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Foto © Archivio Letizia Battaglia

Storicamente, Cosa Nostra in Sicilia e la ’Ndrangheta in Calabria, emblemi di strutture mafiose patriarcali, hanno escluso formalmente le donne dalla partecipazione attiva. Le regole non scritte delle mafie tradizionali prevedevano che solo gli uomini potessero far parte dell’“onorata società”, mentre alle donne era attribuito un ruolo di secondo piano, confinato alla sfera domestica e familiare. In queste visioni arcaiche, la donna veniva considerata emotiva, pettegola e incapace di rispettare la regola del silenzio imposta dall’omertà, ragion per cui non poteva essere affidataria di segreti né coinvolta nei rituali di affiliazione riservati ai membri maschi. L’appartenenza al genere maschile costituiva infatti il requisito fondamentale per accedere al rito iniziatico mafioso, sancendo un’esclusione femminile totale e “di principio” dalla struttura formale dell’organizzazione.
Tale emarginazione ufficiale, tuttavia, non eliminava la funzione sostanziale e simbolica svolta dalle donne all’interno dell’universo mafioso. Pur senza un’investitura “ufficiale”, le donne di mafia hanno tradizionalmente operato come custodi e trasmettitrici dei valori del clan. In qualità di madri, mogli o figlie di affiliati, esse rafforzavano la coesione del gruppo criminale sul piano socio-culturale. Era loro compito primario crescere i figli secondo i codici mafiosi fondamentali, onore, vendetta, omertà, incoraggiando nei maschi la volontà di rivalsa e fedeltà al clan, e nelle femmine la devozione ai valori familiari mafiosi e la sottomissione alle logiche del gruppo. Le donne garantivano la rispettabilità apparente della famiglia (e quindi la reputazione dei membri maschili) e contribuivano a stringere alleanze matrimoniali tra famiglie criminali, unendo linee di sangue per consolidare patti di potere. Oltre a ciò, svolgevano spesso il ruolo di mediate ricetrasmittenti dei voleri dei boss: storicamente hanno agito da messaggere incaricate di recapitare ordini e informazioni (le cosiddette “mbasciate”) ai membri latitanti o detenuti, organizzando anche incontri e cerimonie familiari funzionali alla vita del clan. In sintesi, nella fase pre-emancipazione il contributo femminile si concretizzava in una presenza silenziosa ma cruciale: le donne erano madri educatrici, garanti dell’onore familiare e sentinelle dell’omertà, una sorta di holding familiare invisibile che sorreggeva la struttura mafiosa senza apparire nelle sue gerarchie formali. Queste prerogative tradizionali, esercitate all’ombra dei padri, dei mariti e dei fratelli, hanno costituito per decenni l’unico spazio consentito alle donne nelle mafie storiche.
  

