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chinnici-ricco-sfondo-biancodi Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - 27 luglio 2014
Il giudice Rocco Chinnici, ucciso dalla mafia 31 anni fa, sarà ricordato, come pure le altre tre vittime della strage di via Pipitone Federico, stasera alle 21 nel chiostro della Galleria d’Arte Moderna in piazza Sant’Anna, a Palermo. Questa è la storia di un fascicolo scomparso dentro la procura di Palermo e dimenticato per 15 anni. Un fascicolo trasmesso nell’estate del ’98 dal gup di Reggio Calabria, dichiaratosi “incompetente’’ a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in mafia e corruzione di un imputato eccellente. È la storia dell’indagine sul presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina Giuseppe Recupero (già deputato regionale del Psi nella VII legislatura), accusato di aver intascato duecento milioni di lire per salvare dall’ergastolo i boss Michele e Salvatore Greco, nel processo concluso il 21 dicembre dell’88 per la strage Chinnici, il primo episodio di terrorismo mafioso a Palermo.

Di quel fascicolo, spedito da Reggio il 7 luglio ‘98, per 15 anni non si sa più nulla: è letteralmente sparito. Oggi, a 31 anni dall’esplosione che il 29 luglio 1983 uccise in via Pipitone Federico il consigliere istruttore Rocco Chinnici, i due carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi, un libro ricostruisce il “giallo’’ di quell’indagine abortita negli uffici della procura di Palermo. Il volume, dal titolo Così non si può vivere (edizioni Castelvecchi), uscito nel giugno 2013, è scritto dai giornalisti Fabio De Pasquale ed Eleonora Jannelli, ed è accompagnato da una breve introduzione del presidente del Senato Piero Grasso (che nel 1999 si insedia a capo della Procura di Palermo, dove il fascicolo Recupero è appena scomparso nel nulla). Che fine ha fatto l’indagine sul giudice che secondo i pentiti ha assolto i Greco dall’accusa di strage in cambio di una cospicua mazzetta? “Quel procedimento non è mai stato iscritto a ruolo’’, scrivono gli autori del volume, “si è volatilizzato’’. Non c’è. È sparito. E si chiedono: “Insabbiamento doloso, sonnolenza o confusione?’’. Le stesse domande che si è posto il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi quando, lo scorso anno, proprio grazie alla richiesta di De Pasquale e Jannelli di visionare l’esito del procedimento contro Recupero, scopre che il fascicolo non è mai stato iscritto a ruolo e decide di provvedere immediatamente. Nell'aprile 2013 la procura di Palermo apre ufficialmente una nuova indagine per concorso in mafia e corruzione nei confronti del giudice messinese. Ma è troppo tardi. Perchè Beppe Recupero è morto a Messina da cinque anni, e la sua scomparsa blocca definitivamente ogni ulteriore accertamento sui misteri attorno alla strage Chinnici, rimasta senza colpevoli. I due imputati, i fratelli Michele e Salvatore Greco, il primo capo della Cupola mafiosa, verranno assolti al termine di un’odissea giudiziaria che si snoda per quasi un decennio. Dopo due annullamenti della Cassazione, il 5 dicembre ‘88, entra in scena la Corte d’assise d’appello presieduta da Giuseppe Recupero, un giudice, dicono i pentiti, “avvicinabile”. E per “avvicinarlo”, ricostruiscono De Pasquale e Jannello nel loro libro, Cosa nostra avrebbe chiesto all’ex ministro del Psi Salvo Andò e all’ ex presidente della Regione, il Dc Giuseppe Campione, di parlare con il magistrato per alleggerire la posizione dei boss Greco. Sia Andò che Campione sono stati prosciolti: il pm di Reggio chiese per loro l’archiviazione, ma il gup – che anche in quel caso si era dichiarato incompetente - trasmise gli atti alla procura di Palermo, che chiese per entrambi l’archiviazione, poi disposta dal gup l’11 settembre del ‘98. Quando recupero apre il processo Chinnici, si è da poco concluso il primo grado del maxiprocesso di Palermo con la condanna all’ergastolo del “papa’’ di Ciaculli e a 18 anni per il “senatore’’, ancora latitante, nell’ambito di una sentenza che ritiene provato il loro ruolo di vertice all’interno di Cosa nostra. Il 9 gennaio del ‘90 la Cassazione ribadisce l’assoluzione per strage per tutti gli imputati e rinvia a Reggio Calabria la ridefinizione della pena per i fratelli Michele e Salvatore Greco – poi condannati dai giudici calabresi, rispettivamente a otto e sei anni e mezzo. Dopo ben sette processi, si scrive la parola fine sulla strage Chinnici. Senza nessun colpevole. Come da copione.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 27 luglio 2014

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