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Mi occupo da anni di educazione nell’ambito della legalità in Veneto. Ieri, 23 maggio, in occasione del 32esimo anniversario della strage di Capaci ho letto con grande interesse l’intervista al prefetto di Padova, Francesco Messina, pubblicata sul “Mattino di Padova”. Leggendo l’articolo ho notato che il prefetto ha posto l’accento su due grandi tematiche: quanto realmente i giovani conoscano della strage di Capaci e quanto essi abbiano la percezione che anche a Padova è radicata la mafia.
In merito alla situazione della criminalità organizzata al Nord il prefetto afferma: «Ricordo la sorpresa nei primi anni Duemila, quando all’atto degli arresti nel clan Lo Piccolo vennero trovati dei pizzini che facevano riferimento a Padova. Aggiungo poi la frequentazione dei fratelli Graviano alle Terme Euganee. In queste zone c’è il fenomeno della fatturazione falsa che ha portato negli anni passati ad indagare sul riciclaggio e questa rischia di essere una via d’entrata del sistema mafioso. Questi territori sono molto conosciuti e l’agire mafioso in Veneto, come in altre zone del Nord, consente di avere benefici senza attirare attenzioni particolari verso di sé.”
Come non ricordare anche, aggiungo io, la triste vicenda del “clan dei Casalesi di Eraclea” che per vent’anni ha condizionato la vita economica e politica della parte est del Veneto, occupandosi di estorsioni, controllo dei cantieri, rapine, false fatturazioni ed arrivando anche ad avere rapporti con amministratori locali. Il clan si è infiltrato nei gangli istituzionali ed imprenditoriali, approfittando delle imprese agonizzanti in situazione di grave sofferenza. Come sappiamo la mafia è ricchissima e, se trova un contesto di consenso, finisce col radicarsi utilizzando attività criminali per ottenere risorse illecite da investire in attività lecite, a danno dell’economia locale.
A proposito dei giovani del Nord Italia, condivido pienamente la preoccupazione manifestata dal prefetto per la percezione talvolta distorta che molti studenti hanno della memoria delle stragi. Mentre all’epoca molti giovani, anche veneti, reagirono con forte indignazione a quell’attacco micidiale allo Stato e parteciparono in massa alle manifestazioni e cortei contro la mafia, oggi in una parte dei ragazzi c’è addirittura l’ignoranza di quei fatti. Poiché senza memoria viene meno l’operazione di contrasto, il ricordo delle persone che sono state uccise è necessario e dev’essere accompagnato dalla convinzione che l’attenzione debba rimanere sempre alta, nel segno di una memoria che non vuole essere sterile celebrazione di facile retorica ma strumento di verità e giustizia.
A tal proposito mi viene in mente la manifestazione del 23/05/23 a Palermo, nella quale il Corteo "Non siete Stato voi, ma siete stati voi" venne brutalmente caricato dalla polizia in tenuta antisommossa in via Notarbartolo. Gli studenti vennero manganellati solo per aver esercitato il diritto di onorare la memoria di Giovanni Falcone. Alcuni di noi attivisti, che dal Veneto partirono per omaggiare il Martire della mafia, finirono in ospedale pestati dagli agenti, in quanto rei di esprimere il dissenso contro la passerella ipocrita di quei funzionari che, mentre a Palermo depongono la corona, a Roma si adoperano per distruggere l’impianto giuridico di Giovanni Falcone.
Pertanto, quei giovani veneti che percepiscono il periodo stragista come fosse una storia antica e superata, farebbero bene a considerare che si tratti di una realtà molto presente e attualissima, con gravi ripercussioni sulla vita del Paese.
A tal proposito ho l’impressione che il dott. Nino Di Matteo oggi stia subendo lo stesso trattamento di Giovanni Falcone. Il giudice vive da anni sotto minacce, che sono divenute veri e propri ordini di morte da parte di Cosa Nostra. Per anni in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Di Matteo è più volte finito sotto il fuoco incrociato di attacchi politici legati alle inchieste che ha condotto: una su tutte quella sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, processo in cui alla sbarra trovammo insieme capi della mafia, esponenti apicali delle forze di polizia, dei servizi di sicurezza e noti esponenti politici. Al di là delle assoluzioni che hanno riguardato sia le figure istituzionali che i boss è dimostrato che mentre in Italia venivano compiute le sette stragi del '92-'93, c'erano parte delle istituzioni che nadavano a chiedere a Cosa Nostra, tramite l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, cosa volesse in cambio per una cessazione dell'attacco allo Stato.
Io credo che ai giovani veneti gioverebbe considerare che “Memoria” significa anche conoscenza e consapevolezza di un dato di fatto incontestabile: Giovanni Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e isolato e accusato di costruire teoremi astrusi da un sistema marcio di potere e legami trasversali. Una ragnatela che in tanti paragonano a quella ordita oggi intorno al dott. Nino Di Matteo. È evidente infatti che il giudice è a tutt’oggi ostacolato nel compimento del proprio lavoro e volutamente lasciato solo dalle istituzioni e dagli organi di stampa perché "scomodo".
Il prefetto, a conclusione dell’intervista, dichiara: «Il quadro è delineato, ma alcune vicende dell’epoca delle stragi devono ancora essere chiarite”.
Eccome se devono essere chiarite!
Quando sapremo i nomi dei veri mandanti delle stragi? Chi si vuole proteggere con trentadue anni di depistaggi? Che storia politica ed economica avrebbe avuto il nostro fu Bel Paese se i giudici Falcone e Borsellino non fossero stati tolti di mezzo? Chi sono le “menti raffinatissime”, come le definì Falcone? Chi è in grado di rassicurarci che gli assassini di Giovanni Falcone non siano ancora operativi? Cosa c’era scritto sull’agenda rossa?
Ritengo che abbiamo il sacrosanto diritto di ottenere risposte a queste domande e, poiché la criminalità organizzata è uno dei problemi più urgenti, dobbiamo pretendere, noi cittadini, che questo tema diventi la priorità assoluta nell’agenda di qualsiasi Governo. Per questo ritengo che soprattutto oggi dobbiamo difendere coloro che agiscono con coraggio, anche andando incontro a rischi, per affermare la verità.

Foto © Shobha

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