Mutamenti giuridici e investigativi nel riconoscimento del ruolo attivo

Fino agli anni Novanta, la sottovalutazione istituzionale del ruolo criminale femminile rifletteva radicati pregiudizi di genere. Nelle aule giudiziarie vigeva un paternalismo giudiziario tale per cui le condotte delle donne dei clan venivano raramente ricondotte al reato di associazione mafiosa. Gli inquirenti e i giudici tendevano a derubricare i comportamenti femminili a reati minori, spesso a favoreggiamento personale del familiare (condotta non punibile se compiuta in aiuto a un congiunto), oppure addirittura a classificarli come espressione di squilibri emotivi o patologie individuali, anziché atti mafiosi consapevoli. In altre parole, per lungo tempo la giustizia mostrò indulgenza verso le donne di mafia, ritenendole incapaci di avere ruoli di primo piano negli affari criminali. Questa impostazione si traduceva in una sorta di immunità di fatto: prima dei primi anni ’90 era impensabile contestare a una donna il reato di associazione di tipo mafioso ex art. 416-bis c.p., dato che la cultura giudiziaria dominante le relegava al ruolo di semplici “comparse” forzate dagli uomini.
A partire dalla metà degli anni ’90, tuttavia, si è assistito a un’evoluzione decisa sia nell’approccio investigativo sia nell’orientamento della giurisprudenza. Le mutate sensibilità sociali e l’evidenza emersa dalle indagini sul campo hanno indotto le autorità a riconoscere che anche le donne possono contribuire attivamente al rafforzamento delle organizzazioni mafiose e dunque risponderne penalmente. Emblematico è il dato delle condanne: tra il 1994 e il 2004 si è passati da zero sentenze ai sensi dell’art.416-bis emesse a carico di donne, a ben 14 condanne. Si tratta di un incremento dovuto non tanto a un’improvvisa “militarizzazione” delle donne, quanto al mutato atteggiamento della magistratura, finalmente disposta a configurare il concorso femminile come partecipazione mafiosa punibile. Un passaggio fondamentale in questa direzione è rappresentato da una sentenza della Corte di Cassazione del 1999, la prima a stabilire espressamente che anche le donne possono essere pienamente imputabili del reato di associazione mafiosa pur in assenza di un’affiliazione formale rituale. In altri termini, la Suprema Corte ha chiarito che il contributo consapevole e volontario di una donna alle attività di un clan, se stabile, organico e funzionale ai fini criminali, integra gli estremi della partecipazione mafiosa, indipendentemente dal fatto che i codici “d’onore” maschili non le consentano il rituale di iniziazione. Questa pronuncia ha fatto giurisprudenza, scardinando il dogma secondo cui la mancata affiliazione rituale escludesse automaticamente le donne dal novero dei soggetti perseguibili ai sensi del 416-bis.
Parallelamente, le procure antimafia hanno iniziato a investigare con maggiore attenzione le dinamiche femminili nei clan, portando alla luce ruoli prima ignorati. Si è compreso che molte mogli, madri o figlie non erano semplicemente vittime passive, bensì ingranaggi attivi dei sodalizi: ad esempio, custodivano armi e denaro, dirigevano comunicazioni segrete, amministravano beni intestati fittiziamente, e perfino impartivano ordini su mandato dei capi detenuti. La consapevolezza investigativa di questi fatti ha condotto a un aumento dei procedimenti a carico di donne per reati tipicamente mafiosi. Ancora oggi la percentuale di donne condannate per associazione mafiosa rimane esigua in rapporto agli uomini, un recente dato la attesta attorno al 2,5% del totale condannati, ma si tratta di una percentuale in costante crescita rispetto al passato, indice di una progressiva rimozione del “velo” di sottovalutazione. Ne è riprova la presenza non trascurabile di figure femminili anche nei regimi detentivi più severi: al 2022 risultavano detenute al 41-bis (carcere duro riservato ai mafiosi più pericolosi) 12 donne, mentre altre 218 scontavano pene detentive in sezioni di alta sicurezza per reati di stampo mafioso. Questi numeri, impensabili solo pochi decenni fa, testimoniano che lo Stato ha iniziato a riconoscere e colpire il contributo operativo delle donne nelle mafie, adeguando la risposta repressiva alla realtà effettiva delle dinamiche criminali.
  

