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Oggi 30 maggio 2024 ricorre il centenario di uno dei discorsi più coinvolgenti che siano mai stati tenuti in un’aula parlamentare italiana, mi riferisco a quello pronunciato da Giacomo Matteotti per denunciare le violenze, le illegalità e gli abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni del 6 aprile del 1924. (vedi discorso di Matteotti)
Come sappiamo, quelle coraggiose dichiarazioni gli costarono la vita, infatti Matteotti fu rapito e assassinato il 10 giugno 1924 da una squadra fascista.
Il 3 gennaio 1925, di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini si assunse pubblicamente la ‘responsabilità politica, morale e storica’ del clima nel quale l’assassinio si era verificato. A tale discorso fece seguito, nel giro di due anni, l’approvazione delle cosiddette leggi fascistissime e la decadenza dei deputati che avevano partecipato per protestare contro il delitto Matteotti.
Oggi a Montecitorio è stata ricordata la sua figura e la premier Giorgia Meloni ha dichiarato: “Oggi siamo qui a commemorare un uomo libero e coraggioso ucciso da squadristi fascisti per le sue idee. Onorare il suo ricordo è fondamentale per ricordarci ogni giorno a distanza di cento anni il valore della libertà di parola e di pensiero contro chi vorrebbe arrogarsi il diritto di stabilire cosa è consentito dire e pensare e cosa no. La lezione di Matteotti, oggi più che mai, ci ricorda che la nostra democrazia è tale se si fonda sul rispetto dell’altro, sul confronto, sulla libertà, non sulla violenza”. Sono balzata dalla sedia. Con quale coraggio questo governo si permette di pronunciare parole di democrazia, rispetto, non violenza, libertà di parola e di pensiero?
Cosa possiamo mai dire ai nostri ragazzi manganellati il 23 maggio 2023 a Palermo, durante il Corteo "Non siete Stato voi, ma siete stati voi" dove vennero brutalmente caricati dalla polizia in tenuta antisommossa in via Notarbartolo. Gli studenti vennero manganellati solo per aver esercitato il diritto di onorare la memoria di Giovanni Falcone e alcuni di noi attivisti, che dal Veneto partirono per omaggiare il Martire della mafia, finirono in ospedale pestati dagli agenti, vittime di violenza gratuita, in quanto rei di esprimere il dissenso contro la passerella ipocrita di quei funzionari che, mentre a Palermo depongono la corona, a Roma si adoperano per distruggere l’impianto giuridico di Giovanni Falcone.
O durante la manifestazione del 18 febbraio 2024 a Verona, in occasione di EOS, quell’evento che Verona-Fiere voleva spacciare per innocente esposizione dedicata alla caccia e pesca outdoor, mentre in realtà nascondeva produttori di armi israeliane. Noi manifestanti tenemmo le mani alzate e simbolicamente dipinte di rosso-sangue per esprimere il nostro dissenso contro la condizione di corresponsabilità del nostro Paese al massacro che sta avvenendo a Gaza. Anche in quell’occasione vedemmo le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa, caricare alcuni attivisti che tentavano di forzare il blocco.
In Italia in quest’ultimo anno sono sempre più numerosi gli episodi di atti gravissimi, espressione inquietante di una parte di polizia fascista e violenta, forme di repressione della libertà di pensiero che accadono solo nelle dittature.
Gustavo Zagrebelsky, giurista italiano, sostiene che il diritto a manifestare è il primo ad essere colpito nei regimi autoritari. Ha precisato che l’articolo 17 della Costituzione recita che tutti i cittadini hanno il diritto di riunirsi, a condizione che la riunione sia pacifica e senz’armi. Era sotto il fascismo che era necessaria l’autorizzazione dell’autorità pubblica: l’esercizio dei diritti allora era subordinato al beneplacito del governo. La nostra Costituzione non prevede alcuna autorizzazione: delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato semplicemente un preavviso alle autorità. Il preavviso non è la richiesta di un’autorizzazione. Il principio è il diritto, l’eccezione è il divieto che può essere disposto solo con provvedimento motivato in relazione a “comprovati” motivi di sicurezza o incolumità pubblica”.
Da quando cara Meloni, mi chiedo, repressione ed intimidazione sono diventate espressioni di rispetto del pensiero altrui?
Durante la Commemorazione di oggi il presidente della Camera Lorenzo Fontana disse: “La Camera onora Giacomo Matteotti, uno dei padri della democrazia, vittima dello squadrismo fascista. Sullo scranno da cui cento anni fa pronunciò il suo ultimo discorso, è stata messa una targa. A perenne ricordo del suo sacrificio, questo scranno non sarà più occupato”.
E ci credo che la sedia parlamentare di Matteotti rimane vuota! Chi mai potrebbe avere oggi tale merito? Maurizio Gasparri? Quel senatore che, invece di dimettersi, perseguita il dott. Nino di Matteo e i magistrati Luca Tescaroli, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, gambizzando vigliaccamente coloro che sono in prima linea nella ricerca della verità sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese? Quel senatore che vuole punire un giudice del calibro del dott. Di Matteo colpevole di sollevare perplessità su una Cassazione che ha cancellato, con un colpo di spugna, 12mila pagine di prove documentali, assolvendo tutti? (vedi evento alla Garbatella di ANTIMAFIADuemila)
I fatti dimostrano che l’arroganza abusante non è espressione esclusiva di questo senatore. I fatti dimostrano che le politiche attuate dagli ultimi governi spesso non tutelano affatto gli interessi e i diritti degli elettori.
Oggi la giustizia viene sempre più compromessa da riforme assolutamente discutibili che danneggiano i cittadini e avvantaggiano i corrotti, siano essi in Parlamento o in posizioni di responsabilità.
