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C’è una fotografia che si ripete ogni anno, puntuale come un rito: la marcia antimafia Bagheria – Casteldaccia. Striscioni, fasce tricolori, dichiarazioni solenni, post sui social. In prima fila, immancabili, le amministrazioni e i rappresentanti della politica locale, officianti di una liturgia dell’antimafia istituzionale ormai obbligata. Non aderirvi sarebbe socialmente inammissibile, politicamente suicida, moralmente indecente. Eppure è proprio in questa unanimità rituale, priva di conflitto e di rischio, che l’ambiguità trova il suo spazio più comodo. 

La marcia – giunta quest’anno alla 43a edizione – nasce come gesto di resistenza, memoria attiva e denuncia collettiva. Camminare contro la mafia significa attraversare territori feriti, dare corpo a storie e nomi che non chiedono consenso ma verità. Un atto necessario e coerente per chi l’antimafia la pratica ogni giorno: il Centro Studi Pio La Torre (va citato l’instancabile presidente emerito Vito Lo Monaco), le altre realtà associative, i singoli cittadini che lavorano sui territori tutto l’anno.

Va detto con chiarezza: per molte persone che vi partecipano, quell’atto è autentico, vissuto, talvolta persino sofferto. È l’espressione di un impegno che non si esaurisce in una giornata. Ma quando a sfilare è chi, nel resto dell’anno, pratica il silenzio, l’opacità o una prudenza che somiglia alla resa, la domanda diventa inevitabile: di quale antimafia stiamo parlando? 

L’antimafia non è una parola da pronunciare un paio di volte l’anno, né una fascia da indossare per qualche chilometro. È una pratica quotidiana fatta di scelte scomode, di atti amministrativi che disturbano, di decisioni che rompono equilibri e producono reazioni. È conflitto, non rappresentazione. È l’esatto opposto dell’antimafia cerimoniale, quella che privilegia il consenso e sacrifica la coerenza. Giovanni Falcone lo ricordava con lucidità: «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». Ma quella fine arriva solo quando le istituzioni smettono di essere ambigue; quando non chiudono un occhio su un appalto, una concessione, un favore “tecnicamente regolare ma moralmente marcio”.

Il problema non è la marcia in sé – che anzi è l’esito di un lungo percorso di ricerca, studio e approfondimento che il Centro porta avanti da molti anni – ma il suo uso come alibi, come certificato morale che consente, una volta tornati negli uffici, di sentirsi a posto con la coscienza. Un’antimafia che non disturba, che non produce nemici, che non genera isolamento è un’antimafia innocua. E un’antimafia innocua, in territori di mafia come Bagheria e Casteldaccia, rischia di trasformarsi in una forma elegante di complicità.

Le amministrazioni e i politici locali amano definirsi “presenti”, custodi della “memoria”: è una scelta. Così come lo è non dotarsi di strumenti efficaci di controllo, non rafforzare la trasparenza, non rompere relazioni ambigue che tutti conoscono e nessuno nomina. La mafia – o, più spesso, l’atteggiamento mafioso – prospera esattamente in questo scarto: tra ciò che si proclama in pubblico e ciò che si pratica in privato, in quella “zona grigia” di sciasciana memoria in cui l’irresponsabilità si traveste da normalità.

La marcia Bagheria – Casteldaccia può essere così non un rito autoassolutorio, ma un momento di verità; non un palcoscenico, ma uno specchio. Un’occasione per ricordare che l’antimafia non è una spilla da appuntarsi, ma una pratica quotidiana. Lo avvertiva già Leonardo Sciascia: «Quando si parla di mafia, bisogna stare attenti a non farne una religione» (L. Sciascia, La corda pazza. Scritti su Palermo e la Sicilia, Adelphi, Milano 1970, p. 73). Perché quando il “contro la mafia” diventa fede, rito o conforto morale, smette di essere critica e finisce per assolvere proprio ciò che dovrebbe mettere in discussione. 

La speranza, allora, non sta in chi sfila il prossimo 26 febbraio, ma nelle persone che restano. In chi continua a praticare un’antimafia senza aggettivi, senza palchi, senza scorciatoie morali. Finché questa minoranza ostinata continuerà a pretendere coerenza, l’antimafia non sarà riducibile a un evento annuale. E finché non lo sarà, nessuna marcia potrà dirsi davvero conclusa. E se non l’avessi già detto: ci vediamo alla marcia! Ma, soprattutto, il giorno dopo. E quello dopo ancora. 

ANTIMAFIADuemila
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