Partecipazione economica: prestanome, imprese e riciclaggio

Uno dei campi in cui l’apporto delle donne mafiose è divenuto più evidente è quello economico-imprenditoriale. Man mano che la repressione statuale si è intensificata e le misure patrimoniali (sequestri, confische) hanno colpito i patrimoni illeciti, le organizzazioni criminali hanno reagito spostando sulle figure femminili molte attività finanziarie e societarie, allo scopo di celare i beni ed eludere i controlli. Secondo un’autorevole analisi interuniversitaria, circa un terzo degli intestatari o azionisti di società confiscate alle mafie è donna, un’incidenza quasi doppia rispetto alla media registrata nelle aziende dell’economia legale. Questo dato non indica una reale emancipazione paritaria, ma riflette una strategia funzionale dei clan: le donne costituiscono spesso il prestanome ideale per aziende e proprietà riconducibili alla mafia. Tale status deriva da varie ragioni documentate. In primo luogo, le donne vicine ai boss presentano in genere profili penali puliti: non avendo precedenti o segnalazioni, il loro coinvolgimento in attività economiche insospettisce meno banche, notai e autorità di vigilanza. In secondo luogo, se fanno parte della famiglia, assicurano che il controllo dell’impresa rimanga “in casa”, evitando di affidarsi a terzi che potrebbero diventare inaffidabili. Inoltre, storicamente la donna gode di una certa sottovalutazione sociale nel ruolo di businesswoman mafiosa: tale stereotipo ha permesso loro di operare sotto traccia, sfuggendo più facilmente alle indagini rispetto ai colleghi maschi.
Le analisi sui beni confiscati confermano la capillare penetrazione femminile nell’imprenditoria mafiosa. Settori come la ristorazione e l’alberghiero, il commercio al dettaglio, i trasporti e l’edilizia mostrano percentuali altissime di società intestate a donne quando si tratta di aziende legate ai clan, superando di gran lunga la presenza femminile nei medesimi settori dell’economia legale. Ad esempio, oltre la metà delle imprese mafiose confiscate nel comparto turistico-ricettivo risultava avere donne come azionisti o titolari. In ambito edilizio e logistico, addirittura, la probabilità di trovare una donna al vertice formale di una società mafiosa è quadruplicata rispetto alle aziende sane. Queste donne fungono spesso da schermo legale: prestano il proprio nome per la registrazione di beni e società, permettendo ai reali capi di rimanere nell’ombra. Come osservato dai ricercatori, il minor coinvolgimento pregresso in vicende giudiziarie rende le figure femminili meno soggette ad allerta nei normali processi di due diligence bancaria o amministrativa. Ciò detto, sarebbe riduttivo interpretare la loro presenza solo in chiave passiva. Numerosi casi documentati mostrano che le donne non si limitano a fornire una copertura formale, ma partecipano attivamente alla gestione degli affari illeciti. Ricoprono incarichi direttivi nelle aziende di famiglia, amministrano flussi finanziari e curano l’interfaccia con l’economia pulita, mettendo a frutto competenze manageriali di alto livello. In alcune inchieste giudiziarie, intercettazioni e riscontri contabili hanno evidenziato donne capaci di muovere ingenti capitali, orchestrare reti societarie internazionali per il riciclaggio e trattare direttamente con fornitori criminali (ad esempio broker della droga o complici nel riciclaggio) alla pari dei colleghi uomini. In sintesi, nel contesto contemporaneo le donne mafiose sono divenute protagoniste degli affari, costituendo un pilastro dell’area economica del sistema criminale. Questa evoluzione, letta in chiave di “emancipazione”, è tuttavia paradossale: si tratta di un’emancipazione strumentale ai fini del sodalizio, una delega di compiti che i capi concedono in funzione anti-repressiva. Le donne acquisiscono peso negli affari mafiosi non per un riconoscimento di pari dignità, ma perché funzionali alla mimetizzazione del potere economico criminale. Ciò nondimeno, il risultato pratico è che oggi esse detengono un know-how finanziario e societario che le rende attori criminali a pieno titolo, sebbene spesso occultati dietro la facciata di attività femminili apparentemente lecite.
  