Mi riferisco alle riforme in cantiere, alcune di esse già approvate.
L’abolizione dell’abuso d’ufficio, ad esempio, è una vera porcata, l’ennesimo regalo ai funzionari pubblici corrotti che rimarranno impuniti. Corrompere non sarà più reato, con gravissime conseguenze su appalti e concorsi pubblici. Aumenteranno non solo i rischi di corruzione e di cattiva gestione delle risorse pubbliche, ma, in concreto, si favoriranno anche le infiltrazioni mafiose.
Per non parlare delle riforme che cambieranno la separazione dei poteri e creeranno un governo che concentri su di sé tutti i poteri - esecutivo, legislativo e giudiziario – compiendo un impressionante accentramento di potere sul capo del governo.
Si vuole mettere sotto controllo la magistratura, la libera stampa, chiudendo tutte le voci di dissenso. L'Italia rischia di diventare un laboratorio europeo di una democrazia che degenera in una oligarchia verticistica.
Il progetto di lungo periodo è di risolvere il problema una volta per tutte, togliendo di mezzo la Costituzione, scomoda perché l’unica capace di limitare lo strapotere della politica.
Con la riforma Cartabia il Parlamento può dettare le linee alle procure e indicare quali reati perseguire e quali no. Per non parlare delle ultime trovate di Carlo Nordio sulle intercettazioni che renderanno impossibili le indagini sui colletti bianchi e la corruzione.
Con la separazione delle carriere, il pubblico ministero dovrà fare statistica e per questo arrivare al numero maggiore di condanne. Dunque, come cittadini, quanto saremo garantiti da una giustizia che si prospetta essere quella del pugno di ferro per i delitti della gente comune e servile per i reati dei colletti bianchi?
Questo allucinante sistema di riforme ricorda per certi aspetti il piano di Rinascita Democratica della setta della loggia massonica Propaganda 2 ideato negli anni ’70 da Licio Gelli e affiliata a Gladio.
Il piano P2 prevedeva un pieno assoggettamento della magistratura alla politica e si avvaleva di alcuni uomini per entrare a pieno titolo nel governo del paese, con mezzi che implicano la dittatura mediatica come primo punto su cui costruire il governo perfetto, portato avanti dalla maggioranza e da una finta opposizione connivente.
Come non pensare, a questo punto, a quei valorosi uomini delle istituzioni che, come Matteotti, hanno cercato di operare realmente per un Paese libero e democratico, anche a costo della propria vita? Mi riferisco al Presidente Aldo Moro, al Presidente Piersanti Mattarella, al giudice Rosario Livatino, a Pio La Torre, al Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, al Giudice Giovanni Falcone e al Giudice Paolo Borsellino, solo per citarne alcuni.
Erano perfettamente consapevoli del rischio che correvano e, pur di non tradire il proprio mandato, hanno continuato ad onorare la propria funzione.
“Siamo cadaveri che camminano” disse Paolo Borsellino poco prima dell’attentato.
Lo stesso Matteotti, al termine del suo famoso intervento in Parlamento, disse una frase premonitrice: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”.
Questi uomini avevano un comune denominatore, erano in prima linea nella lotta contro la corruzione per una realizzazione di riforme a tutela dei cittadini.
E vennero tutti assassinati.
Lo stesso dott. Nino Di Matteo, che con tanta tenacia si batte da trent’anni per garantire al nostro Paese una giustizia libera, indipendente e irrobustita da quegli strumenti che abbatterebbero il sistema mafioso e corruttivo, è stato condannato a morte.
Da chi? Da Cosa Nostra? Non solo. Sappiamo bene quanto la criminalità organizzata, le Brigate Rosse e Nere non siano altro che un comodo braccio armato per piegare con la violenza.
Chi c’è dietro tutto questo? Mi chiedo.
Chi sono quelle menti raffinatissime che da decenni ordiscono omicidi, stragi e riforme demenziali spacciate per cambiamenti migliorativi?
È triste constatare che dopo cento anni, da questo punto di vista, nulla è cambiato.
Ancora oggi coloro che toccano questi fili rimangono inceneriti.
Devono essere tolti di mezzo, prima mediaticamente poi lavorativamente e, se necessario, fisicamente. Le riforme veramente migliorative non si devono fare.
Allora come oggi, i grandi assenti della politica di ogni governo sono la lotta alla criminalità e una riforma sana della giustizia. Forse perché in questo modo verrebbero tolti privilegi alla casta e verrebbero svelate verità indicibili e si scoprirebbero i veri mandanti delle stragi?
Mi viene in mente il dott. Sebastiano Ardita. L’apporto del magistrato, massimo esperto di mafia catanese, avrebbe potuto essere prezioso per il disvelamento di quelle zone nere che ancora oscurano i rapporti tra mafia e politica. L’incarico a lui è stato puntualmente negato la settimana scorsa. Un altro esempio di delegittimazione funzionale ad impedire un vero cambiamento. (vedi ANTIMAFIADuemila L'alto valore etico del magistrato Sebastiano Ardita)
In conclusione, dopo cento anni, tutti noi ancora desideriamo, come Matteotti, una politica pulita, che nulla abbia a che fare con la prepotenza, gli abusi, la corruzione, la criminalità e invece ci troviamo al governo Forza Italia, un partito fondato da un uomo di mafia, Marcello Dell'Utri (condannato con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, pena scontata) e noi cittadini non facciamo quasi nulla per cambiare questo stato di cose e accettiamo passivamente di scivolare verso la decadenza di una Nazione sempre più povera e divisa in padroni e sudditi.
Perciò mi viene da dire: “A noi la mafia ci piace (dal film “I 100 passi”) ma soprattutto, a noi il fascismo ci piace”.

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