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Bisogna riconoscere che il potere esecutivo e la maggioranza politica in Parlamento sono dotati di una ricca fantasia che consente loro di mettere in campo proposte di legge impensabili che nessun politico prima d’ora aveva mai provato a presentare. 
Si tratta di proposte di legge pesanti; di quelle che scarniscono la nostra Costituzione, fino a farla divenire uno strumento inutile, secco e privo di funzioni specifiche che non siano quelle che l’attuale ceto politico al governo del Paese, ritiene necessarie per raggiungere l’agognata meta. Ecco, la meta. La meta è un ‘Italia senza regole se non quelle assolutamente necessarie per fare muovere la macchina del governo; un’Italia priva di quei principi costituzionali su cui avevano puntato i nostri padri costituenti per la rinascita del Paese; un ‘Italia che restituisce a burocrati e imprenditori corrotti e concussi, l’onore della propria firma in calce a provvedimenti ed atti improbabili o addirittura illegittimi – senza dover temere la scure giudiziaria delle responsabilità personali e d’ufficio , senza rischiare alcunché ed a tutto beneficio di una buona parte dell’imprenditoria che naviga incontrastata all’interno di quel mondo criminoso che costituisce il vero vulnus della macchina pubblica quale elemento costitutivo di un reato.
A ben vedere, è proprio questo il motivo basilare di quest’ultima riforma: l’abolizione di controlli e vigilanza in modo da lasciare libere le mani al governo.
Il programma politico dell’attuale maggioranza mira a concentrare tutti i poteri nelle mani di un solo soggetto che sia il presidente del consiglio o il presidente della Repubblica, non ha alcuna importanza. Ciò che è veramente importante è la concentrazione dei poteri dello Stato sotto la volontà dispotica di un uomo forte che non debba rendere conto ad alcun altro.
Dunque la fine della democrazia, alla quale Giorgia Meloni arriverà con l’approvazione di singoli provvedimenti, leggi e disposizioni, proposte al Parlamento per l’approvazione delle leggi di pertinenza.
Ma quali proposte? E, a chi? Al parlamento? che ormai è svuotato di qualsiasi significato simbolico o concreto che sia e che non potrà che approvare senza discussione alcuna? In questo ultimo scorcio di legislatura abbiamo assistito allo scempio della carta costituzionale. Abbiamo cantato il de profundis a parecchi provvedimenti, norme codicistiche e leggi dello Stato che invero, avevano svolto correttamente il loro ruolo e che adesso verranno smembrate, parcellizzate e buttate via per essere sostituite da altre leggi – ad beneficium del cerchio magico del capo dell’esecutivo nonché delle classi dirigenti e dei colletti bianchi. La lettura di quelle leggi - stupefacente e preoccupante - non potrà che manifestare quel programma di gestione assolutista che l’attuale maggioranza ha ereditato dal perpetuo Silvio Berlusconi.
Ebbene, nei giorni scorsi, questo pezzo di riforma è diventata legge; e sapete qual è la questione più sconvolgente? – Il fattore tempo. Quel fattore che permetterà alla pubblica amministrazione di bypassare qualsiasi ostacolo, nel campo dei lavori pubblici, senza perdite di tempo da dedicare ai controlli, ispezioni, contenziosi vari.
Facciamo un semplice esempio che ci propone il giurista, Leonardo Cucchi: “Il Sig. Mario, assessore un po’ disinibito, si mette in testa di far prendere più soldi ai suoi amici in Comune, ma di farlo tramite una società in house, così da aggirare tutti i tetti imposti per legge. Prepara un bel parere, si siede sulla sua poltrona, accende il PC e manda richiesta di parere preventivo alla Corte dei conti. Grazie a Giorgia Meloni, se la sparuta pattuglia di 477 magistrati della Corte dei conti non risponderà entro 30 giorni al sig. Mario scatterà il silenzio-assenso e Mario verrà sollevato da responsabilità. Via libera!!!”.
Ora, se analizziamo la questione, non possiamo negare che con l’entrata in vigore della novella legge, non solo il Sig. Mario ricorrerà alle istanze di parere, ma sicuramente centinaia di assessori, sindaci, ed altri burocrati o enti interessati, i quali non rinunceranno ad approfittare della ghiotta occasione. Cosicchè la sezione di controllo della Corte – che già con l’attuale organico a disposizione non riesce a smaltire il lavoro ordinario – non avrà il tempo di rispondere a tutte le richieste di parere tanto da fare scadere, senza esiti, i 30 giorni di tempo previsti dalla legge.
A questo punto è chiaro che per il Sig. Mario, non ci saranno più ostacoli da superare perché – in forza del silenzio-assenso – ha già in mano l’autorizzazione per costruire anche il ponte di Messina, se lo vorrà.
È per questi motivi che la legge in argomento è stata definita la “fiera dell’illegalità”.