Modelli mafiosi a confronto: differenze territoriali del ruolo femminile

Le quattro principali mafie italiane, pur condividendo tratti comuni, presentano differenze strutturali profonde, che si riflettono anche nel ruolo assegnato (o assunto) dalle donne al loro interno. Cosa Nostra (Sicilia) e ’Ndrangheta (Calabria) storicamente incarnano il modello più tradizionalista e misogino: entrambe non prevedono, nei codici interni, la possibilità per una donna di essere affiliata tramite i rituali formali. In Cosa Nostra, secondo antichi proverbi mafiosi, “la fimmina è una mezza fontana”, figura ritenuta inaffidabile perché considerata incline all’emotività, e perciò esclusa dalle deliberazioni importanti. Analogamente la ’Ndrangheta, fino a tempi recentissimi, negava alle donne qualsiasi ruolo ufficiale nella gerarchia: il termine stesso ’ndrina suggerisce una concezione familistica al cui vertice c’è sempre un patriarca. Tuttavia, la realtà operativa di questi gruppi è più complessa di quanto lascino intendere i codici di facciata. In entrambe le organizzazioni, infatti, clan e famiglia biologica coincidono in larga misura, il che significa che la donna di famiglia diviene inevitabilmente parte integrante delle dinamiche di clan. Pur restando “invisibili” nelle cerimonie di affiliazione, mogli, madri e sorelle giocano un ruolo sostanziale nel garantire la continuità del sodalizio durante le assenze forzate degli uomini (latitanze, arresti, omicidi). Alle donne di Cosa Nostra e ’Ndrangheta è storicamente delegato il compito di trasmettere ai figli i precetti e l’ideologia mafiosa, cosa è giusto fare per essere un “buon mafioso” e perché ciò sia ritenuto giusto nel gruppo, preservando così dall’interno i valori fondanti dell’organizzazione. Inoltre, all’occorrenza esse fungono da supplenti dei leader maschili: non di rado, in presenza di capi detenuti o latitanti, sono le consorti o le figlie maggiori a occuparsi della gestione quotidiana degli affari, amministrando il denaro della cosca, mantenendo i contatti tra gli affiliati e veicolando all’esterno le decisioni strategiche prese in famiglia. Seppur rare, si registrano persino situazioni in cui donne di Cosa Nostra o ’Ndrangheta hanno assunto ruoli di comando effettivo in determinati settori, ad esempio nella gestione di traffici di droga o nelle estorsioni, soprattutto per colmare vuoti di potere temporanei. Tuttavia, questo potere esercitato è spesso delegato e temporaneo: come rilevato dalla letteratura sociologica, nelle mafie tradizionali l’autorità femminile si manifesta quasi sempre in funzione vicaria e cessa non appena il referente maschile torna disponibile. La cultura patriarcale sottesa a Cosa Nostra e ’Ndrangheta continua infatti a imporre limiti stringenti: emblematico è il caso (riportato da studi specialistici) di una donna che, pur divenuta reggente di un mandamento mafioso in Sicilia in assenza dei fratelli, veniva tenuta fuori dalle riunioni strategiche dei capi clan in quanto “donna”. Ciò evidenzia come, in queste organizzazioni, le donne possano raggiungere posizioni di fatto molto elevate, ma rimangano prive di un pieno riconoscimento interno a causa del persistente sessismo mafioso.

In Camorra (Campania), il quadro è differente e per certi versi più avanzato sul piano del coinvolgimento femminile. La camorra napoletana, sin dal XIX secolo, ha visto la presenza attiva di donne negli affari illeciti, spesso in ruoli paritari se non apicali. La società tradizionale campana dell’epoca post-unitaria, specie nei contesti urbani di Napoli, offriva terreno fertile all’ascesa di figure femminili nel sottobosco criminale: donne dedite al racket dell’usura, alla gestione di bordelli, al contrabbando di sigarette e, in tempi più recenti, protagoniste del traffico di stupefacenti. Diversamente dalle mafie isolane, la camorra non impose mai un divieto assoluto di comando alle donne. Al contrario, la storia criminale di Napoli annovera varie donne boss capaci di mantenere il controllo di quartieri e clan, al punto da impartire ordini a schiere di uomini armati. Si ricorda il caso di mogli e madri che, rimaste vedove o in assenza dei mariti camorristi, hanno assunto la guida effettiva delle organizzazioni, consolidando il potere con carisma e ferocia pari a quella dei loro predecessori maschi. Questa realtà è confermata dai dati odierni: le donne di camorra risultano le più numerose tra le detenute al 41-bis, segno che le autorità giudiziarie hanno individuato in esse figure di elevata pericolosità e ruolo apicale. Un sistema camorristico fluido e imprenditoriale, meno ingessato da rituali “d’onore” rispetto a Cosa Nostra, ha in pratica permesso alle donne di emergere come attori criminali di primo piano, valutate per le loro capacità di gestire affari e violenza, più che escluse per il loro genere. Addirittura, fatto impensabile nelle altre mafie tradizionaliste, nella camorra si sono registrati esempi di donne con orientamenti personali non conformi ai canoni patriarcali (si citano casi di leader criminali di orientamento omosessuale) che sono riuscite comunque ad ascendere al vertice di clan, indice di una certa attitudine “laica” della camorra nel riconoscere il potere al di là degli stereotipi di genere. In sintesi, il modello camorrista ha storicamente attribuito alle donne margini più ampi di partecipazione diretta: esse possono essere leader riconosciute, gestire in prima persona piazze di spaccio, amministrare cospicui introiti illeciti e sedere al tavolo delle decisioni criminali senza che il loro genere costituisca un veto assoluto.

