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«Chi invece scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli che credono in me, meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino, di quelle girate dall’asino, e fosse precipitato negli abissi del mare.» (Mt 18,6)

Papa Leone ha chiesto "misericordia" per i preti pedofili e "attenzioni" per le vittime. 
Lasciamo volentieri ai teologi da biblioteca e agli accademici da salotto – quelli che commentano le tragedie del mondo dall’alto delle loro sedie imbottite, lontani dal grido delle vittime – la sterile disputa tra crimine e peccato. Loro, sempre pronti a pronunciare con solennità parole come “perdono”, “misericordia” e “redenzione”, mentre il dolore altrui resta un concetto astratto.
Il nodo non è se la Chiesa debba ergersi a tribunale terreno o se debba rinunciare alla cura spirituale delle anime. I sacerdoti compiano pure il loro ministero secondo le regole del proprio ordine. La domanda autentica, e ben più inquietante, è un’altra: non stiamo forse scambiando la misericordia divina con l’ipocrisia istituzionale e la complicità silenziosa?
Quante parole, quante lettere, quante riflessioni saranno ancora necessarie per coprire il fetore di un male che ha ormai raggiunto le vette più alte di Santa Romana Chiesa?
Sembrano interrogativi elementari, quasi ingenui. Eppure qualcuno osa sostenere che l’abuso di un minore possa essere lavato con una benevola pacca sulla spalla e una decina di Pater Noster?
Ebbene, pare di sì.
Lo scorso 25 marzo 2026, Papa Leone XIV ha inviato una lettera alla Conferenza Episcopale Francese in cui, tra l’altro, afferma: “Un punto della vostra riflessione riguarderà il proseguimento della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione che avete intrapreso con determinazione. È opportuno perseverare a lungo termine nelle azioni di prevenzione avviate”. Fin qui, nulla di nuovo. Ma aggiunge: “Continuate a manifestare l’attenzione della Chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”.
Per la Chiesa, dunque, questi uomini non sono più criminali: sono peccatori. E al peccatore, per definizione, spetta il perdono. Prendendo alla lettera le parole del Pontefice, si delinea una sorta di amnistia sotterranea.
A questo punto sorge spontanea una domanda: a cosa servono allora i tribunali canonici se non a garantire agli abusatori la possibilità di ritornare serenamente al sacerdozio, magari a contatto con altri minori, dopo un opportuno “percorso di riabilitazione”?
Mentre la Chiesa francese riflette sulla misericordia, oggi 26 marzo a Bari viene proiettato per la prima volta in Italia il documentario Nun vs. the Vatican di Lorena Luciano e Filippo Piscopo. Due ex religiose della comunità Loyola di Rupnik, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, raccontano con cruda lucidità le “imprese” di Marko Rupnik e, soprattutto, il silenzioso e ostinato meccanismo di protezione attivato dalle gerarchie vaticane.
Il messaggio di Leone XIV alla Chiesa di Francia rende ora il quadro dolorosamente nitido. Le vittime di abusi hanno finalmente compreso dove cercare giustizia: non più tra le navate di una chiesa, ma all’interno di un commissariato di polizia. Perché il Papa ha chiarito che per lui un uomo come l’ex gesuita Marko Rupnik non è un criminale, bensì un peccatore. Alle vittime la Chiesa riserva “attenzione”; agli abusatori, misericordia e “riflessioni pastorali”.
Qualcuno dica al Leone di iniziare a comportarsi come tale: una Chiesa ‘molle’ non serve nulla ai fedeli. 

Foto © Imagoeconomica 

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