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montana-giuseppedi Riccardo Castagneri - 28 luglio 2014
I suoi agenti della mobile lo avevano soprannominato Serpico.     

Un giorno prima di andare in ferie, il 28 luglio 1985, a soli trentaquattro anni  un commando mafioso uccide sul molo di Porticello, una località di villeggiatura vicino a Palermo, il commissario Beppe Montana, capo della sezione catturandi della Squadra Mobile di Palermo.

Una settimana prima di morire, Montana aveva guidato i suoi uomini in un covo situato in località Buonfornello.

E’ sulle tracce di Pino Greco, detto Scarpuzzedda, in quell’operazione arresta otto uomini d’onore di medio ed alto calibro appartenenti alla famiglia Greco.

Ma il sicario più sanguinario della mafia palermitana non c’è. Davanti solo una sedia vuota, una tazzina di caffè fumante, posata sul tavolo.

Una donna la porge al poliziotto “E’ per lei, commissario”.

Qualcuno non aveva potuto aspettarlo, l’appuntamento viene rimandato di una settimana.

Per l’omicidio sono condannati all’ergastolo Totò Riina, Michele Greco, Francesco ed Antonio Madonia, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Raffaele e Domenico Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe e Vincenzo Galatolo.

Carcere a vita anche per l’esecutore materiale, Giuseppe Lucchese.

Paolo Borsellino aveva in comune con il commissario Montana la passione per il mare, nelle pause dei loro incontri di lavoro si scambiavano informazioni sulle prestazioni delle loro “barchette da impiegati statali”.

Montana aveva confidato al magistrato che operava gli appostamenti e gli avvistamenti dei latitanti con la propria imbarcazione e pagandosi il carburante. Aveva affittato una casetta a Porticello, una zona ad alta densità mafiosa.

 “E’ stato questo –ricordava Borsellino- il primo, struggente pensiero che mi ha assalito, allorché una sera, alla luce delle lampare e dei riflettori, ho visto il corpo martoriato di Beppe Montana, disteso tra barche ed attrezzi marinari, in costume da bagno, sul litorale di Porticello, gli avevano sparato in faccia”.

Lo aveva avvertito ed accompagnato Ninni Cassarà, sempre allegro ed ottimista, però quella sera, nel riaccompagnarlo a casa, il vicequestore disse a Paolo Borsellino “Convinciamoci che siamo cadaveri che camminano”.

Una profezia disperata che si sarebbe avverata sulla sua pelle.

Tratto da: articolotre.com

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