La situazione della mafia pugliese, in particolare della Sacra Corona Unita (SCU), presenta a sua volta peculiarità degne di nota. La SCU, formatasi negli anni ’80 ispirandosi in parte ai rituali di Cosa Nostra ma in un contesto socio-culturale diverso (la Puglia contemporanea), ha mostrato sin dall’inizio un atteggiamento meno rigido verso la partecipazione femminile. Fonti giudiziarie risalenti alla metà degli anni ’90 attestano che in Sacra Corona Unita le donne possono addirittura essere “affiliate” tramite rito e ricoprire ruoli criminali significativi, al contrario di quanto avveniva nelle mafie siciliana e calabrese. In una sentenza innovativa del Tribunale per i minorenni di Lecce del 1996, confermata poi in appello, si dichiarò esplicitamente che il paradigma secondo cui le donne avrebbero solo ruoli di contorno non era applicabile alla SCU: in quell’occasione due ragazze (una delle quali sorella di un capoclan) vennero riconosciute colpevoli di partecipazione all’associazione mafiosa, avendo fornito supporto logistico alle attività del gruppo ben oltre la mera connivenza familiare. Tale pronuncia, una delle prime in Italia, evidenziò come la cultura mafiosa pugliese, meno intrisa di codici d’onore arcaici e nata in un periodo storico di maggiore emancipazione femminile, non precluda alle donne né l’affiliazione rituale né il compimento di atti di rilievo penale. Di fatto, nelle realtà criminali pugliesi le donne hanno avuto modo di agire con più libertà, assumendo in alcuni casi la guida di gruppi familiari durante le detenzioni dei capi, gestendo traffici di contrabbando e mantenendo relazioni dirette con organizzazioni criminali estere (essendo la Puglia snodo di traffici con l’Est Europa). La letteratura segnala anche nella SCU figure femminili che hanno trattato alla pari con gli uomini, dimostrando capacità organizzative e una ferrea determinazione nel far rispettare le regole del clan. Pur non essendo la mafia pugliese immune dal maschilismo criminale (le posizioni di vertice restano prevalentemente maschili), il ruolo femminile appare meno stigmatizzato rispetto a contesti siciliani o calabresi, e casi di donne al comando non suscitano la stessa incredulità. Ciò potrebbe spiegarsi con l’origine relativamente recente di questa mafia, che ha “importato” rituali mafiosi in una società dove le donne godevano già di maggiore spazio pubblico, e con la sua struttura più flessibile e opportunistica.
Un ultimo elemento di differenziazione riguarda le mafie fuori dai loro territori d’origine, ossia le propaggini che Cosa Nostra, ’Ndrangheta e Camorra hanno impiantato nel Centro-Nord Italia o all’estero. In questi contesti “di esportazione”, liberati in parte dal controllo sociale delle comunità tradizionali, si è osservato che le donne (talvolta anche non appartenenti a famiglie mafiose originarie) riescono ad assumere ruoli più spiccatamente operativi. Ad esempio, importanti procedimenti contro la ’Ndrangheta in Emilia-Romagna e in Lombardia hanno visto decine di donne tra gli imputati, alcune delle quali occupavano posizioni di gestione finanziaria e logistica del gruppo criminale locale. Gli analisti hanno rilevato che, soprattutto quando si tratta di seconde generazioni o di contesti non meridionali, le donne di mafia godono di maggiori margini di autonomia e visibilità, sfruttando anche un minore sospetto ambientale rispetto ai contesti d’origine. Questo fenomeno indica che, sganciato dai controlli patriarcali più asfissianti del Sud, il modello mafioso può adattarsi lasciando emergere leadership femminili sul campo, qualora ciò torni utile all’organizzazione. Naturalmente, permane il legame gerarchico ultimo con i vertici tradizionali (solitamente maschili) del clan di provenienza, ma nella quotidianità operativa di certe piazze del Nord Italia la donna mafiosa può trovarsi a trattare direttamente con fornitori, mediatori o persino con esponenti di istituzioni corrotte, agendo come rappresentante autorevole del gruppo criminale. Le diversità geografiche, dunque, influenzano in modo sensibile il ventaglio dei ruoli femminili nelle mafie: si va dall’ombra potente ma discreta della madre siciliana o calabrese, alla leadership conclamata della donna camorrista, fino alla polifunzionalità adattiva delle donne nelle mafie pugliesi e trapiantate. Queste differenze, tuttavia, convergono tutte verso un dato comune: l’aumento del protagonismo femminile mafioso è un trend trasversale, che investe ogni modello mafioso, con tempi e modalità differenti, sotto la spinta dei cambiamenti sociali e delle necessità strategiche delle organizzazioni stesse.
  