E allora, considerato tutto quanto superiormente narrato, la curiosità mi spinge a leggere gli altri contenuti della riforma.
In buona sostanza vengono modificate le funzioni della Corte dei conti con particolare riguardo al controllo preventivo di atti amministrativi, mediante il metodo (assai sbrigativo) del silenzio-assenso. L’esempio sopra adottato per meglio intendere l’intenzione del legislatore, è la dimostrazione palmare della pericolosità della norma che rischia di essere il vero passe-partout per ottenere, senza controlli o pareri, la convalida degli atti; ma ciò che stupisce ancor più è che, in tali casi di convalida con il silenzio-assenso, il funzionario o dirigente sarà esente da qualsiasi tipo di responsabilità.
Ecco dunque svelata la vera ragione del varo della legge di riforma in parola: è la salvezza dei burocrati della pubblica amministrazione che finalmente – senza la cosiddetta “paura della firma” - potranno favorire i propri amici nelle pratiche non dovendo rischiare alcun provvedimento disciplinare o giudiziario.
E questa come la vogliamo chiamare? Una sorta di impunità. Un vero regalo di Natale per i burocrati, per i colletti bianchi.
Potrei proseguire e andare ancora oltre nell’analisi della novella legge, ma credo che quanto già narrato sia più che sufficiente per manifestare quanto la riforma sia pericolosa per la collettività che verrebbe così depauperata di quella fiducia che i cittadini ripongono in quell’importantissimo organo di controllo, di revisione, di pareri, che sorreggono la nostra democrazia. Adesso, anche se la Corte continuerà ad esistere, non potrà però garantire la comunità dai rischi derivanti dai possibili ed eventuali imbrogli amministrativi, stante che la Corte verrà ridotta ad uno stato di confusione ed inutilità di cui solo i colletti bianchi potranno avvantaggiarsi impunemente.
La riduzione dei poteri controllo e la possibilità di potere ricorrere al metodo del silenzio-assenso, rendono più debole i poteri e le funzioni della Corte dei conti che non avranno più la possibilità di esercitare la vigilanza sulla legalità e sulla correttezza della spesa pubblica.
La Corte rimarrà un istituzione amorfa che viene privata del controllo di trasparenza e che non potrebbe più vantare la propria identità di presidio costituzionale fondamentale per la tutela dei cittadini e dello Stato di diritto.
Se volessi esprimere il mio punto di vista critico personale, non potrei negare che fino ad ora la Corte dei conti è stato un pilastro del sistema di controllo dello Stato; un’autorità giurisdizionale con poteri di controllo, accertamento di responsabilità e garanzia della corretta spesa publica.
Il governo sta facendo un errore madornale: non si possono ridurre le capacità a scapito dell’efficienza del ruolo, specialmente in periodi in cui la fiducia sulle istituzioni è deficitaria.
Ma non è tutto. Perché questa riforma è invero il completamento di quella precedentemente che ha abolito l’abuso d’ufficio. Pertanto è palese che lo “snellimento” delle funzioni della Corte di conti arriva in un momento in cui già il reato originario era stato eliminato. D’altronde, se non c’è più l’illecito, la Corte dei conti non avrebbe più cosa controllare; in assenza dell’abuso di ufficio – che, ancorché compiuto, non è più reato – non c’è alcuna ragione di vigilare sui conti pubblici e sull’operato della pubblica amministrazione. In poche parole: se non c’è il misfatto non c’è più neanche la pena.
Vincenzo Musacchio – criminologo forense – ci sottopone un validissimo esempio: “Attualmente, chi sottrae centomila euro al bilancio dello Stato deve risarcire l’intera somma di cui si è appropriato. Con la nuova norma invece il risarcimento massimo scenderebbe a soli trentamila euro. La modifica prevede, dunque l’introduzione di un tetto al risarcimento per danno erariale causato da colpa grave limitandolo fino ad un massimo corrispondente a due annualità di stipendio applicando il principio del favor rei".
E, per finire, viene introdotta la norma secondo la quale il diritto al risarcimento si estingue dopo cinque anni dal compimento del fatto che ha procurato il danno. Ancora una volta siamo costretti a rilevare come la volontà dell’attuale legislatore, sia quella di alleggerire le responsabilità del reo, anzi, c’è addirittura la volontà di creare una serie di benefici in suo favore che lo tengono ben lontano dal rischio di azioni giudiziarie nei suoi confronti. Il funzionario, il dirigente o comunque chi si macchi di reato amministrativo, avendo operato per lo Stato, con le nuove norme della riforma, viene assolutamente deresponsabilizzato e così, potrà vantarsi di avere apposto la fatidica firma in calce agli atti amministrativi, senza rischiare nulla.
Un plauso dunque alla Meloni e a tutti gli uomini del suo staff per avere attuato una strategia politica di non poco conto e per avere cancellato un bel pezzo di democrazia dalla nostra Costituzione. 

Foto © Imagoeconomica

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