacio dato a colui che fu molte volte presidente del Consiglio, ministro e infine senatore a vita. Parlava di Giulio Andreotti, l’uomo che ha agito politicamente in un arco di tempo lungo quasi un secolo, subendo un processo con il capo d’imputazione più grave che allora si potesse immaginare per un uomo dello Stato: concorso esterno in associazione mafiosa.
In molti, però, non ricordano che l’esito di quel processo non si è mai concluso con un’assoluzione, bensì con una terribile  prescrizione sbattuta  in faccia alla  giustizia . Nonostante questo - sulla base del tempo che passa e cancella tutto, capovolgendo fatti e stravolgendo sentenze - quello stesso uomo per cui quel reato  è stato comunque riconosciuto almeno fino agli anni ottanta (ma la storia racconta e prova come tutto sia continuato anche negli anni successivi  e durante le stragi del ’92), è rimasto seduto sulla poltrona di senatore fino all’ultimo giorno della sua vita, osannato e beatificato da quei politici compagni di merende e dai suoi successori.

Tornando ancora a quel maggio del 2013, Riina ammetteva clamorosamente l’esistenza di una trattativa che l’avrebbe coinvolto.“Io non ho cercato nessuno, sono loro che hanno cercato me” diceva confermando di aver partecipato a quello scambio che, per sua dichiarazione, era stato  proposto da qualcun altro.  
In seguito, durante l’ora d’aria prevista dal 41-bis, il boss mafioso  è diventato sempre più loquace, sfoderando vere e proprie condanne verso alcuni pm, soprattutto Di Matteo, e aggiungendo particolari tecnici sulla strage di via D’Amelio. Il suo interlocutore - nonché “dama di compagnia”selezionato dal Dap tra altri quattro detenuti - è il pugliese Alberto Lo Russo appartenete alla Sacra Corona Unita, esperto crittografo e gran comunicatore con l’esterno. Infatti è proprio lui a rivelare al boss alcune informazioni segrete  circolate soltanto  nella mailig-list della Procura di Palermo.
Infine, in questi giorni sono state rese pubbliche altre parti di quelle copiose conversazioni, che aggiungono particolari e confermerebbero le numerose testimonianze recate al processo contro Andreotti.
“Balduccio Di Maggio dice che mi ha accompagnato lui e mi sono baciato con Andreotti. Pa... pa... pa” poi a bassa voce aggiunge “Però con la scorta mi sono incontrato con lui”  - “Questi l’hanno salvato, questi, questi l’hanno salvato e si è salvato per questo. E si salvò" - Si va quindi al vero nodo della questione, che ovviamente non era il tanto chiacchierato bacio, ma il fatto stesso di essersi incontrato con un uomo di Stato della portata di Andreotti.
Non solo. La presenza degli uomini della scorta modifica e aggiunge elementi a quelle che furono le dichiarazioni rese da loro stessi durante le udienze, ritenute vaghe e contraddittorie da molti.
Quindi oggi (come ieri) possiamo ritenere confermato quell’incontro avvenuto a Palermo il 20 settembre del 1987, tra l’allora ministro Giulio Andreotti e il mafioso Totò Riina.
Un passaggio che segna la storia italiana e ancor  più della sua giustizia che non è prevalsa sulla reticenza e sulla negazione dell’evidenza di molti fatti. Quella mancata condanna ha significato e significa ancora molto per l’integrità delle istituzioni e per la fedeltà dello Stato alla verità e alla legge che, oltre a non essere uguale per tutti è addirittura stravolta e offesa per fini personali a garanzia di un potere infinito.
Sulla base di quest’ultima riflessione non resta altro che chiedersi se  Riina sappia di essere intercettato, e poiché è logico pensare di sì, inevitabilmente seguono le stesse semplici deduzioni che proponevo un anno fa: Andreotti non c’è più, qualcuno deve ricevere il suo messaggio.  In un colpo solo il Capo dei capi parla a Cosa nostra e a componenti politiche e istituzionali, ricordando a entrambi la propria esistenza non obbligatoriamente silenziosa.

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