Collaboratrici di giustizia e rottura dei legami mafiosi

Oltre al loro contributo all’interno delle organizzazioni criminali, le donne stanno assumendo un ruolo di rilievo anche nel contrasto alle mafie, soprattutto attraverso la scelta di dissociarsi e collaborare con lo Stato. Tradizionalmente, l’adesione delle donne al codice dell’omertà era quasi totale: in virtù dei legami familiari e delle pressioni ambientali, pochissime osavano tradire la famiglia mafiosa. Ciò era particolarmente vero in contesti come la ’Ndrangheta, dove i vincoli di sangue che coinvolgono le donne, sorelle, mogli, figlie dei boss, hanno reso l’organizzazione estremamente impermeabile al fenomeno del pentitismo, poiché la defezione di una donna equivale a uno strappo nel tessuto familiare stesso, assai difficile da realizzare. Eppure, negli ultimi decenni qualcosa è cambiato anche su questo fronte. Sempre più donne di mafia hanno deciso di rompere il silenzio e diventare collaboratrici o testimoni di giustizia, fornendo dall’interno informazioni preziose agli inquirenti.

I numeri, pur contenuti, segnalano una presenza crescente di queste figure femminili coraggiose. Secondo dati ufficiali aggiornati, al 31 dicembre 2018 risultavano 60 collaboratrici di giustizia in ambito mafioso, a fronte di 1129 collaboratori uomini. La maggior parte di queste donne pentite proveniva dalla camorra (17 casi), seguita a ruota da Cosa Nostra (11) e dalla criminalità organizzata pugliese (altre 11), mentre leggermente inferiore era il numero dalle file della ’Ndrangheta (10). Ciò rispecchia la diversa “accessibilità” delle donne nelle varie mafie: in Campania e Sicilia, dove erano più attive, si è registrato anche un maggior numero di pentimenti femminili; la ’Ndrangheta invece, come detto, ha visto meno fuoriuscite. Col tempo, comunque, le differenze si stanno attenuando. Alla fine del 2021, ad esempio, si contavano 16 testimoni di giustizia donne (cioè persone che, pur non avendo fatto parte attiva del clan, hanno visto o subito fatti mafiosi e depongono contro gli autori): un dato piccolo in assoluto, ma significativo perché in quell’anno il numero più alto di testimonianze femminili riguardava proprio procedimenti contro la ’Ndrangheta (6 donne su 16 testimoni totali). Segno che anche in Calabria alcune donne hanno trovato la forza di farsi avanti, spesso dopo aver patito in ambito familiare violenze e sopraffazioni inaudite. È noto infatti che molte collaboratrici emergono da vicende personali drammatiche: figlie che hanno assistito a faide sanguinarie, mogli che hanno subito maltrattamenti dai mariti boss, madri a cui sono stati uccisi i figli per ritorsione. Di fronte all’estremo dolore o alla minaccia verso i propri bambini, queste donne hanno scelto di spezzare i legami mafiosi e di rivolgersi allo Stato per protezione e giustizia. Le loro testimonianze, spesso dettagliate e riscontrabili grazie alla conoscenza diretta delle attività del clan, si sono rivelate armi investigative potentissime. Inchieste cruciali sono scaturite dalle rivelazioni di donne, consentendo di arrestare latitanti insospettabili e di sequestrare patrimoni ingenti accumulati illecitamente. Va sottolineato che la decisione di collaborare per una donna di mafia comporta rischi enormi: esse vengono considerate traditrici tanto quanto (se non più) dei loro omologhi maschi, e perciò bersagli di vendette trasversali feroci. Eppure, l’esempio di alcune pentite ha fatto da apripista, incoraggiando altre a seguire il medesimo percorso di ribellione.

