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La criminalità organizzata contemporanea ha dimostrato una spiccata capacità di adattamento ai mutamenti sociali ed economici, orientando le proprie strategie verso mercati a basso rischio e ad ampia diffusione. In questo contesto si colloca la progressiva espansione di sostanze stupefacenti a basso costo, spesso ottenute da residui di lavorazione o da miscele di qualità inferiore, destinate a contesti territoriali segnati da fragilità economica e marginalità sociale. 
Non si tratta di un fenomeno occasionale, ma di una scelta strutturata. Le organizzazioni criminali riducono i costi di produzione, ampliano la platea dei consumatori e garantiscono flussi di denaro costanti attraverso sostanze accessibili, facilmente distribuibili e rapidamente sostituibili. Il profitto non è più legato al singolo carico, ma alla continuità dello smercio. 
Queste sostanze, spesso fumabili o di semplice assunzione, presentano un’elevata capacità di creare dipendenza e un impatto particolarmente grave sul piano sanitario e sociale. La loro diffusione è favorita da contesti urbani periferici, aree industriali dismesse e zone di transito, dove l’assenza di presìdi sociali e la precarietà lavorativa facilitano l’insediamento del mercato illecito. 
Dal punto di vista criminologico, l’elemento più rilevante non è soltanto la pericolosità della sostanza, ma il modello distributivo. La filiera viene frammentata, il livello di visibilità si abbassa e l’esposizione dei vertici criminali si riduce. Lo spaccio assume forme diffuse e intermittenti, affidate a soggetti facilmente sostituibili e spesso privi di una piena consapevolezza del contesto criminale complessivo.  
La droga povera non produce esclusivamente dipendenza individuale, ma genera forme di controllo sociale. Alimenta micro economie illegali, consolida rapporti di assoggettamento e contribuisce a impoverire ulteriormente territori già fragili. Si tratta di una strategia silenziosa, meno appariscente rispetto ai grandi traffici, ma non per questo meno efficace.  
Le fonti istituzionali convergono nell’indicare come queste sostanze rappresentino oggi uno dei principali vettori di diffusione del consumo tra le fasce più vulnerabili della popolazione. L’impatto si riflette nell’aumento delle emergenze sanitarie, nel degrado urbano e nell’indebolimento del tessuto sociale, con costi elevati per l’intera collettività.  
Il contrasto non può limitarsi alla sola dimensione repressiva. È necessaria una lettura integrata che comprenda prevenzione, controllo del territorio, monitoraggio degli indicatori deboli e interventi sociali mirati. Ignorare queste dinamiche significa lasciare spazio a una criminalità che ha compreso come la povertà non sia soltanto una condizione da sfruttare, ma un mercato da organizzare. 
La diffusione di queste sostanze non rappresenta un fenomeno marginale. È il segnale di una criminalità che prospera dove l’attenzione pubblica si attenua e l’intervento arriva in ritardo. 
La criminalità si rafforza quando diventa ordinaria. La legalità resiste solo dove qualcuno riconosce il pericolo prima che si trasformi in sistema. 

*Roberto Delli Carri, Ispettore di Polizia Locale Ufficiale di Polizia Giudiziaria 

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