Consapevoli del potenziale ruolo destabilizzante delle donne sul sistema mafioso, le istituzioni hanno avviato progetti innovativi per favorire l’allontanamento delle figure femminili (e dei loro figli) dall’ambiente criminale, anche al di fuori delle procedure formali di collaborazione giudiziaria. In Calabria, terra di ’ndrine familiari, è stato sperimentato dal 2012 un programma noto come “Liberi di scegliere” (divenuto in seguito modello nazionale), che offre una sorta di terza via: madri e giovani che desiderano sottrarsi al destino mafioso possono, con l’aiuto dello Stato, trasferirsi in località protette e rifarsi una vita onesta, senza necessariamente testimoniare in tribunale. Questo progetto, di natura socio-educativa, mira a spezzare l’eredità mafiosa intergenerazionale, proteggendo i minori e le loro madri da un futuro già scritto nei ranghi criminali. I risultati iniziali sono incoraggianti: al 2021 erano già oltre 80 i minori (spesso bambini di boss detenuti) e circa 30 le madri prese in carico e accompagnate in nuovi percorsi di legalità e autonomia fuori regione. Si tratta, in larga maggioranza, di donne che hanno trovato il coraggio di dire “no” all’ambiente mafioso per amore dei figli, scegliendo di evitare a questi ultimi un destino di violenza. Pur non essendo collaboratrici di giustizia in senso tecnico, esse contribuiscono in modo determinante a sottrarre linfa vitale alle organizzazioni: ogni bambino salvato e cresciuto lontano dalla cultura mafiosa è un potenziale soldato in meno per i clan in futuro. Dal punto di vista criminologico, l’empowerment di queste madri rappresenta uno strumento di prevenzione di lungo periodo, capace di erodere dall’interno la base sociale di reclutamento delle mafie.

In conclusione, l’evoluzione del ruolo femminile nelle mafie italiane evidenzia un duplice volto. Da un lato, le donne hanno acquisito maggiore centralità nell’operatività criminale: partecipano alla gestione economica, talvolta dirigono attività illecite e in casi particolari arrivano a rivestire funzioni di comando surrogate. Questo incremento di potere femminile ha rafforzato le mafie rendendole più resilienti e adattabili, poiché le donne garantiscono continuità e segretezza anche nei momenti di crisi (arresti o faide). Dall’altro lato, proprio le donne costituiscono oggi una leva fondamentale di disgregazione dei sodalizi: quando scelgono di collaborare con la giustizia o semplicemente di sottrarsi all’influenza familiare mafiosa, esse infliggono colpi durissimi alla struttura criminale, rompendo legami di sangue che erano alla base dell’omertà e privando le mafie del ricambio generazionale. Le istituzioni, attraverso un approccio integrato di repressione e sostegno, stanno cercando di valorizzare questo potenziale: da un lato colpendo senza pregiudizi i crimini commessi dalle donne (riconoscendone così la responsabilità penale e il rango effettivo nei clan), dall’altro offrendo alle stesse vie di uscita e protezione, nella convinzione che emancipare le donne dalla cultura mafiosa significhi indebolire le mafie stesse in modo radicale. La storia recente dimostra che ogni moglie di boss che infrange il muro dell’omertà, ogni figlia che rifiuta di essere pedina nell’onorare vendette e ogni madre che salva i propri figli dalla “carriera” mafiosa costituisce una vittoria dello Stato sul potere criminale. In una prospettiva di lungo periodo, il pieno riconoscimento, non solo giudiziario ma anche sociale, del ruolo delle donne potrà contribuire a scardinare dall’interno i codici mafiosi, realizzando quel cambiamento culturale profondo da molti auspicato. Le donne, tradizionalmente pilastro silenzioso della famiglia mafiosa, possono divenire il fattore inatteso di crisi per quelle stesse famiglie: da custodi dell’onorata società a protagoniste della sua dissoluzione. Il loro percorso di emancipazione, dunque, si intreccia con il percorso di liberazione della società dalla morsa mafiosa, in un equilibrio complesso che le istituzioni continueranno a monitorare e indirizzare con la massima attenzione.

“La legalità non si difende nei giorni solenni, ma nel rigore degli atti silenziosi. È nello sguardo che non si abbassa mai che si misura la distanza tra lo Stato e l’arbitrio criminale”.

*Ispettore di Polizia Locale Ufficiale di Polizia Giudiziaria
  

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